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Tv, lo spirito delle leggi che la politica ha tradito
ANDREA MANZELLA
 

da Repubblica - 26 novembre 2003


La storia giuridica della televisione italiana è una storia-battaglia tra i giudici e la politica. I primi - i giudici costituzionali, i giudici ordinari - che «capiscono» subito, profetici più di Cassandra, la forza pervasiva del nuovo «potere mediatico». E la necessità costituzionale di porvi limiti perché non sconquassi gli equilibri della democrazia. La politica che presume di potere godere impunemente - conservando sempre la sua superiorità - dei benefici economici e dell´appoggio elettorale del nuovo potere. Facendolo crescere, dunque, in ogni modo, con favori legislativi. Senza accorgersi di divenire, a poco a poco e definitivamente, ad esso asservita o in esso confusa.
Il progetto di legge c.d. Gasparri, ora al Senato per la definitiva lettura, è il finale di questa partita. Riproduce fedelmente, come una implacabile moviola, le fasi del gioco e degli scontri di 40 anni. E ne ripete, ossessivamente, la conclusione: il potere politico che asseconda e fortifica il potere televisivo. Con una variante, però. Dopo decenni di capitolazione, la politica non è più nella politica. Essa si è trasferita nel nuovo potere: è questo che fa ora le leggi e il governo. Anzi: è la legge, è il governo.
Il berlusconismo con la sua vorace occupazione di ogni spazio fra i poteri è, certo, l´esempio mondiale di questo ribaltone ultimo nell´ordine democratico. Ma per saperne di più bisogna leggere anche l´intervista a Repubblica di Rupert Murdoch. Dove dice, con molta precisione, che «possedere un giornale significa entrare nell´arena politica» e conferma di aver sostenuto in passato i conservatori della Thatcher per due legislature e poi i laburisti di Tony Blair. Ora sta pensando di passare di nuovo a soccorso dei conservatori perché il loro leader «gli ha fatto una buona impressione» e perché «non capisce la posizione di Blair sull´Europa». E a proposito di Unione europea (e, dunque, dell´Italia) è contro la Costituzione europea per la più inverosimile delle ragioni («l´Europa unita è un grande sogno, ma ci vorranno 50 anni per farla»). Ed è contro l´euro perché «non si può vincolare la propria valuta nazionale»… Vi è un piglio da decisore delle decisioni politiche. La coscienza che i padroni delle televisioni sono diventati i padroni della politica. Non a caso ha iniziato da noi un giro di consultazioni tra i partiti.
Tutto questo i giudici costituzionali l´avevano esattamente previsto. La prima sentenza della Corte è di 43 anni fa: 1960. E già allora quei giudici si preoccupavano che quel mezzo di comunicazione fosse esercitato in «condizioni di obiettività, di imparzialità, di completezza». Nel 1974, trent´anni fa, avvertivano: «Si tratta di attività che, ben al di là della sua rilevanza economica, tocca molto da vicino fondamentali aspetti della vita democratica». Ma la «rilevanza economica» l´avevano però ben presente quando ammonivano sulla necessità che «attraverso una adeguata limitazione della pubblicità si eviti il pericolo che la radiotelevisione, inaridendo una tradizionale fonte di finanziamento della libera stampa, rechi grave pregiudizio ad una libertà che la Costituzione fa oggetto di energica tutela». Nel 1981, ventidue anni fa, l´allarme dei giudici costituzionali si precisa: «Evitare l´accentramento». Questo attribuirebbe «al soggetto privato operante in regime di monopolio od oligopolio, una potenziale capacità di influenza, incompatibile con le regole del sistema democratico». Sette anni dopo, nel 1988, quei giudici constatavano amaramente: «L´evoluzione della situazione di fatto ha dimostrato che il rischio della formazione di un oligopolio paventato dalla Corte si è trasformato in realtà». Ma non si arrendevano. Anzi, ribadivano «il valore centrale del pluralismo in un ordinamento democratico» e ne facevano una duratura bandiera costituzionale. Anche questa volta, malgrado il consolidarsi dello squilibrio, suggerivano regole appropriate per creare uno spazio di diritto per il potere mediatico. E, soprattutto, la regola delle regole: «Il pluralismo in sede nazionale non potrebbe in ogni caso considerarsi realizzato dal concorso tra un polo pubblico e un polo privato che sia rappresentato da un soggetto unico o che comunque detenga una posizione dominante nel settore».
Ma la forza (o il prepotere) della situazione duopolistica di fatto ha dominato sempre il legislatore. Fingerà sempre un adeguamento formale alle regole della Corte per contrabbandare violazioni sostanziali. Ben se ne accorgono i giudici costituzionali nel 1994. E lo dicono con durezza: la legge «anziché muoversi nella direzione di contenere posizioni dominanti già esistenti ha invece sottodimensionato il limite alle concentrazioni». In questo modo «l´esistente posizione dominante è risultata rafforzata perché con il tetto delle nove reti previste è stata tracciata una invalicabile soglia di ingresso per ogni ulteriore emittente nazionale». Si accorgono anche del trucco (che dieci anni dopo, nel progetto ora al traguardo, sarà chiamato Sic) di allargare il cosiddetto «mercato rilevante» per annacquare i tetti pubblicitari. E lo dicono: il limite antitrust non può essere diminuito «dall´ampliamento della prospettiva a tutta l´area dei mezzi di comunicazione, atteso che il principio del pluralismo delle voci deve avere specifica e settoriale garanzia nel campo dell´emittenza radiotelevisiva». La conclusione è drastica: «Qualunque sia la combinazione dei parametri adottati non sarà in alcun caso possibile che la risultante finale sia tale da consentire che un quarto di tutte le reti nazionali (o un terzo di tutte le reti private in ambito nazionale) sia concentrata in unico soggetto».

