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IL TEMPO CHE RESTA

fra lavori, eventi, ricordi

2007


2007


 

lunedì, 19 novembre 2007

Camminare per 500 passi ...

Dalla casa sul lago al posteggio occorre camminare per circa 500 passi (di cui 77 scalini).
Nel mese di novembre lassù il sole cala già alle 15 e alle 18 è buio pesto.

 

 

Quei passi, calcati nel buio, fanno ancor più riflettere sullo scorrere del tempo.
 
A metà percorso una breccia nel muro fa vedere il disegno della baia.


 

Oggi pomeriggio con Lu abbiamo riflettuto su queste parole di Silvia Montefoschi:

 

Il problema fondamentale è che nella reale intersoggettività i contenuti su cui i due riflettono insieme sono contenuti che riguardano entrambi. Il punto di partenza implica il concetto che la dinamica dell’uno è uguale alla dinamica dell’altro. Tutte le dinamiche che emergono appartengono ai due e, via via riflettendo scoprono insieme che queste dinamiche appartengono a tutta l’umanità e si passa in un ambito di ricerca filosofica, in cui la dinamica umana coincide con la dinamica dell’essere.

Come si parla di intersoggettività ? non ci si può limitare a dire tu sei un soggetto non sei un oggetto, ma occorre trattare un contenuto comune, perché se ci si limita a trattare i problemi del paziente non è mica intersoggettività. In "al di là del tabù dell’incesto" dico che in gioco deve entrare anche la problematica del soggetto analista. Metterei in evidenza questo problema. Nell’intersoggettività come ne parlo io ciò che emerge è un contenuto universale.

da Intervista a Silvia Montefoschi, a cura di Tullio Tommasi

 

Camminare per 500 passi, il buio presto, una breccia sulla baia, il tema dell'intersoggettività, una canzone ... sono eventi che stanno assieme solo se gli si dà peso ed importanza. Come quando sulla rena di una spiaggia ciottoli, alghe, legni e barattoli formano una figura che appare dotata di significato.
E' la relazione fra gli oggetti e il soggetto che si può provare a far agire dentro di sè.

John Foxx & Harold Budd
Here And Now
in Translucence, 2003


 

lunedì, 12 novembre 2007

Salute e malattia: “occuparsi” e non “preoccuparsi”

Siamo psicologicamente fragili davanti alle malattie. Ma forse è meglio parlare solo per me e dire: sono psicologicamente fragile davanti alle malattie.
Il vissuto della “salute” è quello della perfetta aderenza fra l’immagine con cui mi si presenta realmente il mio corpo e l’immagine ideale che ho interiormente del mio corpo. Se leggo o sto al computer è la vista e l’uso delle dita che mi mettono tranquillo. Se vado alla casa sul lago ho bisogno di gambe per camminare e un po’ di muscolatura per vangare.
Sto bene quando non sento alcun conflitto fra il corpo ideale (quello che mi consente la mie presenza nel mondo) e quello reale.

Ma cosa succede quando qualcosa si incrina?
Cosa succede dal punto soggettivo, intendo dire.

Accade di percepire una frattura fra il mio stato corporeo e quello standard di comportamento e di capacità di azione che prima mi sembravano ovvi.
Lo stare bene coincide quasi con la situazione di non percepire il mio corpo, perché – per l’appunto -  funziona.
L’incrinatura comincia quando il corpo parla.
Mi ha parlato l’estate del 2006 per un giorno intero, dopo i 270 scalini (bassi) che vanno dalla casa alla strada. E poi ancora nei mesi successivi. Con segni evidenti o di semplice allentamento della normale funzionalità o di alterata funzione.
In particolare mi ha parlato il cuore. Questo organo fisico ha lanciato qualche segnale che ho – in una alternanza fra ipocondria e fatalismo diagnostico – ascoltato ed accolto. Grazie anche al Servizio sanitario nazionale che con grave irresponsabilità viene criticato e che – invece – è un grande valore del welfare italiano.

Mi viene spontaneo confrontare la dimensione simbolica con quella medico-scientifica.
Il cuore, è innanzitutto un simbolo di “centro”, come insegna il linguaggio: “il cuore del problema”, il “cuore della città”.

 



 

Ma è anche considerato la sede di quella conoscenza che passa attraverso le emozioni:
 

il cuore ha le sue ragioni, che la ragione non conosce[...]. Io dico che il cuore ama l'Essere universale naturalmente, e ama sé stesso naturalmente, [...] e s'indurisce contro l'uno o l'altro, a sua scelta. [...]”, Blaise Pascal


 

 

Tuttavia, quando si percepisce una incrinatura, il cuore simbolico assume l’altro suo significato, diventando un potente e perennemente in azione muscolo chiamato “miocardio”.


 

 

Alla soggettività conviene  prudentemente affiancare l’oggettività.
Alla forza del simbolo occorre aggiungere quella complementare della indagine obiettiva.
Fra oggi e domani il mio miocardio è sotto esame di un servizio pubblico di medicina nucleare. Sarò anche blandamente radioattivo per 48 ore.
La mia grande amica ed insegnante Laura Conti mi diceva con la sua garrula voce: “Non bisogna preoccuparsi, ma occuparsi della propria salute”.

Saggia Laura che aveva - in poche ed efficaci parole - indicato la strada.


sabato, 10 novembre 2007

I gatti salvano la vita


 

I gatti salvano la vita.
Ne ho la prova provata.

Nel  1996, a 48 anni, per una serie di circostanze in parte esterne (avere un "capo" cattolico di Comunione e liberazione, che certamente finirà in un girone dantesco del basso inferno) e in parte interne (la mia insopportabilità di avere un "capo") ho perso il lavoro.
Nello stesso arco di tempo succedeva la stessa cosa a mia moglie. Nel suo caso si trattò di mobbing. Tanto più schifoso in quanto proveniva da una cultura lavorativa che si definiva cooperativa.
La nostra vita era ad una svolta economica. Con qualche riflesso - lieve - anche sulla situazione emotiva e su quella relazionale
Diciamo che fu una estate depressiva.
Ebbene, in quelle settimane, lì fuori nel giardino, vicinissimo alla casa - per chiedere aiuto attraverso un nutrimento sicuro e comodo - Gatta Fulvia partorì 5 gattini. Tutti salvi e, poi, ben cresciuti. E poi ancora andati per i loro destini.



Con un evidentissimo rapporto di causa - effetto (di questo parla la sincronicità) i mesi successivi ci portarono entrambi ad entrare in un'altra fase della vita. O, come direbbe Mark Strand in un'altra vita.
Insomma superammo bene quella crisi. Anzi: molto bene.
Amore e Lavoro, i due pilastri dell'equilibrio psichico di cui ha mirabilmente trattato Sigmund Freud, hanno quasi subito ricominciato a tenere.
 

