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Il «manifesto» di De Benedetti
«La società civile fermi Berlusconi»

«Non scendo in politica. Stimo Prodi, sarebbe demenziale se l’Italia non si avvalesse di lui» «Alla Fiat servono tre modelli nuovi, chieda aiuto a un gruppo straniero e gli dia il 10% gratis»

 

dal Corriere - 14 dicembre 2002


MILANO - «Non mi chiederà ancora una volta se intendo scendere in politica? E' un tormentone che mi perseguita ormai da mesi. Io faccio l'imprenditore e ho intenzione di continuare a farlo. L'ho già detto: sono convinto che esista un'incompatibilità sostanziale e profonda tra la natura autocratica che contraddistingue le decisioni di un imprenditore e la natura democratica che deve contraddistinguere quelle del politico. E poi in Italia abbiamo già chi ha un ingombrante conflitto di interessi. Non vorrà che se ne aggiunga un altro? Anche perché sento già le critiche del mio amico e autorevole garante di Libertà e Giustizia, Giovanni Sartori. No, mi creda, non è proprio il caso». Tarda mattinata di ieri, al primo piano di via Ciovassino 1, nell'ufficio di Carlo De Benedetti. Dietro alle spalle dell'ingegnere, un dipinto di Felice Casorati. Sparse ovunque, le foto dei figli, dei nipoti e della moglie Silvia. Accanto a lui, un busto di marmo che ritrae un cavaliere senza testa, «l'ho comprato a Londra, è un'opera del Cinquecento, serve a ricordarci che ogni tanto ci vestiamo da guerrieri ma lasciamo la testa a casa». Il guerriero che ho di fronte, quello in carne e ossa, ha scelto di lanciare un appello «a tutti gli italiani, al di là degli schieramenti di destra e di sinistra, per ricostruire l'identità civile di questo Paese, per riscrivere il patto di cittadinanza che è alla base dello stare insieme e per fermare il declino dell'Italia nel mondo. Un patto che avrebbe oggi, come primo firmatario, Indro Montanelli… Il grande leader della società civile ci ha lasciato un compito: intervenire con la cura giusta quando i due anni del "vaccino Berlusconi" avranno fatto il loro effetto». Più politico di così… Ha fondato un movimento, Libertà e Giustizia, che somiglia tanto a un nuovo partito. Pensa di presentare le liste alle elezioni?
«Innanzitutto, Libertà e Giustizia non è l'associazione di Carlo De Benedetti. E' qualcosa di più e di diverso. Conta al momento oltre 2000 soci e, tra loro, così come nei comitati di presidenza e dei garanti compaiono persone di grandissima autorevolezza morale e civile. Mi è stato chiesto di dare una mano per contribuire a promuovere l'iniziativa in fase iniziale e io l'ho fatto volentieri. Oggi sono solo uno dei soci, nient'altro. Non ci sono partiti in vista per me, e tantomeno per altri. Libertà e giustizia, infatti, non è e non vuole essere, e dunque non diventerà, una nuova formazione politica. E questo perché noi tutti crediamo in una netta distinzione di ruoli tra la politica e la società civile. Non c'è dubbio che in questo momento i partiti, a destra come a sinistra, stiano attraversando una crisi profonda, ma io conservo una piena fiducia nelle forze politiche e considero pericolosa la demagogia antipolitica che si è diffusa nel Paese…»
Poche settimane fa, su questo giornale, Sergio Cofferati l'ha accusata proprio di questo: di lavorare contro i partiti. Lei non gli ha replicato pubblicamente, ma l'ha incontrato…
«Mi viene da sorridere quando leggo che voglio imporre i candidati alla premiership. Cofferati l'ho incontrato. Ho sentito di alcune sue preoccupazioni. Spero che tutto quello che ci siamo detti in questa intervista serva a tranquillizzarlo. D'altra parte ora che anche lui con la Fondazione Di Vittorio si occupa di attività culturale, al massimo potremo farci concorrenza sul piano delle idee».
