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E nel 2004 va in onda l´inganno dell´etere, FRANCO CORDERO

 

da Repubblica - 9 gennaio 2004


L´ultima res gesta del padrone comincia tre settimane fa. Respinta dal Quirinale l´impudente l. Gasparri, l´agenzia governativa Mediaset non ci pensa due volte. L´idea scatta come un riflesso, condivisa da colombe, oppositori benevoli, opinanti più o meno neutrali: «in casi straordinari» d´«urgenza» e «necessità» l´art. 77. Cost. contempla «provvedimenti provvisori» adottati dal governo «sotto la sua responsabilità», «con forza di legge», da presentare nello stesso giorno alle Camere (riconvocate, se fossero sciolte); decreti caduchi; se le Camere non li convertono nei 60 giorni, perdono effetto ex tunc (come non fossero mai esistiti). L´urgenza sta nel fatto che la Consulta avesse imposto un termine all´abusivo assetto televisivo: mercoledì 31 dicembre 2003; dall´indomani è stabilito che Rete4 passi sul satellite, perdendo la pubblicità; e la perda anche Rai3. Che iattura sarebbe l´eclissi d´un astro così necessario al metabolismo intellettuale italiano; e colpito da improvviso sindacalismo, l´oracolo Cdl s´intenerisce sui dipendenti che finirebbero sulla strada (li riassorba Mediaset, i cui profitti sappiamo dalla convention monegasca quanto rigogliosamente crescano). Bisogna difendere l´azienda e l´espediente c´è: una proroga mediante decreto; 60 giorni guadagnati; nel frattempo qualcosa capita. Ovvio nell´Italia berlusconiana, inintelligibile dal resto del mondo evoluto.
Il decreto esce sotto Natale eludendo una decisione costituzionale 20 novembre 2002 n. 466: la Corte dichiara invalido l´art. 3, c. 7, l. 31 luglio 1997 n. 249, recante norme sul medium televisivo, perché vi manca "un termine finale certo", improrogabile, non post 31 dicembre 2003; scaduto il quale, siano trasmissibili solo "via satellite o via cavo" i programmi irradiati da chi eccede i limiti imposti nel predetto articolo, c. 6 (lo stesso imprenditore, comunque camuffato, non può irradiare più del 20% dei programmi televisivi su frequenze terrestri). L´affare ha una lunga storia, lunga quanto l´irresistibile ascesa e dominio del signor B.
Vediamola nelle parole della Consulta, tra virgolette. Mi concedo solo le glosse. I segnali televisivi procedono su "frequenze terrestri con tecnica analogica». Temporibus illis operava la sola Rai, molto discretamente, sviluppando una meritoria funzione didattica (documentari, fiction dal repertorio serio, teatro, sport, dibattiti, svago pulito, ecc.). Adesso lo spazio risulta saturo. Quel che la Rai lasciava libero, se l´è preso un tale: la Corte lo definisce "occupante di fatto"; esercita impianti che nessuno gli aveva concesso, "fuori d´ogni logica" pluralistica; al diavolo l´equità distributiva, né esistono piani. Ecco l´attuale "sistema televisivo italiano privato" (Berlusconi, Fininvest, Mediaset, Publitalia), come se qualcuno s´impadronisse del sottosuolo o dell´aria che respiriamo, imponendo gabelle dirette o dissimulate: «guardate gratis i miei programmi»; gli utenti ignari guardano e li pagano nei prezzi al consumo, rincarati dalla spesa pubblicitaria che i venditori scaricano sugli acquirenti. Lasciamo da parte l´inquinamento psichico, la cui analisi richiede interi in-folio.
