Home page

Formazione Biblioteca e Cineteca Politiche e Leggi  Tracce e Sentieri

torna a Anni abbastanza crudeli


Dai tribunali a Palazzo Chigi i due volti del Signor B.
Come umorista involontario ogni tanto è irresistibile, come quando inalbera l´insegna "libertà e decenza"
Sotto maschere allegre, da istrione, si nasconde un boss duro. E lo ha dimostrato con i suoi ultimi gesti
FRANCO CORDERO

 

da Repubblica - 10 maggio 2003


Molti se l´aspettavano, che l´uomo dai mille affari, signore delle televisioni commerciali, incongruo capo del governo, venisse ai ferri corti con la fisiologia costituzionale: non sa cosa sia; ha troppe mani, cervello selvatico, viscere d´autocrate e una storia che parla. Ricapitoliamo i dati visibili: era un impresario edile piduista, inginocchiatosi davanti al Venerabile Licio Gelli; salta nel business televisivo grazie alle concessioni sull´etere benevolmente octroyées da Bettino Craxi, del quale diventa un enorme parassita, bravissimo nel moltiplicare i soldi; dagli schermi disintegra le teste abbassando l´età mentale media a 11 anni; persi i protettori, converte l´azienda in partito, cava un elettorato dalle masse contemplanti, arruola la schiuma; vince, governa sei mesi, cade; sopravvive benissimo abbindolando un avversario mandatogli dal Cielo. Da 3 anni è padrone d´Italia ma trascina vecchie pendenze, sotto accuse molto gravi: siccome teme la decisione, scatena pandemoni criminaloidi intesi al dissesto del sistema legale; nella filosofia d´Arcore le norme valgono o no secondo le persone, sicché traffica impunito chi stia dalla parte dominante. Al governo accumula performances negative lasciando allibiti quelli che, senza illusioni sulle qualità morali, gli accreditavano abilità pragmatiche.
Dell´uomo sappiamo tutto. Figura, stile, maniere, loquela, conclamano un´incoercibile volgarità. Ha due visi: bagalùn d´l lüster, barzellettiere logorroico, istrione (quel contratto elettorale firmato dallo schermo); ma che boss duro sia sotto maschere allegre, lo dicono i gesti. L´enciclica televisiva mattutina 29 gennaio con cui infamava le Sezioni unite, colpevoli d´avergli negato la rimessione, impallidisce davanti alla lettera 30 aprile, dove l´iperbole assume cariche virulente da guerra civile messicana. Il Tribunale milanese condanna lo stretto suo sodale a 11 anni, come intermediario delle baratterie romane, una delle quali vale l´impero editoriale mondadoriano: e lui, mandante (era uscito ignobilmente dal processo, approfittando d´una svista nell´art. 321 c.p.), ulula a tre gole: «sinistra forcaiola», «barbarie giustizialista», «logica golpista»; qualifica «ipocriti» i consigli d´«abbassare i toni» (vengono dal Quirinale); nient´affatto, bisogna «alzarli» a tutela del popolo sovrano, due volte derubato; risuscitando l´immunità parlamentare, vuol riconvertire le Camere in luogo d´asilo. Immune dallo scrupolo estetico-morale lo è già. Come umorista involontario ogni tanto riesce irresistibile. Ad esempio, inalbera l´insegna «libertà e decenza»: i tedeschi lo chiamano Galgenhumor; "Galgen" significa forca. Ovvie proteste dal Csm, verosimilmente condivise al Quirinale, e lui ribatte l´invettiva: erano riflessioni su una decade politica italiana; qualche norma vieta le analisi storiche? «Criminalità giudiziaria», sibila venerdì mattina 2 maggio, uscendo dal consiglio dei ministri. Ai vertici dello Stato non erano mai corse maledizioni simili, nemmeno nel gennaio 1925: parla come un capo-gangster abituato a comprarsi le sentenze o estorcerle; fallito il colpo, sfrena i molossi sperando d´avere avversari equivoci, fragili, codardi.
Non sono i soprassalti d´un sensitivo: ha consiglieri anche spirituali, ghost-writers, archivisti, sondatori, astrologhi, oniromanti, pensatori; suppongo calcolata ogni mossa. L´urlo epistolare ricorda Polifemo ubriaco, è vero, ma vi era costretto: tacendo sulla condanna milanese, come qualunque cittadino rispettoso delle regole, perde quota nell´opinione canagliesca (componente sine qua non del fenomeno B., in forma cruda o santimoniosa); non può sconfessare P., suo agente, e meno che mai gli convengono pose contrite. Forse la politica non era il suo mestiere. Vedeva chiaro quel fedelissimo alter ego contrario all´avventura. Dal notaio romano Cola di