I gatti salvano la vita.
Ne ho la prova provata.


domenica, 04 novembre 2007

I giorni dei morti

 
Ogn'anno, il due novembre, c'é l'usanza
per i defunti andare al Cimitero.
Ognuno ll'adda fà chesta crianza;
ognuno adda tené chistu penziero.
Totò, 'A Livella

La morte è la traccia più evidente della perdita irrecuperabile e, quindi, è anche la condizione che sta alla base di ogni attività mentale che mette al suo centro la memoria.
I morti - i singoli morti e non l’astrazione della “morte” -  collegano alla natura più intima di ciò che andrebbe ricordato.
Sono i pensieri che affiorano alla mia mente quando, per l’appunto nel rituale dei  “giorni dei morti”, calpesto i sentieri dei cimiteri.
Le tombe sintetizzano la minimalità del nostro arco di vita. La sua finitezza, cui opponiamo strenuamente l’espansione più o meno nevrotica del nostro io.
In questo minimalismo la data di nascita e quella di morte sono, nei limiti estremi, quanto di più essenziale si può  individuare in ogni percorso esistenziale.
 

Ripercorro i cicli di vita di alcune persone che sono state fondanti nel mio cammino e che mi hanno fornito gli appigli necessari nei vari passaggi.
 

Mio padre (1917-1988), 71 anni. Da lui ho appreso lo stile del lavoro artigianale e della applicazione minuziosa al manufatto Di lui ricordo i suoi 9 anni fra ferma militare e guerra;la cassa di dischi jazz portati nel baule da Napoli al nord dei laghi; Duke Ellington; i romanzi americani tradotti da Elio Vittorini; la rinascita lavorativa a 60 anni; il ruolo non certo di “padre morbido”, ma di padre provveditore sì. E altro ancora … Molto altro.
 

 

 


 

Mio nonno (1893-1985), 91 anni. Giornalista localista, attore localista. Nato su lago da genitori sconosciuti. Di vocazione individualista. Autoritario per cultura. Camminatore e fumatore di toscani. Da lui ho appreso – fin dall’inizio – il gusto per la carta stampata, il desiderio impellente per la scrittura.
 

Dante Visconti (1916-1973), 57 anni. Mio professore di Lettere e storico del Risorgimento.
Gli devo ancora uno dei più grandi esercizi di memoria reiterativa. "Mandate a memoria il Canto XI dell'Inferno":

D'ogne malizia, ch'odio in cielo acquista,
ingiuria è 'l fine, ed ogne fin cotale

o con forza o con frode altrui contrista.

Dante Alighieri, Commedia, L'Inferno, XI, 22 e seguenti
 

Ha lasciato segni in me indelebili: “Ragiona con la tua testa”, "Mi illudo che tu abbia assorbito da me l'amore alla ricerca della chiarezza e all'indipendenza di pensiero", “Leggi Pascoli, lascia stare Carducci”, “Attento … chi diventa cattolico per la folgorazione sulla via di Damasco poi esagera”. E, infatti, nel 1971 ho creduto di essere un credente cattolico. Ma era solo un’illusione: non ho la grazia della fede, ma solo la ragionevole ragione. Avevo un appuntamento con lui. Era come andare ad una seduta analitica: si passava da Plinio il Vecchio a Salvemini. Con escursione laterale all’Ulisse di James Joyce. Era puro piacere della conversazione. Telefonata: “Avevi un appuntamento con Dante, vero? … Dante non c’è più …”. Se un tronco ha bisogno di radici forti, questa è la più forte, profonda e duratura. E’ quella dei diciott’anni. Il fugace padre parallelo.
 

 

 


 

Tullio Aymone (1931-2002), 71 anni . Mi ha insegnato ad andare dentro al testo di sociologia, a ritesserne le trame, e soprattutto a decifrare le connessioni, a unire vicende individuali a vicenda storica. Metodo, innanzitutto, e poi contenuti. L’iniziatore alla mia professione. Ho già parlato di lui.
 


 


 

Carlo Tullio Altan (1916-2005), 89 anni. Il professore di antropologia culturale. Il suo solido e ineguagliato schema analitico dell’”uomo in situazione” è fortissimo e ancora oggi mi accompagna nella decifrazione dei segni dei tempi.
 


 


 

Franco Fornari (1921-1985), 64 anni. Il professore di psicanalisi che mi ha fatto studiare al momento giusto il trattato di Cesare Musatti: ottima scuola. I suoi semi sono nella complementarità fra “posizione paranoide” e “posizione proiettiva”. Insomma: come riconoscere il persecutore interno, prima ancora di proiettarlo all’esterno.
 

Laura Conti (1921-1993), 72 anni. La marxista che mi ha introdotto alla teoria del valore. La romanziera, la politica del Pci, la divulgatrice di testi scientifici, l’ambientalista. L’esperta di politiche sanitarie. La grande alleata della mia formazione e la persona che mi ha fatto proseguire nella professione. Anche di lei ho già parlato.
 

Enrico Berlinguer (1922-1984), 62 anni. Il politico della tradizione comunista, in bilico fra il passato e le sfide della democrazia rappresentativa. Strutturanti i suoi articoli del 1973 sul colpo di stato nel Cile e il conseguente compromesso storico, che trent’anni dopo ha generato il Partito democratico. E’ stato la mia necessaria mediazione alla militanza nel Pci:

Qualcuno era comunista

Perché Berlinguer

Era una brava persona

Giorgio Gaber
 

 

Oriana Fallaci (1929-2006), 77 anni. La magistrale impastratrice della lingua italiana che ha raccontato da giornalista di grande scuola gli ultimi decenni del novecento. La Cassandra inascoltata del ciclo storico che si è aperto con l’11 settembre 2001. Nessuna sua previsione è stata, finora, disconfermata.
 

E altri ancora, certamente.
 

Se in questi giorni ciascuno ripercorre il suo Pantheon personale troverà molte figure, come le mie, che soffiano questo avvertimento:
 

Carpe Diem
 

 

Guardando il mio Pantheon l’esercizio di meditazione che mi propongo nei giorni dei morti è quello di scorrere il tempo effettivamente trascorso da queste persone: dai 57 anni ai 91 anni, quando il ciclo è lungo.
E’ un pensiero che mi serve come stimolo a dare il giusto peso alle cose.

Il fatto è che non mi resta molto tempo.

Forse è meglio concentrarmi su ciò che ha più valore.
Che non è, certamente, la contingenza dei singoli eventi.

Ma, piuttosto, sono le tracce durevoli che si inscrivono nel mio tempo che resta.


mercoledì, 24 ottobre 2007

Le rivoluzioni della musica: dai "dischi" agli "Mp3"



Disco
: lastra circolare di materia sintetica per mezzo della quale è possibile riprodurre musiche e suoni incise sulle sue tracce.

