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Delitti/1 - La strategia del ragno
di Antonio Tabucchi

Giuliano Ferrara ha indicato Furio Colombo e Antonio Tabucchi quali «mandanti linguistici» di un possibile omicidio di Giuliano Ferrara. Lo ha proclamato con tale convinzione in quest’Italia dominata dal marito della sua datrice di lavoro (al 38%) che pare già cosa fatta. La tecnica ricorda le denunce di certi «pentiti». Solo che Ferrara si è «pentito» in anticipo, denunciando un delitto che non c’è. Ma la realtà, si sa, per i mitomani è un fatto trascurabile. Ovviamente mancano anche le prove concrete e oggettive alla mia cosiddetta «istigazione». E infatti Ferrara specifica astutamente che il nostro è «un invito a uccidere senza rilevanza penale». E insiste: «ma di decisiva importanza linguistica». E come potrebbe trovare nei miei confronti «rilevanze penali», visto che lui stesso si è autodenunciato quale spia di un servizio segreto straniero operante in Italia, la Cia, vantandosi spavaldamente di avere intascato molti soldi?
Perché lo fece non lo so. Posso fare un’ipotesi: la Cia ha recentemente aperto molti archivi, e il Ferrara, sapendo che il suo nome figurava in quegli archivi, ha giocato d’anticipo sull’eventuale storico che vi potesse ficcare il naso, facendo così apparire come «bravata» qualcosa che avrebbe potuto inguaiarlo (se l’ipotesi è esatta è auspicabile la ricerca in loco di uno storico curioso).
Quando Ferrara sbandierò la sua autodenuncia (era prima dell’estate) in Italia non reagì nessuno, neppure l’ordine dei giornalisti. Ma come lui stesso dichiara, cominciando il suo articolo dove mi muove la sua accusa infamante, «l’Italia non è un Paese normale». Bravo Ferrara, dieci babà, come diceva Renzo Arbore. Io osai stupirmi su «l’Unità». Anche perché la Cia, come sappiamo, non paga profumatamente per avere informazioni turistiche, e il nostro Paese è segnato da una serie di tragiche vicende recenti (terrorismi, bombe, omicidi, stragi). E su queste vicende misteriose la «Commissione Parlamentare Stragi», da anni al lavoro, ha prodotto migliaia di pagine (in parte anche pubblicate) dalle quali risulta che in questi tragici fatti c’è lo zampino di vari servizi segreti stranieri, fra cui la Cia, in combutta con i servizi italiani «deviati» (per la cronaca: alcuni di quei personaggi riaffiorano curiosamente oggi, legati alla Commissione Telekom Serbia).
Ferrara, nell’articolo del «Foglio» in cui mi infama, si definisce «la persona più trasparente del mondo». O meglio, dice, io offrirei «della persona più trasparente del mondo la versione onirica di un mestatore che lavora nell’ombra». Non ho mai definito Ferrara un «mestatore». E neppure un «prezzolato». Forse un tizio che lavora in segreto per dei servizi segreti stranieri che operano nel suo paese è un missionario? Allora chiamiamolo così. E a questo punto mi piacerebbe sapere se il missionario i soldi della Cia li riceveva non nell’ombra, ma alla luce del sole, come l’onesto stipendio di un padre di famiglia che a fine anno compila il suo modello 740 per il fisco.
Nell’indicarmi quale «mandante linguistico», Ferrara usa un’espressione popolaresca, oscura ma non per questo meno inquietante: invita qualcuno «a metterci una pezza». Espressione che tradotta in un italiano meno volgare significa «prendere provvedimenti». In tempo. Perché tutta questa storia è giocata sul tempo. Su un fatto «preventivo». Io sarei infatti il mandante di un assassinio «preventivo». E Ferrara invita qualcuno a metterci preventivamente «una pezza». Si tratta di una fatwa obliqua basata sulla logica della favola del lupo e l’agnello, dove il lupo considera l’agnello responsabile di intorbidare l’acqua del fiume alla quale si abbevera alcuni metri dopo che l’acqua è già passata dalle fauci del lupo. La «preventività» di Ferrara, come si può capire, non costituisce per me motivo di eccessiva allegria in un paese dove la manovalanza terroristica, la mafia e i servizi segreti «deviati» sono cose all’ordine del giorno. E poi, questa «persona più trasparente del mondo» avrà pure conservato delle amicizie nella Cia per la quale lavorava. Magari per salvare la Repubblica. Non si può mai dire. Ma sono già successe cose così inquietanti in Italia «per salvare la Repubblica».