Insomma, siamo sudditi d´un impero nato dalla pirateria. Immagino l´obiezione spiritosa: non nascono così gl´imperi e le proprietà, dall´atto d´un occupante lesto, fortunato, violento o furbo? Sì, nei tempi lunghissimi: la vita sociale sarebbe precaria se i titoli d´acquisto fossero contestabili all´infinito (con intuibile brulichìo d´avvocati, faccendieri, scorridori); perciò i romani inventano una longi temporis praescriptio. Qui i tempi sono brevi. Come sia avvenuto, lo racconta la Corte enumerando 14 favori legislativi, più un decreto ministeriale, lucrati dall´occupante in 15 anni. L´allora protettore Bettino Craxi gli salva le reti, oscurate da pretori delittuosamente convinti che, se esistono norme, valgano anche rispetto all´eclettico barzellettiere, canterino da crociera, impresario edile, piduista, ora stregone della tv commerciale: le emittenti attive al 1 ottobre 1984 seguitino tranquille; lapidariamente lo dispone un dl 6 dicembre 1984 n. 807, convertito nella l. 4 febbraio. La data dell´ultimo favore marchia il secondo dei quattro governi nella XIII legislatura, l´ultima, da segnare in nero perché la sinistra vittoriosa alle urne commette uno sbalorditivo suicidio, e la rubrica offende i lettori: norme «urgenti» intese allo «sviluppo equilibrato dell´emittenza televisiva» (c´era solo lui nell´etere, oltre la Rai contagiata dal verbo d´Arcore), nonché a evitare che siano costituite o mantenute «posizioni dominanti nel settore radiotelevisivo»; non sto citando Molière; Tartuffe è un governo del centrosinistra pasticheur nel peggiore stile prima Repubblica.
La Consulta lancia vari allarmi: rastrellando risorse pubblicitarie, i monopoli televisivi strangolano la stampa (231/1985); non bastano due poli, pubblico e privato (826/1988); gli artt. 3 ("tutti i cittadini ... sono eguali davanti alla legge") e 21 (diritto a manifestare liberamente il pensiero) richiedono "voci diverse", quante più possibile (112/1993); l´assetto duopolistico nega libertà del mercato e concorrenza nei processi formativi dell´opinione (420/1994). Otto anni dopo la Corte vede un sistema ancora più malato: le 12 reti previste diventano 11; sono finte le 7 concessioni a privati (28 luglio 1999) perché i concessionari non vedono nemmeno l´ombra d´una frequenza, mentre B. se le tracanna tutte; ha gola tripla il lupo delle "tre reti nazionali riconducibili a unico soggetto". Nota ancora come non sia «tollerabile» questo dominio piratesco nell´attesa d´uno sviluppo satellitare. Ad abundantiam cita quattro direttive comunitarie 2002 (seguiamo rotte pericolosamente eccentriche). Su tali premesse dichiara invalido l´art. 3, comma 7, l. 31 luglio 1997 nella parte in cui omette d´imporre un «termine certo», «non prorogabile», «che non oltrepassi il 31 dicembre 2003».
Dispositivo chiarissimo ma al Sire d´Arcore non fa né caldo né freddo: lo sapevamo organicamente alieno dal rispettare le norme; se le torce sulla misura dei privati interessi (falso in bilancio, rogatorie, conflitto d´interessi, rimessione, immunità processuale ad personam). Su due piedi ordina una 15esima proroga. Lo scherno supremo sta nell´assenza virtuosa quando i colleghi deliberano: non vuol destare sospetti d´interesse personale; bastano 15 minuti; indi firma, come atto d´ufficio. Lo status quo ante dura 5 mesi: l´Autorità delle comunicazioni accerti la diffusione della tv digitale; e se quel limite del 20% risulta superato, mandi Rete4 sul satellite. Riappare Monsieur Tartuffe: notoriamente, B. gode del 51%; altrettanto notorio che l´alternativa digitale richieda vari anni; e la leonina parte berlusconiana possa soltanto crescere. Né vuol amputarsi d´una rete, piuttosto scatena l´inferno: sappiamo chi sia; come concepisca l´Ego e gli altri, Stato incluso; con che toupet neghi quel politicamente mortale conflitto d´interessi («fiaba metropolitana», «il Gatto degli stivali» e simili sguaiate boutades). Cosa vedremo nella commedia italiana da qui al 60? giorno? Le scommesse sulla 16esima proroga non hanno quota, tanto prevedibile è l´evento.