La "musica di massa", ossia accessibile ad un pubblico vasto e non solo ai ristretti circoli delle aristocrazie della borghesia ottocentesca,  comincia attorno al 1878, quando la Columbia acquista una invenzione di Edison.
Ma è solo dopo il 1920 che la tecnica migliora.
Prima con i dischi a 78 giri (poco più di 4 minuti a facciata).
Poi, nel secondo dopoguerra, con i "microsolco" a 33 giri (circa 25 minuti a facciata) e ancora con i singoli a 45 giri, che determinano l'esplosione del mercato musicale giovanile. Sono i cosiddetti "mangiadischi" degli anni '70 a dare un ulteriore impulso.
Oggi siamo nel pieno della rivoluzione digitale.
Inizia con il passaggio dal disco vinile al  Compact Disc. Una fase piuttosto durevole: circa vent'anni.
Ora il formato standard è l'Mp3.
E' versatile, è copiabile con strumenti casalinghi, corre veloce sui fili internettiani, sta del tutto cambiando il mercato discografico, nonostante le strenue resistenze dei produttori e distributori di musica.
Insomma: ancora una volta è il mercato, il tanto criticato ed odiato mercato, che fa le rivoluzioni. Quelle vere, perchè diffuse, molecolari e democratiche.
Il mercato rende la musica accessibile, per l'appunto, fruibile, avvicinabile, ascoltabile dovunque, praticamente senza più barriere geografiche.
Ma ....
C'è un ma.
Cosa fare con i vecchi LP da 33 giri?
Ne ho un pesante scaffale pieno. Qualcosa fra 1500 e 2000. E sarebbero stati di più se mia madre, che odiava i gusti di mio padre e probabilmente odiava anche lui, non ne avesse venduti a pochissime lire almeno altri 5000, dopo la sua morte.
Quelli restati li ho tenuti. Belli infilati nelle loro custodie di plastica, per proteggerli dalla polvere. Sono dischi con copertine che - talvolta - sono bellissime. Dei veri quadri pittorici in formato 30 per 30, come quelli che sapeva disegnare Peppo Spagnoli, di cui parlo nella mia presentazione lassù in alto a destra.
Li posso sentire sul giradischi, certamente.
Ma perdo in portatilità e trasferibilità.
Li posso trasferire su cassetta, ma non c'è più compatibilità con le tecnologie audio oggi dominanti.
E allora ecco venire in aiuto, ancora una volta il mercato.
La Numark ha inventato questo hardware:

 

 
E' un giradischi.
Con un cavo lo collego ad una presa Usb del mio Pc.
Metto il disco 33 giri (ma funziona con i 45 giri ed anche con le cassette), registro la facciata, dò il nome alle tracce e, con qualche procedura attenta, le preziose musiche jazz e pop degli anni '50, '60, '70 diventano files Mp3.
Elettroni strutturati che viaggiano sui fili di internet, diventando unità audio diffuse, fruibili,avvicinabili, ascoltabili per il piacere mio e degli amici cui piace la musica che a me piace.
A quale costo?
Quello di circa 10 Cd acquistabili nei negozi.
Ora però, caro lettore, devi fare uno sforzo di immaginazione.
Devi immaginarti Amalteo ad una stazione ferroviaria.
Amalteo sta tornando da una giornata del suo lavoro che lo ha particolarmente stancato.
Amalteo è stanco.
Amalteo fa questo lavoro, usando i treni come mezzo di spostamento, dal 1972.
Ha calcolato che le sue ore di viaggio corrispondono a circa 5 anni di giornate lavorative consecutive di treno, metropolitane e traghetti.
Bene ... Amalteo deve aspettare anche una coincidenza (gli orari si sa collimano molto di rado). Vede un negozio Feltrinelli che espone lo scatolone del Numark TT Usb. Gli gira un po' intorno. Controlla il peso. Si accerta che si possano suddividere le tracce di ogni facciata, cioè che quella ferramenta-hardware non copi solo l'intera facciata.
Fa tutti questi calcoli ed accertamenti. E decide di trascinarsi lo scatolone fino a casa.
Occorrerà leggere ancora una volta delle istruzioni.
Non si è mai finito di imparare.
Lo scrittore Giuseppe Pontiggia parlava della sua ingordigia di libri come di una "libridine".
Cos'è quest'altra passione di suoni creati dall'ingegno umano che si strutturano in schemi armonici che accarezzano il cervello?
Una "musicalidine"?
Non trovo un neologismo altrettanto efficace di quello di Pontiggia.
A te cosa verrebbe in mente?
In ogni caso ora i dischi di mio padre troveranno una nuova possibilità di rivivere.
Per me e per qualsiasi passante di qui.

martedì, 09 ottobre 2007

Partito Democratico: le ragioni della scelta

Rodin-pensatoreDomenica prossima 14 ottobre, attraverso un processo partecipato e democratico (scelta fra 5 segretari, 35.000 candidati agli organi nazionali e regionali, 70.000 scrutatori ai seggi e, vedremo, circa 1 milione di elettori) nascerà il Partito Democratico.

Nel mio diario-blog ho già scritto di essere estremamente favorevole a questa scelta ed al suo augurabile esito.

E dunque parteciperò come elettore e voterò per Walter Veltroni.

Trovo importante questa convergenza delle due forti culture del riformismo democratico italiano: quella di matrice socialdemocratica (la chiamo così perché, una volta tiratisi fuori i nostalgici del comunismo, dell’ex Pci rimane solo la sua anima riformista) e quella di matrice cattolica.

E’ un fatto del tutto nuovo sulla scena politica italiana. Nuovo anche nei compiti, poiché si tratterà di integrare le due culture di provenienza. Cosa non facile, ma indubbiamente nuova.

Quando il sistema politico italiano è stato massimamente bipolare?

Nel 1976, quando i due partiti fondamentali mettevano assieme il 73,08 dell’intero elettorato. Ognuno dei due era determinante per gli esiti di governo. Tanto che si sviluppò il terrorismo, per impedire la prevalenza del Pci nella sfida elettorale. L'assassinio Moro è lì ad insegnare cosa succedeva.
 

Camera dei deputati
Elezioni politiche del 20 giugno 1976

 

Democrazia Cristiana (DC)

38,71

Partito Comunista Italiano (PCI)

34,37

Partito Socialista Italiano (PSI)

9,65

Movimento Sociale Italiano - Destra Nazionale (MSI-DN)

6,11

Partito Socialista Democratico Italiano (PSDI)

3,37

Partito Repubblicano Italiano (PRI)

3,09

Democrazia Proletaria (DP)

1,51

Partito Liberale Italiano (PLI)

1,30

Partito Radicale (PR)

1,07

Südtiroler Volkspartei (SVP)

0,50

Altri

0,3

Ed erano anni, quelli, in cui la competizione politica era molto forte e i partiti sollecitavano e davano alimento alla identità personale.

Lo dico per esperienza diretta e personale.

In questo periodo la frammentazione era minima, il Partito socialista italiano era l’ago della bilancia e faceva valere la sua rendita di posizione. Ed era anche il periodo in cui, alla faccia dei denigratori, la Dc non accettava alleanze di coalizione e appoggi di governo dalla destra di matrice fascista.

Poi nei primi anni ’90 il partito dei giudici (l’allora magistrato Di Pietro oggi è ministro e capo-partito e accarezza la piazza dei grillandi!) contribuisce attivamente a spazzare via la coalizione di centro-sinistra che governava l’Italia dai primi anni ’60. Scompaiono la Democrazia cristiana, il Partito socialista italiano, il Partito repubblicano, il Partito liberale italiano.

Quello che vorrebbero fare il comico Grillo e i giornalisti che dettano l’agenda politica allora lo fecero con efficienza e determinazione i giudici: spazzare via partiti. Basterebbe un minimo di memoria storica per comprendere il significato remoto del grillismo.

Conosciamo gli eventi successivi. Berlusconi inventa in 6 mesi un partito che domina la scena dal 1994.
 

Le ultime elezioni politiche del 2006 fotografano una situazione del tutto diversa e, per certi versi, peggiore della cosiddetta "Prima Repubblica".

