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Il lavoro non si tocca
di Sergio Cofferati

 

da l'Unità - 15 aprile 2002


Domani milioni di donne e di uomini che lavorano aderiranno allo sciopero generale promosso da Cgil, Cisl, Uil e da altre organizzazioni sindacali. Moltissimi di loro, poi, insieme a pensionati, giovani e semplici cittadini parteciperanno alle manifestazioni che si terranno in tutte le regioni del paese. Si ripeterà la grande partecipazione di popolo alle iniziative sindacali che si era già registrata a Roma il 23 marzo scorso.
Lo sciopero generale è da sempre un’iniziativa alta e forte del sindacato. Viene messa in campo in momenti difficili, per raggiungere obiettivi importanti, come accade nella circostanza attuale. L’obiettivo, in questo caso, è impedire al governo di dare attuazione a dei provvedimenti previdenziali vantaggiosi solo per le imprese, che risparmierebbero sui contributi dei nuovi assunti, ma disastrosi per i lavoratori futuri e i pensionati attuali. I primi, infatti, si vedrebbero privati del diritto ad una pensione dignitosa. I secondi non potrebbero avere più i rendimenti e i valori attuali delle loro pensioni per effetto della rilevante e crescente diminuzione dei contributi complessivi necessari ad assicurare, in forma solidaristica, il rispetto dei diritti previdenziali acquisiti.
Quella delega previdenziale, se approvata ed attuata, metterebbe in crisi il sistema, farebbe saltare il patto tra le generazioni che lo sorregge e minerebbe uno dei fondamenti della coesione sociale. Il tutto per dare un vantaggio competitivo di breve durata a delle imprese, incapaci di affrontare la sfida della qualità nel mercato e dunque ripiegate a cercare vantaggi nell’esclusiva riduzione dei costi. La stessa scelta è fatta dal governo, ancora una volta sollecitato da Confindustria, sul terreno dei diritti e del mercato del lavoro. Invece di affrontare il tema dell’estensione e della modulazione dei diritti e delle tutele verso i giovani del lavoro atipico e flessibile che ne sono privi, invece di fare grandi investimenti nella formazione permanente, collegandola alla revisione degli ammortizzatori sociali per sostenere i redditi colpiti dagli effetti delle crisi e delle ristrutturazioni sviluppando le conoscenze e le professionalità dei lavoratori coinvolti, invece di semplificare e rendere celeri i processi del lavoro per offrire certezze a lavoratori e imprese, insomma, invece di affrontare riforme capaci di promuovere innovazione, la qualità e conoscenza, come chiede l’Europa, il governo indica la strada del ritorno al passato, del ripristino di norme che favoriscono il caporalato e consegnano alle imprese la possibilità di licenziare senza una giustificazione.
Le chiamano riforme, ma altro non sono che politiche di restaurazione. Sono politiche mirate a ripristinare autoritarismo e unilateralità nei rapporti di lavoro, a definire una società diseguale che produce esclusione sociale e che indebolisce la stessa struttura produttiva che dice di voler rilanciare. Le loro reali intenzioni sono tradite dalla stessa disinvoltura nell’utilizzo delle parole e degli esempi. Non a caso i campioni del loro riformismo sono Ronald Regan e Margaret Thatcher.
Sulla loro strada trovano il sindacato confederale e non solo. Trovano tutti quelli che conoscono l’importanza nella civiltà e nelle democrazie moderne del welfare, della coesione sociale, dei diritti, del rispetto e del valore della rappresentanza collettiva nelle dinamiche sociali ed economiche.
La posta in gioco è alta. Affrontiamo anche questa scadenza rispettando, noi per primi, le nostre specifiche funzioni di rappresentanza (ma esiste qualcosa di più «sindacale» delle pensioni, dei licenziamenti e dei diritti?). Sappiamo di poter contare su una condivisione vasta dei nostri obiettivi. Per questo sono convinto che gli effetti positivi dello sciopero generale potranno mettere in moto tanti e nuovi processi.