Dica la verità. Lei, come tanti, aspetta il ritorno del suo amico Romano Prodi…
«E' vero, ho grande stima per lui. Ci siamo conosciuti nella notte dei tempi e abbiamo avuto anche dei rapporti conflittuali, al tempo della vicenda Sme… E' una persona a cavallo fra società civile e politica: il suo pullman rimarrà un simbolo. Lui, Ciampi e Amato hanno gestito una fase di emergenza in modo straordinario e hanno portato l'Italia nell'euro fra lo scetticismo di tanti, me compreso. Oggi Prodi ha un background unico, per merito e per fortuna: è il protagonista in un'Europa che cambia contemporaneamente regole e perimetro. Per questo, è importante che resti dov'è fino alla conclusione del processo in atto. Guai se, con un suo rientro anticipato, l'Italia dovesse fare una brutta figura… Allo scadere del suo mandato, sarebbe demenziale se l'Italia non si avvalesse di un uomo come Prodi. In quale posizione, si vedrà…».
Ingegnere, non possiamo non parlare di Fiat. Nel lontano 1976, lei fu per cento giorni amministratore delegato del gruppo torinese…
«Quando penso alla situazione di oggi provo una gran tristezza. Mi allibisce pensare che i migliori cervelli del Paese siano occupati, in queste ore, a capire se abbia vinto o perso Maranghi, mi sorprende che la crisi Fiat sia trattata dall'opinione pubblica e dai giornali come una soap opera, con i fratelli che litigano, le mogli che piangono, i cugini che chiedono, le banche buone, Mediobanca cattiva… L'unica cosa che dovremmo fare è domandarci perché va così male. E allora scopriremmo che le automobili che produce non piacciono sempre meno agli acquirenti. All'azienda servono tre modelli nuovi: uno piccolo, uno medio e uno grande. Per realizzarli, ci vogliono gli uomini giusti, 4,5 miliardi di euro e quattro anni di tempo. Ci sono? No. E allora, si va da chi sa fare le automobili, ovvero dal signor Ghosn presidente della Nissan, dal signor Folz presidente di Peugeot e si dice: ecco il 10 per cento Fiat Auto gratis, lavoriamo assieme. Ma lo sa oggi quante auto si fanno al giorno, a Mirafiori?»
No. Me lo dica lei.
«Appena 900. E si arrivava, in passato, anche a 8 mila. Si stringe il cuore, ai torinesi come me… Quella è un’azienda che non si può dimenticare. Mi hanno regalato l'ultima Panda prodotta: una 4 per 4 grigia con cui giro in montagna. La Panda l'avevo fatta io, 28 anni fa, ed è l’auto più venduta della storia della Fiat».
Dicono che lei metterebbe volentieri le mani sul quotidiano di casa Agnelli, La Stampa, attraverso il suo socio Carlo Caracciolo, cognato dell'Avvocato.
«Con Caracciolo passerò il Capodanno, in Antartide, in mezzo ai ghiacci (Silvia De Benedetti sta facendo le valigie… porterà il panettone e un piccolo albero di Natale sulla loro nave Itasca, ed è riuscita a infilare tutte le giacche a vento in una valigia mettendole sotto vuoto). Quanto alle mire su Stampa e Corriere della Sera, voglio leggerle un'analisi dell'Economist, dal titolo "Fiat-Imbroglio": i giornali legati alla Fiat interessano al premier Berlusconi. Dunque, non tirate in ballo me, non alzate cortine fumogene… E' scritto qui».
Lei è un uomo ricco, si diverte a girare il mondo. Chi glielo fa fare di impegnarsi con un gruppetto di intellettuali in quello che qualcuno ha già bollato come "il girotondo dei miliardari"?
«Guardi, io ho da poco compiuto 68 anni, ho la gioia di avere tre figli stupendi ognuno dei quali è riuscito con serietà e capacità nelle diverse professioni che ha creduto di scegliere. Ho avuto la fortuna, dopo molti anni di solitudine personale, in cui tutte le mie energie sono state dedicate al lavoro salvo il tempo ritagliato per i figli, di sposare una persona che continua a insegnarmi le mille sfaccettature della vita facendomene comprendere la bellezza e la complessità. Intanto ho proseguito il mio cammino imprenditoriale, anche se in una posizione assai meno esecutiva che in passato, e oggi con soddisfazione sono a capo di uno dei più importanti gruppi privati italiani. Un gruppo in crescita, in utile, fortunatamente senza problemi, che occupa oltre 12.000 persone.