Camera dei deputati
Elezioni politiche del 9/10 aprile 2006

 

L’Unione

 

 

 

L'Ulivo

  • Democratici di Sinistra
  • Democrazia è Libertà - La Margherita
  • Movimento Repubblicani Europei

31,271

 

Partito della Rifondazione Comunista

5,843

 

Rosa nel Pugno

  • Socialisti Democratici Italiani
  • Radicali Italiani

2,596

 

Partito dei Comunisti Italiani

2,317

 

Italia dei Valori

2,298

 

Federazione dei Verdi

2,056

 

Popolari- Udeur

1,399

 

Partito Pensionati

0,873

 

Südtiroler Volkspartei

0,478

 

I Socialisti

0,301

 

Lista Consumatori

0,193

 

Lega per l'autonomia Alleanza Lombarda

0,116

 

Liga Fronte Veneto

0,057

 

 

 

Casa delle libertà

 

 

 

Forza Italia

23,717

 

Alleanza Nazionale

12,337

 

UDC

6,762

 

Lega Nord - Mpa

  • Lega Nord
  • Movimento per le autonomie

4,580

 

Nuovo Psi-Dca

  • Democrazia cristiana per le autonomie
  • Nuovo Psi

0,748

 

Alternativa sociale

  • Azione sociale
  • Fronte sociale nazionale
  • Forza Nuova

0,669

 

Fiamma Tricolore

0,604

 

No euro

0,153

 

Pensionati uniti

0,072

 

Ambienta Lista ecologisti democratici

0,044

 

Partito liberale italiano

0,032

 

Sos Italia

0,017

 

 

 

Altri Partiti

 

 

 

Progetto Nord Est

0,241

 

Die Freiheitlichen

0,045

 

Terzo Polo

0,042

 

IRS

0,030

 

Sardigna Natzione

0,028

 

Solidarietà

0,015

 

Per il SUD

0,013

 

Movimento Democratico Siciliano-Noi Siciliani

0,013

 

Movimento Triveneto

0,011

 

Dimensione Christiana

0,006

 

Destra Nazionale

0,002

 

Lega Sud

0,002

Il solo elenco delle sigle di partito che si sono formate è impressionante.
In questo periodo la frammentazione è massima e a fare l’ago della bilancia sono una miriade di partitini identitari, carichi solo della loro necessità di sopravvivenza. Perlomeno dagli anni '60 ai primi '90 era un partito di tradizione che sfiorava il 10 %. Oggi sono i Verdi, con il 2% e 380 consulenti di Pecoraro Scanio (vedi l'articolo sulla Repubblica di oggi). E’ anche il periodo in cui Forza Italia ha bisogno della alleanza organica con la destra di matrice fascista e con i nazilocalisti della Lega Nord.

Accidenti, quanto era assurdo, irresponsabile, labile, astorico, superficiale, egoriferito l’urlo del Manifesto: “Non voglio morire democristiano” !
Per non morire democristiana una parte rilevante della estrema sinistra si dà attivamente da fare per ridare le chiavi del potere agli ex fascisti. Così rinforzano la propria identità  del  "mi metto di traverso ora e sempre".

Oggi la somma dell’Ulivo e di Forza Italia fa 54,988.  Quindi il sistema  è meno bipolare  che  negli anni '70 e  '80 e più fragile  per quanto riguarda  la necessità di  maggioranze  stabili.  Le sole che possono fare le riforme. Perchè  fare riforme comporta  la necessità di  "scontentare"  anche parte della base elettorale  che ha  contribuito a far prevalere una coalizione.

Questo dato del 54,988 % dimostra l’assoluta inconsistenza di chi critica il Partito Democratico perchè sarebbe "come la nuova Democrazia Cristiana". Bisogna ricordare a costoro che allora la Dc competeva, con successo, contro il Pci. Oggi le due parti meno eterogenee sul piano degli obiettivi tentano di creare un nuovo partito, con cultura e scelte strategiche adatte ai problemi dei prossimi decenni. E poichè il lavoro da fare sarà innanzitutto culturale, la persona più adatta è, a mio avviso, Walter Veltroni.

La “mossa” del Partito democratico è del tutto evidente in quel dato delle elezioni del 2006: consolidare una presenza attorno al 30% già raccolta dall’Ulivo che superi, mi auguro, del 7 % Forza Italia o di un paio di punti la somma di Alleanza Nazionale e Forza Italia. Ammesso che loro ce la facciano ad unirsi.  Cosa perfino più improbabile del successo del Partito Democratico.

E' a partire  da quel  30%  che si andrà definendo  il  profilo strategico  del Partito Democratico. E,  in ogni caso, il processo sarà contrassegnato da elezioni politiche, europee, regionali.  Come è normale avvenga in una democrazia rappresentativa.

Quello di domenica prossima è un primo passaggio della verifica. E’ per questo che andrò a votare anche alle primarie.

Questa mossa, per ora, sta determinando 3 fughe: quella dei nostalgici del comunismo (ben 3 partiti), quella dei socialisti (che sperano di tornare alla loro rendita di posizione), quella dei liberaldemocratici di Dini e amici.

Si tratta di mosse di assestamento determinate dall’attuale sistema elettorale. Che alimenta la frammentazione.

E questo, ne sono purtroppo convinto, rende incerto il compito di Veltroni. Molto incerto.

Ma proprio per questo: bonne chance!

E’ un appuntamento storicamente necessario.

Non è il momento di esibire la mia distanza stratosferica in tema di politica estera.

Sto e starò dove mi sento meno lontano.


giovedì, 13 settembre 2007

Il Lario

Per non perdere una traccia (un ritaglio di giornale) torno sulle rive del lago.


 

Non è facile - come sanno i più - stabilire quando appros­simativamente l'uomo si sia affacciato per la prima volta sulle rive del Lario; venne quasi certamente dal Sud, e pro­babilmente non prima del terzo (e forse neppure del secondo) millennio avanti Cristo. Ma chiunque esso fosse - ligu­re-mediterraneo, o d'altra stirpe oggi ignota - non possiamo pensare senza emozione a questo nomade dell'età neolitica che - cacciando il cervo, il cinghiale ed il lupo nelle nostre fore­ste, e la lontra sulle ripe selvagge delle nostre acque - primo ascoltò il ritmico pulsare delle onde del Lario, il fragore lontano dei torrenti, i richiami delle fiere in libertà, il rombo del tuono ri­percosso dall'eco delle valli ancora in­violate e misteriose: negli occhi di que­st'uomo si specchiarono per la prima volta, striati dagli stormi lamentosi dei lamentosi uccelli acquatici, gli stessi placidi tramonti che decine e decine di secoli più tardi avrebbero commosso i grandi poeti dell'età romantica. (...) Fra gli ultimi letterati e viaggiatori dell'Ottocento, (...) il lettore ne troverà alcuni che si pongono esplicitamente la domanda: d'onde nascono la fama e l'innegabile incanto del Lario? Fra le diverse risposte una sembra oggi ri­scuotere maggior credito: è quella che indica nella melanconìa l'attrattiva più patetica ed efficace esercitata dal Lago di Corno sugli spiriti di ogni tem­po. Ma è una spiegazione che non reg­ge. La sottile tristezza è appannaggio di ogni paesaggio lacustre; rivelata specialmente dai gusti letterari dell’età romantica, giustifica in genere il "laghismo" ottocentesco, non la fortu­na di sponde che, come le nostre, di­vennero celebri già nel gaio clima della Rinascenza (...). Se il Lario ha un suo fascino segréto, questo sta invece nella straordinaria, inesauribile ricchezza di particolari del suo paesaggio. Tale ricchezza dipende dell'incontro di due fattori: l'uno naturale, l'altro storico ed umano. (...).
Il  Lago di Corno - già lo sappiamo - fu, in ogni età e sopra tutto, un corridoio fra Nord e Sud, un itine­rario frequentato e consueto: e questa condizione fece sì che molto per tempo - fin dalla tarda antichità classica - le nostre riviere apparissero intensa­mente popolate».
 