Rienzo al maestro elementare romagnolo Benito Mussolini, è vecchia storia che i predatori della psiche collettiva abbiano carriere rischiose: giocano sul carisma; e i carismi subiscono improvvisi squagliamenti. Il suo era legato alla fama d´imprenditore infallibile, creativo, insonne: un self-made man che suscita aziende, soverchia i concorrenti, sprigiona talenti; e se risultasse che il talento era baratteria? Poco male, purché sgomini Dike, dea minore la cui spada ogni tanto manca i bersagli: le voci morali risuonano fioche dopo vent´anni d´uno stregonesco diluvio mediatico; e se le piccole frodi sono perseguibili solo a querela, l´enorme incute rispetto. Perciò emette fuoco e fumo: padrone delle Camere, governa a imboscate e razzie, nello stile dell´oppositore ribaldo; e chiama «il popolo» alla crociata (lo notava Ezio Mauro qui, 1° maggio). Le sue bestie nere sono Stato, legalità, valori morali, decoro. Naturale: è come se Capitan Kidd diventasse ministro con pieni poteri sul commercio marittimo; vi stupite degli effetti dissonanti?
Che il berlusconismo sia religione (d´un gusto infimo, quindi rigogliosa), lo dicono sante icone: vuol anche essere taumaturgo; diventando presidente d´una sua repubblica, magari restaura la benedizione degli scrofolosi («le Roi te touche, Dieu te guérisse»). Sinora il culto gli portava lauti profitti. Ma i fedeli esigono molto dal nume, pronti a ripudiarlo se li delude: mormoravano vedendo come l´unico ad arricchirsi sia lui, mentre l´Italia va in bolletta e le promesse restano sulla carta del contratto elettorale; l´aveva firmato a inchiostro simpatico. Col fiato sospeso seguivano l´ordalia milanese, aspettando vittorie, meglio se inique. Al primo assalto, invece, stramazza dopo soperchierie d´ogni colore, dalle incursioni ministeriali alle leggi truccate, senza contare un passo falso attribuibile alla logorrea: vizio pericoloso; pagherà cara la sbalorditiva confessione d´avere speso 500 miliardi negli avvocati (F. Verderami, «Corriere della Sera», 30 aprile). Il disincanto è micidiale, signor B. Non teme che i disillusi Le diano del "pirla"? Ogni spettatore sveglio La confronta alle persone contro cui inveisce: non hanno reti televisive né giornali né schiavi, liberti, sicari; non militano in partiti, sette, logge; vivono dello stipendio acquisito con un concorso (quel concorso schernito dal partito soi-disant parlamentare, la cui idea del Parlamento tradisce compiacimenti malavitosi); lavorano impassibili sotto continue provocazioni, nell´aula e fuori; sventano furiosi assalti opponendo argomenti agl´imbrogli; l´essai de patience dura 3 anni; e alla fine decidono, perché esiste una legge. Persino l´indurito sente qualche brivido. Ecco cosa significa "moralità".
L´anno scorso, quando gli strapagati difensori discutevano sul «legittimo sospetto» davanti alle Sezioni unite, rievocavo un episodio dalla storia criminale francese anni Trenta (qui, 28 maggio 2002): era enchanteur anche Serge Alexandre Stavisky, alias Sacha, immigrato russo, artista d´affari osés, con sponde nel mondo politico-giudiziario (sullo schermo lo interpretava Jean-Paul Belmondo e c´era anche il vecchio Charles Boyer); ma è vulnerabile nel processo che gli striscia dietro; schiva il dibattimento attraverso 19 rinvii, guadagnando 7 anni grassi, finché a Bayonne incappa nella disavventura finale; collocava cedole false. Dicono che s´ammazzi al momento dell´arresto. Pochi lo credono. Sacha era un povero diavolo rispetto al Sire d´Arcore, editore dominante, monopolista degli schermi, uomo politico più ricco del mondo, presidente del consiglio, ecc.: nel suo piccolo aveva talento però; e qualche pulsione mortuaria ogni tanto trapela dalle gesta berlusconiane. Nella favola italiana il Joker va sul velluto: incassato un colpo, raddoppia la posta; comunque finisca, uscirà ancora più ricco. Vero. Tuttavia, al suo posto mi guarderei dalla pleonexia. È parola greca, signor B.: l´eccesso arrogante, malvisto dagli dèi; a gioco lungo, talvolta lunghissimo, lo puniscono. Il suo futuro politico dipende dagli oppositori. Supponiamoli seri, e serietà significa precedenti limpidi, disegno politico condivisibile, ugole sobrie, teste che connettano: allora soccombe; ma povera Italia se gli regalano una seconda Bicamerale.