Non ho desiderio né bisogno di visibilità. Da anni non rilascio interviste e mi limito a scrivere di tanto in tanto sulle grandi questioni che mi stanno a cuore, dall'innovazione ai problemi economici italiani e internazionali, dai temi della pace e della guerra alla crisi della classe dirigente. La verità è che attorno a me vedo un Paese in cui si è determinata una progressiva crisi civile, che vedo scivolare inesorabilmente verso l'improvvisazione, la demagogia, il populismo, la confusione. Un Paese dove la classe dirigente si è impoverita, i cittadini non sanno più essere quello che devono essere: uomini fra gli uomini, liberi ma responsabili».
Le responsabilità di questo declino sono collettive…
«Quello che più spaventa, come ci ha spiegato Fernando Savater, è che ci siano sempre più persone con discreta competenza professionale ma con perfetta incompetenza sociale, lui li definisce "Idioti Abbastanza Preparati". Sono uomini civicamente impreparati: individui che non sanno esprimersi in modo pertinente su questioni sociali, che non sanno distinguere tra i valori che vanno condivisi e i disvalori ai quali è doveroso ribellarsi. Diplomiamo e laureiamo asociali che non si preoccupano d'altro che dei loro diritti e mai dei loro doveri. Molti di noi si sono ripiegati su se stessi, il nostro tessuto sociale si è sfilacciato e impoverito, sono venuti meno i valori comuni degli anni del dopoguerra e del "miracolo economico", manca quella classe dirigente fatta di uomini come Guido Carli, Enrico Cuccia, Bruno Visentini, Ernesto Rossi, Francesco Compagna e, prima di loro, Gaetano Salvemini. Grandi personaggi che, al di fuori dei partiti, hanno contribuito a dare una spina dorsale al nostro Paese».
Lei crede ancora nella società civile come riserva di valori, contro una politica incapace di riformarsi. E chi meglio di Silvio Berlusconi rappresenta il prodotto della società civile? Non c'è contraddizione nel suo appello?
«Berlusconi va affrontato e sconfitto sul piano elettorale, con un risveglio delle coscienze. La definitiva affermazione della società aperta, la mondializzazione, il boom dell'informazione e delle comunicazioni, la complessità delle relazioni economiche hanno ulteriormente allargato le responsabilità della società civile. Su questioni come il conflitto di interessi, la qualità dell'informazione, la moralità del potere, il rispetto dell'ambiente, l'etica della ricerca, solo il "tuono" della società può arrivare dove la politica è di fatto impotente. E' la società, allora, che deve far sentire tutto il suo peso, prendendo consapevolezza del fatto che un premier non può controllare l'intero sistema televisivo di un Paese e, quindi, bocciandolo alle elezioni. Nel resto del mondo occidentale, d'altra parte, funziona proprio così».
La questione morale non sembra appassionare gli italiani. Il conflitto d'interessi era lì anche prima del 13 maggio 2001.
«Anche su questo terreno lo spazio civico può fare molto di più della politica stessa o delle inchieste giudiziarie. Ci vuole un fondamento etico comune. Se negli Stati Uniti la corruzione è molto meno diffusa che da noi, ciò non lo si deve certo ai giudici, ma alla sanzione sociale che colpisce i comportamenti scorretti. Chi sbaglia non solo non viene eletto in Parlamento ma non entra nemmeno più al circolo del bridge. Lo stesso vale per la tv. Come può la politica decidere la validità dei contenuti proposti dalle trasmissioni televisive? E' ovvio che anche qui quello che conta è la capacità del pubblico, cioè dei cittadini, di scegliere».