Gianfranco Miglio, Il mito del Lario, Larius, 1959
 




 


 

 




domenica, 02 settembre 2007

Coda di agosto

Dal buen ritiro alla città e dalla città al buen ritiro.
Per ricordare il giro di lago che ci ha regalato il vicino di casa e la sua vocazione per la meccanica e le barche..

 
Andata: da Nesso frazione Coatesa
 

 










E ritorno: da Como - per Blevio, Torno, Faggeto, Careno -  a Nesso frazione Coatesa





























































"Quel ramo del lago di Como ..."
No ... non quello: questo


mercoledì, 22 agosto 2007

A sudden excess of desire

Rodin-pensatoreNello sguardo poetico di Mark Strand ricorre spesso il tema dell'  "ero stato" o quello, complementare, di "in un'altra vita".
Prendo ad esempio Ero stato un esploratore polare:

 

Ero stato un esploratore polare in gioventù
e avevo trascorso innumerevoli giorni e notti a ghiacciare
di luogo deserto in luogo deserto. In seguito,
lasciai le spedizioni e rimasi a casa,
e lì crebbe in me un improvviso eccesso di desiderio,
come se un fulgido torrente di luce simile a quello che si vede
dentro un diamante mi attraversasse.
Riempivo pagine e pagine con le visioni di ciò che avevo osservato –
mari ruggenti di pack, ghiacciai immensi, e il bianco degli iceberg sferzato dal vento. Poi, senza altro da dire, smisi
e fissai lo sguardo su ciò che era vicino. Quasi immediatamente
un uomo in cappotto scuro e con un cappello a larghe tese
comparve sotto gli alberi davanti a casa.
Il modo in cui fissava davanti a sé e stava lì,
ben piantato sui piedi, con le braccia abbandonate lungo

 

i fianchi, mi fece pensare che lo conoscevo.
Ma quando alzai la mano a salutarlo
egli fece un passo indietro, si volse e cominciò a svanire

            come il desiderio intenso svanisce finché nulla ne rimane.
      
in : Mark Strand, Uomo e cammello, nella traduzione di Damiano Abeni, Mondadori, 2007

In questi giorni, per quelle filiformi coincidenze propiziate dalla rete, mi è arrivato un messaggio che mi ha scaraventato dentro una fase della mia altra vita.
E vengo irrimediabilmente preso dal sudden excess of desire di costellarmi questo pezzo di passato.

 

Leggo con troppo  ritardo un numero della rivista Inchiesta ed apprendo, in un articolo di una docente brasiliana (Ana Maria Rabelo Gomez - Universitade Federal de Minas Gerais, Facultade de Educaçao), che è morto Tullio Aymone (1931-2002, 71 anni). "Prematuramente scomparso", dice.

Non posso trattenere la mia commozione, ma lascio anche affiorare i ricordi. Fondamentali e forti. Perché Tullio Aymone, in un periodo troppo popolato da "cattivi maestri" cui la televisione dà un palcoscenico per le loro debolissime teorie , è stato un vero maestro. Un ricercatore dal "pensiero forte".

L'ho inseguito in tutte le sue lezioni che ha potuto tenere  a Trento nel periodo 1969-1973. Non era facile, perché l'attività didattica era allora , a dir poco, discontinua. Continuamente interrotta dalla prepotenza dei leader e leaderini di Lotta Continua che letteralmente "occupavano" ogni spazio fisico e mentale dell'Università. Per  loro chi faceva lezione e chi ci andava era un nemico. 

Nel gorgo, solo per certi versi creativo, di quegli anni, Tullio Aymone è stato un ancoraggio sicuro. Una presenza per me indimenticabile. Da lui ho imparato alcune cose fondamentali che mi hanno accompagnato per sempre: l'importanza della storia, cioè della necessità di "storicizzare" ogni evento (l'educazione, la sociologia, gli strumenti metodologici, ...); il ruolo del sociologo come "operatore del sociale"; la politica come scelta etica; lo stimolo a studiare Antonio Gramsci, Giorgio Candeloro,  Eugenio Garin . Da lì è poi venuta la mia successiva e lunga militanza nel PCI, dove ho cercato di mettere assieme (purtroppo con scarsi esiti) lo stare in un partito e produrre trasformazione sociale, anche attraverso gli strumenti della conoscenza.

L'ho conosciuto nella sua capacità didattica: parlava calmo seduto sulla cattedra, mettendo insieme lezioni che intrecciavano sociologia, antropologia, psicanalisi, filosofia marxista, ricordi di lavoro. In lui le teorie non avevano mai pretese dogmatiche: le usava solo come strumenti per comprendere ed agire. Con lui ho appreso nel vivo  cosa è l' "immaginazione sociologica" e cosa può voler dire essere "impegnati" nella storia collettiva ed individuale. Suggeriva di studiare lo psichiatra Harry Stack Sullivan, ma collocando le sue pratiche terapeutiche nel quadro della struttura sociale degli Stati Uniti. Sapeva connettere le teorie della psicanalista Melanie Klein al più generale processo storico dell'educazione nelle società europee. Di Marx puntava a cogliere il metodo analitico e a mettere in ombra il dogmatismo dottrinario. Considerava Freud un rivoluzionario del pensiero, ma consigliava di mettere da parte la sua matrice biologistica. 

Oggi sono diventati molto di moda i libri di Zigmunt Bauman: chissà quanti ricordano che Tullio Aymone fece tradurre, nel 1971,  dagli Editori Riuniti il libro Lineamenti di una sociologia marxista, scrivendone l'introduzione ?

Agli inizi degli anni '70 sono poi andato a trovarlo a Milano, in una semplicissima casa popolare carica di libri. Cercavo consigli, cercavo una guida. Ero una persona confusa, sempre alla ricerca di piste, di orientamenti. E da lui trovavo sempre le parole giuste. Mi accennava al suo lavoro di sociologo urbano, appreso all Ecole Pratique des Hautes Etudes di Parigi, con Chombart de Lauwe. Di questo autore ha scritto una introduzione alla edizione italiana di Des hommes e des villes, pubblicato da Marsilio. La sua vita professionale mi sembrava una avventura (Ivrea, l'Olivetti, Parigi, le ricerche nelle periferie urbane ....) e io avrei voluto fare qualcosa di simile: 

Ancora mi ha ricevuto nella sua nuova fase di vita a Bologna, forse nel 1972. Mi disse che era stufo della rudezza della vita milanese e che lì trovava nuove e più ricche esperienze nelle quali collegare, nel suo irripetibile stile di vita, partecipazione sociale e ricerca. In quelle pochissime ore bolognesi è praticamente iniziata la mia professione. Mi disse di non occuparmi di scuola (volevo fare una tesi su quell'argomento, allora molto trattato) ma di sanità.