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Questo Ferrara, «l’uomo più trasparente del mondo» è talmente «preventivo» che sul «Foglio» di ieri mattina pubblica con anticipo il mio articolo che esce su «Le Monde» nello stesso giorno, ma alle due del pomeriggio («Le Monde» è un giornale pomeridiano). La tecnica è la stessa con cui si autodenunciò di essere una spia della Cia. Il mio è un articolo in cui ritengo utile spiegare ai lettori francesi il clima di pesante intimidazione in cui vive in Italia chi osa dissentire dal Cav. Berlusconi, dai suoi giornali e dai suoi collaboratori. E anche dai dipendenti della sua consorte, seppure dipendenti al 38%. Tanto perché l’Europa se ne faccia un’idea. E per far sapere che «profilatticamente» ho sporto denuncia per diffamazione contro Ferrara. Per quanto possa valere una denuncia per uno come Ferrara, dietro al quale c’è il 38% della signora Berlusconi per il cui marito la magistratura italiana è «un cancro che deve essere estirpato» (Ferrara è già stato condannato da un tribunale italiano per una mia precedente denuncia per diffamazione). L’articolo del «Foglio» è ovviamente rubato, perché non reca il copyright del giornale francese. La traduzione dal francese è dello stesso Ferrara (neanche male, bravo Ferrara) ed è seguita da un suo commento. Si noti che il mio articolo è stato dettato per telefono (l’Italia è proprio un Paese in cui si sta sicuri). Suppongo che «Le Monde» chiederà i danni per questa iniziativa giornalistica tra le più trasparenti del mondo. E suppongo anche che il 38% della datrice di lavoro del dottor Ferrara, la signora Lario Berlusconi, possa risarcire gli eventuali danni. Ma questo non mi riguarda.

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Ritorniamo piuttosto alla «cronaca di una morte annunciata» e restiamo nelle ipotesi. Cioè nel «preventivo» che piace tanto a Ferrara.
La prima ipotesi è che egli sia gravemente malato: il medico gli ha fatto una radiografia rendendolo più trasparente del solito, e gli ha dato pochi mesi di vita. E lui ha pensato di non andarsene senza almeno lasciare un buon ricordo di sé (ci sono persone così: dispettose). In un Paese con una malasanità come l’Italia qualcuno che certifichi che all’origine di un sarcoma o di uno scoppio delle arterie c’era un fattore psicosomatico causato dal turbamento che le parole di Antonio Tabucchi hanno provocato in un giovane spensierato e tenero come Ferrara si trova facilmente: i fattori «linguistici» scatenanti di una malattia terminale sono «documentati» in quattro e quattr’otto. Ma c’è un racconto di Borges che può venirci in soccorso per un’altra ipotesi. Si intitola «Tema del traditore e dell’eroe», da cui Bertolucci trasse un bellissimo film, «La strategia del ragno». Il racconto di Borges è la storia di un nazionalista irlandese che ha tradito i propri compagni dell’organizzazione terroristica dell’Ira. Ma sia nel racconto che nel film il traditore, ormai scoperto, deve essere ucciso da coloro che ha tradito. Ed ecco la grande trovata del traditore: egli va incontro al suo destino, ma non prima di aver fatto ricadere la colpa, per una forma di riscatto finale, sui suoi avversari. Così i suoi compagni traditi ne ricaveranno un grande vantaggio politico. Perché gli avversari devono sempre e comunque apparire come assassini.
Sia come sia, la vita di Ferrara mi sta a cuore, come è comprensibile, perché una sua eventuale scomparsa, sotto qualsiasi forma, significherebbe per me andare in giro meno tranquillo, in questo Paese dove già non si va in giro molto tranquilli. Lunga vita a Ferrara, dunque. Vita sua, vita mea. A volte per certe circostanze della vita è più ragionevole seguire il pensiero buonista. Tutti zitti e buoni. E tutti giù per terra. Secondo me, Ferrara ha però equivocato in virtù del potere che possiede in Italia. Perché l’opera omnia del suo alto pensiero finora consiste in qualche ora di video dei suoi programmi televisivi, con la sua voce roboante che intimidisce i suoi già timidi ospiti. Vediamo di far conoscere la sua «filosofia» in giro per il mondo.
Per non dire «chi vivrà vedrà» - che ormai, nell’Italia di Ferrara e Berlusconi, può sembrare una minaccia - diciamo «vedrà chi vivrà».