Tuttavia, nonostante la drasticità di queste conclusioni, la Corte si arrende alla ragione di governo: all´eterna emergenza dei regimi transitori. E attende ancora perché ci si metta in regola con la riduzione dell´oligopolio (una rete privata nel satellite, una rete Rai senza pubblicità). Questa attesa termina con la sentenza n. 466 del 20 novembre 2002. Questa volta la Corte si appella non solo a principi costituzionali nostri ma anche a quelli europei stabiliti nel 2002 con quattro direttive ispirate alla Carta dei diritti fondamentali europei. Il "termine di chiusura" del regime transitorio viene fissato al 31 dicembre 2003: il termine già stabilito dall´Autorità garante per le comunicazioni, viene in tal modo, per così dire, "costituzionalizzato". È «un termine finale certo, e non prorogabile», scaduto il quale entrano in vigore le misure antitrust previste. «Ciò a prescindere dal raggiungimento della prevista quota di "famiglie digitali"», aggiunge la Corte, quasi avvertita del nuovo, illimitato periodo transitorio che il progetto governativo contiene, in attesa appunto della "rivoluzione digitale". (Una rivoluzione tecnica più immaginaria che reale, nonostante le forzature. E che comunque non introdurrà il diritto nel "governo dell´etere". Perché le attuali situazioni di fatto sono bene assicurate per il futuro. E graverà dunque su questo il loro incalcolabile vantaggio competitivo rispetto a chiunque si affaccerà al nuovo mercato digitale).
Sta per concludersi dunque, coerentemente, una esemplare storia italiana di straordinaria inottemperanza legislativa al diritto costituzionale, dettato dalla Corte. Forse non ci poteva essere conclusione diversa dato che il sistema televisivo privato - come scrive la Corte - «trae origine da situazioni di mera occupazione di fatto delle frequenze (esercizio di impianti senza rilascio di concessioni e autorizzazioni) al di fuori di ogni logica di incremento del pluralismo nella distribuzione delle frequenze e di pianificazione effettiva dell´etere».
E tuttavia una tale questione democratica è così visibile in tutti i suoi risvolti e quindi così popolarmente evidente, che nessuno può credere veramente alla fine della storia. Ecco perché già si pensa ad altri rimedi: i giudici amministrativi, i nuovi poteri "europei" dell´Autorità antitrust, ancora la Corte costituzionale. Insomma la "lotta per il diritto" riprende domani. In questo caso, per ristabilire l´equilibrio nella Costituzione, dissestato dal "nuovo potere".