 "Occupati delle Usl e di politiche sulla salute" mi disse. Io non sapevo neppure cosa fossero. Ma da allora inseguii quel tema. E la costruzione del sociale attraverso i servizi alle persone è diventato il mio oggetto di studio, di esperienza lavorativa  e di scrittura. Così ho fatto la tesi sulla storia della sanità italiana e lui me l'ha presentata a Trento. Attraverso quella tesi ho conosciuto Laura Conti, di cui lui è stato amico ed anche ospite in casa sua, in una fase di difficoltà economiche. Così era la militanza del Pci: una comunità in cui, anche nell'asprezza della vita politica,  c'erano azioni di  mutuo aiuto.

Poi l'ho perso. Ho saputo dei suoi incarichi universitari successivi e ne sono stato contento: passava da una vita precaria ad una nuova situazione di insegnamento e di ricerca. Ma ho sempre cercato i suoi programmi, le sue bibliografie. Invidio gli studenti modenesi che hanno potuto, forse, ascoltarlo con più ampiezza di tempo.

Ho  tenuto, come compagni di viaggio, tutti i suoi scritti. Lezioni registrate, appunti di articoli, libri, rapporti di ricerca. Ha scritto solo due libri, a mia conoscenza, ma centinaia fra articoli, relazioni a convegni, tracce per guppi di lavoro, progetti. Il suo ruolo di sociologo se lo è giocato giorno per giorno, intrecciando solide teorie e azione pratica. Intendo dire che lui organizzava la sua vita attorno all'agire nelle situazioni sociali, che fossero le periferie urbane, o le scuole dell''hinterland di Milano, o gli amministratori locali o, ancora, le culture dell'Amazzonia. E su questo costruiva i suoi saperi, talvolta concettualmente ardui.
 

Il suo è certamente un pensiero sistematico, ma questa sistematicità la si può ricavare dalle molecolari tracce scritte e dal suo parlare. Solo il filo della memoria può tentare di mettere assieme tutto questo.

Io mi sono fatto una idea di questo pensiero, perché ho a lungo frequentato le sue riflessioni, le sue argomentazioni, il suo modo di connettere esperienza personale e flusso della storia.

Il mio modo di rendere onore alla sua memoria ed al suo valore è quello di rendere disponibili queste tracce frammentarie. 

Forse qualcuno rintraccerà a sua volta queste pagine e potrà aggiungerle ai propri ricordi e magari aiutarmi a "scolpire" ancora la sua persona attraverso altre tracce biografiche.

 

Ho lanciato nella rete questo ricordo: sarei molto grato a chiunque  volesse  inviarmi ricordi o altre testimonianze sulla sua vita ed il suo lavoro intellettuale.

 

AYMONE TULLIO

ARGOMENTAZIONE IN TEMA DI CULTURA POPOLARE, dattiloscritto 1 marzo

, 1959, p. 6
AYMONE TULLIO

GIUSEPPE COCCHIARA: POPOLO E LETTERATURA (RECENSIONE) in RINASCITA N. 12 1959

, 1959, p.
AYMONE TULLIO

RELAZIONE SOCIALE PER IL COMUNE DI SAN DONATO MILANESE, dattiloscritto senza data, probabilmente

anni Sessanta
, 1960, p. 1-25
AYMONE TULLIO

SCHEMA DI RELAZIONE: PROGETTO GRAMSCI. dattiloscritto senza data, probabilmente anni '60

, 1960, p. 5
AYMONE TULLIO

SCHEMA DI RELAZIONE: L'UOMO PER LE SCIENZE SOCIALI, dattiloscritto senza data, probabilmente anni '60

, 1960, p.
AYMONE TULLIO

LA BASE CULTURALE DELLE SCIENZE SOCIALI, dattiloscritto senza data, probabilmente anni '60

, 1960, p.
AYMONE TULLIO

APPUNTI DI ANTROPOLOGIA CULTURALE AL CORSO UNSAS - SCUOLA PER ASSISTENTI SOCIALI, senza

data, probabilmente anni '60 - dottiloscritto

, 1960, p. 1-11
AYMONE TULLIO

PROBLEMI UMANI E PIANIFICAZIONE URBANISTICA NEL MILANESE in CENTRO SOCIALE n. 43/44

, 1962, p. 125-131
AYMONE TULLIO

STUDI PRELIMINARI ALLA PROGETTAZIONE URBANISTICA PER IL TEMPO LIBERO A LIVELLO COMUNALE

E COMPRENSORIALE

COLLETTIVO DI ARCHITETTURA, 1962, p.

AYMONE TULLIO

RICERCA SOCIOLOGICA E INTEGRAZIONE SOCIALE NELLE AREE IN SVILUPPO, appunti

COLLETTIVO DI ARCHITETTURA, 1962, p.

AYMONE TULLIO

SVILUPPO ECONOMICO E PROBLEMI SOCIALI NEL SUD MILANESE, in PROBLEMI DEL SOCIALISMO n. 1

, 1963, p. 41-59
AYMONE TULLIO

FISIONOMIA STRUTTURALE DELLA POPOLAZIONE DI UNA "COREA", in PROBLEMI DEL SOCIALISMO n. 4

, 1963, p. 445-463
AYMONE TULLIO

LA CULTURA D'AVANGUARDIA DI FRONTE AI PROBLEMI SESSUALI, in PROBLEMI DEL SOCIALISMO n. 5

, 1963, p. 624-631
AYMONE TULLIO

STORIA DI UN CIRCOLO CULTURALE in RINASCITA 2 FEBBRAIO

, 1963, p. 26
AYMONE TULLIO

UNA "COREA" MILANESE in RINASCITA 18 MAGGIO

, 1963, p. 9-10
AYMONE TULLIO

ORGANIZZAZIONE DELLE STRUTTURE DI TEMPO LIBERO

, 1963, p.
AYMONE TULLIO

INDAGINE A BUCCINASCO, in COLLETTIVO DI ARCHITETTURA DI MILANO

, 1963, p.
AYMONE TULLIO

POPOLAZIONE RESIDENTE E TURISTICA E FUNZIONE DELLE COSTE

ITALIA NOSTRA DI GENOVA, 1964, p. 7-16

AYMONE TULLIO

LA LIBERTA' DI SCEGLIERMI UN LAVORO, in RINASCITA n. 8

, 1965, p. 15-16
AYMONE TULLIO

INTERVENTO E AZIONE CULTURALE NELLA SOCIETA' CHE SI CONTRADDICE, in INSERTO DI RINASCITA "il

contemporaneo"
, 1965, p. 11-13
AYMONE TULLIO

APPUNTI DI SOCIOLOGIA, SCUOLA UNSAS, dattiloscritto senza data, probabilmente anni '60