C'è chi vi accusa di voler rifondare la Democrazia Cristiana. A lei piace Prodi, ieri le piaceva De Mita… In fondo, lei è un moderato. Non va ai girotondi…
«Sono un moderato. Vivo in mezzo ai moderati, fra i miei colleghi di Confindustria Berlusconi è una delusione: l'hanno votato, non voteranno mai a sinistra e sono come sospesi. Che Libertà e Giustizia voglia rifondare la Dc è una stupidaggine. E lo smentisce la trasversalità civile e non partitica della composizione stessa del Comitato di Presidenza. Non posso non notare, però, la sostanziale differenza tra un partito fatto di uomini con alto senso dello Stato e radicamento popolare come Sturzo, De Gasperi, Vanoni, Zaccagnini e l'improvvisazione, che spesso sembra nascondere la difesa di interessi puramente personali, di Forza Italia».
Di nuovo l'antiberlusconismo. Che però, non paga. Anzi…
«Sarebbero guai se il nostro unico collante fosse solo l'antiberlusconismo. Il comune denominatore devono essere i valori: gli ideali condivisi che devono fare da nuova spina dorsale del Paese. E siccome, poi, a me non piace chi parla di valori senza mai citarne uno e magari copre con i valori una totale assenza di proposte, mi permetta di utilizzare l'ultima parte di questa nostra chiacchierata per entrare un po' nel merito. Innanzitutto, le proposte. Ne faremo tante, glielo assicuro. Del resto non abbiamo perso tempo: già nei giorni scorsi abbiamo presentato con Innocenzo Cipolletta le nostre idee sull'immigrazione. E oggi terremo a Torino un convegno sulla regolamentazione dei mercati. Sul Welfare, poi, contiamo di dare un apporto importante. Se in primavera si dovesse riaprire il confronto sulla riforma delle pensioni, mi creda, noi ci saremo con proposte forti. Sono convinto, infatti, e non da oggi, che il sistema vada rivisto, perché così com'è è iniquo e troppo costoso. E vedrà che anche sugli ammortizzatori sociali i progetti migliori, ispirati al modello inglese, saranno i nostri».
Libertà e Giustizia contro Forza Italia. Sembra già di vedere i manifesti…
«Ma no, semplicemente ridicolo. Per come me l'hanno presentata e per come la intendo io, Libertà e Giustizia si rifà esplicitamente alla grande tradizione dell'illuminismo lombardo e vede nell'età dei lumi il fondamento delle nostre società. Non si tratta di riproporre una ragione eroica e trionfante, ma di ribadire la fiducia in uno strumento insostituibile di conoscenza e di progresso, per quanto popperianamente fallibile e costantemente confutabile».
I Lumi, la Ragione, Popper. Non pensa di andare troppo lontano?
«Non sono una mammola. Non voglio nascondermi dietro a un dito. E' chiaro però che per battere un cattivo esempio di democrazia, com'è quello che sta dando il governo Berlusconi, ci vuole una grande rivoluzione culturale. LeG crede che in una società aperta ogni uomo debba essere responsabile del proprio agire davanti a se stesso e alla comunità tutta. Come ci ha spiegato la scienza sociale anglosassone, a cominciare da John Rawls, scomparso proprio nei giorni scorsi, la società dei liberi non può che fondarsi sulla responsabilità individuale. E' la libertà, comunque, che deve restare la nostra prima bussola, il nostro primo valore. Crediamo in un mondo di uomini liberi, in grado di difendersi sul mercato con i propri talenti e le proprie conoscenze. Riconosciamo le differenze sociali come l'esito del confronto tra persone dotate di libero arbitrio. E, tuttavia, crediamo in un principio di giustizia per cui ci siano pari opportunità per tutti e in cui le differenze sociali non diventino tanto ampie da essere percepite come eticamente inaccettabili. Come diceva Salvemini, con una frase che mi ha sempre colpito per efficacia e semplicità: "Una società di liberi in cui ci sia per tutti un po' di bene". (La conversazione è finita, l'Ingegnere parte domenica per un mese di vacanze in aereo e nave fra Patagonia e Polo Sud. I viaggi non lo spaventano. Porterà con sé un amuleto che ha sempre nella ventiquattrore: l'invito a parlare alle Twin Towers il 13 settembre 2001, alla stessa ora del crollo. Me lo mostra: «sono vivo per caso, come tanti. E lo sa dov'ero la sera prima dell'attentato? A cena a Washington, al National Building Museum, con George Bush padre e la famiglia Bin Laden, tutti invitati dal Gruppo del Carlyle, una compagnia finanziaria americana». C