, 1965, p. 1-16
AYMONE TULLIO

TEMPO LIBERO E FUNZIONE DELLE COSTE, seminario di studio di Italia Nostra, senza data, probabilmente

anni '60
, 1965, p.
AYMONE TULLIO

CARATTERE E FUNZIONE DEL CIRCOLO RICREATIVO E CULTURALE NEI SUOI SVILUPPI STORICI E NEL

MOMENTO PRESENTE, TESI PER IL CONGRESSO NAZIONALE DELL'ARCI, DATTILOSCRITTO SENZA DATA,

probabilmente anni 60

, 1965, p.
AYMONE TULLIO

POLITICA CULTURALE DELL'ENTE LOCALE IN RAPPORTO ALLA ORGANIZZAZIONE DEL TERRITORIO, AL

TEMPO LIBERO ALLA SCUOLA E ALLE TRADIZIONI DELL'AMBIENTE IN CUI ESSO OPERA, intervento al

Convegno di Modena 11-12 giugno

, 1966, p. 7-21
AYMONE TULLIO

POLITICA CULTURALE DELL'ENTE LOCALE IN RAPPORTO ALLA ORGANIZZAZIONE DEL TERRITORIO, AL

TEMPO LIBERO ALLA SCUOLA E ALLE TRADIZIONI DELL'AMBIENTE IN CUI ESSO OPERA, in LA CULTURA

POPOLARE ANNO XXXVIII

, 1966, p. 209-220
AYMONE TULLIO

PSICHIATRIA E CLASSI ECONOMICHE, in RINASCITA- INSERTO IL CONTEMPORANEO MARZO

, 1966, p. 7-8
AYMONE TULLIO

INTERVENTO AL QUARTO CONGRESSO NAZIONALE DELL'ARCI

, 1966, p. 53-59
AYMONE TULLIO

GLI UOMINI E I PROBLEMI in RINASCITA - INSERTO "IL CONTEMPORANEO" SETTEMBRE

, 1966, p. 3-4
AYMONE TULLIO

MARXISMO SOCIOLOGIA RICERCA EMPIRICA in PROBLEMI DEL SOCIALISMO N.18

, 1967, p. 607-618
AYMONE TULLIO

INTELLETTUALI, SCIENZE SOCIALI,REALTA' ITALIANA in PSICOTERAPIA E SCIENZE UMANE N. 4.

, 1967, p. 1-5
AYMONE TULLIO

PATOLOGIA SOCIALE IN AMBIENTE URBANO in RICERCA SOCIALE IN AMBIENTE URBANO

ISTISS, ROMA, 1967, p. 204-212

AYMONE TULLIO

INDAGINE SUL LODIGIANO, in ILSES-ISTITUTO LOMBARDO PER GLI STUDI ECONOMICI E SOCIALI

, 1967, p.
AYMONE TULLIO

INTRODUZIONE a UOMINI E CITTA' di P.H. CHOMBART DE LAUWE

MARSILIO EDITORI, 1967, p. 9-24

AYMONE TULLIO

I PROBLEMI DELLA SOCIOLOGIA E L'ISTITUTO DI TRENTO in RINASCITA N. 51

, 1967, p.
AYMONE TULLIO

SCIENZE SOCIALI E PSICOTERAPIA in RINASCITA N. 38

, 1967, p. 19-20
AYMONE TULLIO

POTERE LOCALE E BUROCRAZIA NELL'ESPERIENZA DELLA SINISTRA in INCHIESTA N. 40

, 1967, p. 3-9
AYMONE TULLIO

PATOLOGIA SOCIALE IN AMBIENTE URBANO in RICERCA SOCIALE IN AMBIENTE URBANO

, 1967, p.

AYMONE TULLIO, SPINELLA MARIO

LA RICERCA DI NUOVI "VALORI" NELLA GIOVENTU' ITALIANA DI OGGI, in RINASCITA n. 8

, 1968, p. 19-20
AYMONE TULLIO

A PROPOSITO DELLA PSICOTERAPIA DELLA FAMIGLIA, in PROBLEMI DEL SOCIALISMO n. 37

, 1968, p. 1433-1439

AYMONE TULLIO

SOCIOLOGIA, appunti dattiloscritti, Scuola Unsas 1967/1968

, 1968, p. 1-57
AYMONE TULLIO

RICERCA SUL CONDIZIONAMENTO SOCIALE AL RISULTATO SCOLASTICO NELLA SCUOLA DELL'OBBLIGO DI

SESTO SAN GIOVANNI. FASCICOLO 1: IL CONDIZIONAMENTO SOCIO-ECONOMICO

COMUNE DI SESTO SAN GIOVANNI, 1968, p. 70

AYMONE TULLIO

RICERCA SUL CONDIZIONAMENTO SOCIALE AL RISULTATO SCOLASTICO NELLA SCUOLA DELL'OBBLIGO DI

SESTO SAN GIOVANNI. FASCICOLO 2: IL CONDIZIONAMENTO SOCIOCULTURALE

COMUNE DI SESTO SAN GIOVANNI, 1968, p.

AYMONE TULLIO

DIMENSIONE SOCIOLOGICA NELL'INTERVENTO URBANISTICO A SCICLI

, 1968, p. 38
AYMONE TULLIO

PIANO DI LAVORO PER LE SCIENZE SOCIALI

, 1969, p.
AYMONE TULLIO

NASCITA E SVILUPPO DELLE SCIENZE SOCIALI, LEZIONE E DIBATTITO C/O CENTRO STUDI PSICOTERAPIA

, 1969, p.
AYMONE TULLIO

MOVIMENTO OPERAIO, INTELLETTUALI, OPERATORI SOCIALI in PSICOTERAPIA E SCIENZE UMANE N. 11

, 1969, p. 5-15
AYMONE TULLIO
ARGOMENTAZIONE
, 1969, p.
AYMONE TULLIO

IL POTERE DI BASE, gruppo di studio, Università di Trento, appunti

, 1969, p.
AYMONE TULLIO

INDIVIDUO SOCIETA' LAVORO POLITICO

, 1969, p.
AYMONE TULLIO

CONSUMISMO E PARTECIPAZIONE NELLA SOCIETA' NEOCAPITALISTICA in PROBLEMI DEL SOCIALISMO N.

49
, 1970, p.
AYMONE TULLIO

SEMINARIO "GRUPPI DI PARTECIPAZIONE POLITICA", Universita' di Trento 1969-70, Appunti

, 1970, p.
AYMONE TULLIO

ORIGINE E SVILUPPO DELLE SCIENZE SOCIALI, relazione al Centro Studi di psicoterapia, psicopedagogia,

metodologia istituzionale di Milano . Appunti

, 1970, p.
AYMONE TULLIO

RICERCA SUL CONDIZIONAMENTO SOCIALE AL RISULTATO SCOLASTICO NELLA SCUOLA DELL'OBBLIGO

DI SESTO S.G.

COMUNE DI SESTO S.G., 1970, p.

AYMONE TULLIO

STUDENTI LAVORATORI E GRUPPI DI LAVORO

, 1970, p.
AYMONE TULLIO

INDIVIDUO, SOCIETA, LAVORO POLITICO, Universita' di Trento 1969-70, Appunti

, 1970, p.
AYMONE TULLIO

INTRODUZIONE, in LINEAMENTI DI UNA SOCIOLOGIA MARXISTA di ZYGMUNT BAUMAN

EDITORI RIUNITI, 1971, p.

AYMONE TULLIO

SOCIOLOGIA DELL'EDUCAZIONE. Universita' di Trento CORSO 1971-1972, Appunti

, 1971, p.
AYMONE TULLIO

SOCIOLOGIA DELL'EDUCAZIONE. Universita' di Trento CORSO 1970-1971, Appunti

, 1971, p.
AYMONE TULLIO

SCUOLA DELL'OBBLIGO CITTA' OPERAIA

LATERZA, 1972, p. 200

AYMONE TULLIO

LEZIONI AL CORSO DI SOCIOLOGIA DELL'EDUCAZIONE

REGISTRAZIONI SU CASSETTA, 1973, p.

AYMONE TULLIO

SOCIOLOGIA DELL'EDUCAZIONE. Universita' di Trento CORSO 1973, Appunti

, 1973, p.
AYMONE TULLIO

INTERVENTO AL CONVEGNO REGIONALE PROMOSSO DALL'ARCI - UISP DELL'EMILIA ROMAGNA, BOLOGNA

28 FEBBRAIO
, 1976, p. 32-34
AYMONE TULLIO

PARTECIPAZIONE POLITICA DI TERRITORIO: UNA RIFLESSIONE POLITICA INCHIESTA N. 22

, 1976, p.
AYMONE TULLIO

SPONTANEITA' E ORGANIZZAZIONE DELL' ASSOCIAZIONISMO, in CULTURA DI MASSA E ISTITUZIONI

DE DONATO, 1976, p. 107-114

AYMONE TULLIO

INTERVENTO SU: POTERE, AUTORITA', IDENTIFICAZIONE, GENERAZIONI, PAURA, in PSICOTERAPIA E

SCIENZE UMANE n. 1/2

, 1976, p. 9-13
AYMONE TULLIO

FORME DI PARTECIPAZIONE A LIVELLO DI TERRITORIO in NOTE E RASSEGNE N. 45

, 1977, p. 83-88
AYMONE TULLIO

ASSOCIAZIONISMO CULTURALE,RICREATIVO E SPORTIVO in RIFORMA DELLA SCUOLA N. 5

, 1977, p.
AYMONE TULLIO

TENSIONI POPOLARI E SVILUPPO DELLA SCIENZA in INCHIESTA N. 34

, 1978, p. 3-11
AYMONE TULLIO

BUROCRATIZZAZIONE DELLA POLITICA DELL'OVEST E DELL'EST in POTERE ED OPPOSIZIONE NELLE

SOCIETA' POST-RIVOLUZIONARIE

ALFANI,QUAD.DEL MANIFESTO N.8, 1978, p. 241-245

AYMONE TULLIO

PROGETTO DI RICERCA SUGLI OPERATORI CULTURALI, COMUNE DI FIORANO MODENESE -

DATTILOSCRITTO
, 1978, p. 1-11
AYMONE TULLIO

POTERE LOCALE E BUROCRAZIA NELL'EPERIENZA DELLA SINISTRA, in INCHIESTA n. 40

, 1979, p. 3-9
AYMONE TULLIO

NUOVA COMPLESSITA' SOCIALE ED AREE DI EMARGINAZIONE, in Conferenza economica cittadina, Comune

di Modena
, 1982, p. 1-6
AYMONE TULLIO

LE AGGREGAZIONI GIOVANILI NELLA REALTA' MODENESE, in PROBLEMI DELLA TRANSIZIONE n: 11/12

, 1983, p. 143-151
AYMONE TULLIO

GLI POLITICHE SOCIALI A UN BIVIO: L'ESPERIENZA DELLA SINISTRA ITALIANA NELLE AMMINISTRAZIONI

LOCALI, in INCHIESTA N. 66

, 1984, p. 16-23
AYMONE TULLIO

COMUNICAZIONE E CULTURA DEI PARI, in Atti del Convegno della Presidenza del Consiglio dei Ministri

COMUNICAZIONE DROGA, 5-7 luglio

, 1984, p. 49-58
AYMONE TULLIO

OLTRE L'HOMO POLITICUS: STRATEGIE E CULTURA NEL WELFARE STATE, IN RINASCITA N. 14

, 1985, p. 44-46
AYMONE TULLIO

L' ARTE DI STUDIARE IL GOVERNO, in RINASCITA n. 5

, 1985, p. 8-9
AYMONE TULLIO

SE LA DEMOCRAZIA DIVENTA VITA QUOTIDIANA, in RINASCITA n. 20

, 1985, p. 8-10
AYMONE TULLIO

CULTURE GIOVANILI, GRUPPI DEI PARI E MODIFICAZIONI DELLA SOCIETA' ITALIANA, in PSICOTERAPIA E

SCIENZE UMANE n. 2
, 1985, p. 19-27
AYMONE TULLIO

UNA OCCASIONE DI FORMAZIONE SUL CAMPO, in REGIONE EMILIA ROMAGNA , SPAZIO GIOVANI-RICERCA

SUI CENTRI DI AGGREGAZIONE GIOVANILE senza data, probabilmente anni '80

, 1985, p.
AYMONE TULLIO

GIOVANI PROGETTUALITA' E ISTITUZIONI, in PROGETTO GIOVANI - UN PERCORSO DI EMANCIPAZIONE

DELLA CITTA', COMUNE DI MODENA

, 1985, p. 85-89
AYMONE TULLIO

SOCIOLOGIA E DINTORNI, in PSICOTERAPIA E SCIENZE UMANE n. 3

, 1986, p. 52-58
AYMONE TULLIO

A PROPOSITO DELL'INDIVIDUO: SOGGETTI E SISTEMI IN UN CONTESTO STORICO O AGNOSTICO? In

Psicoterapia e scienze umane n. 3

, 1986, p. 131-144
AYMONE TULLIO

MOVIMENTO OPERAIO, POLITICHE SOCIALI E PARTECIPAZIONE, in I NUOVI MOVIMENTI, a cura di M.

Bonacini

IL LAVORO EDITORIALE, 1986, p. 55-67

AYMONE TULLIO

CULTURA POLITICA E STILI DI DIREZIONE NELLA PUBBLICA AMMINISTRAZIONE in LA FORMAZIONE NEL

PUBBLICO IMPIEGO: PROCESSI DECISIONALI, AMMINIS

FRANCO ANGELI EDITORE, 1987, p. 35-41

AYMONE TULLIO, LA ROSA MICHELE

LA FORMAZIONE DEI DIRIGENTI SOCIO-SANITARI, in LA FORMAZIONE NEL PUBBLICO IMPIEGO: IL

PROBLEMA DELLA DIRIGENZA LOCALE

ANGELI, 1987, p. 23-120

AYMONE TULLIO

ALCUNE QUESTIONI DI METODO, in LA CULTURA DEGLI ENTI LOCALI (1975-1985), a cura di Mariuccia Salvati

e Lucia Zannino

ANGELI, 1988, p. 155-160

AYMONE TULLIO

NOI E I SERINGUEIROS, in RINASCITA n. 7

, 1989, p. 28
AYMONE TULLIO

AMAZZONIA: PERCHE' UCCIDONO GLI UOMINI E LE FORESTE, in RINASCITA n. 2

, 1989, p. 22-23
AYMONE TULLIO

SE DIRIGERE DIVENTA STILE, in RINASCITA n. 7

, 1989, p. 12-13
AYMONE TULLIO

GLI SCENARI PER POSSIBILI PROCESSI DI APPRENDIMENTO RECIPROCO FRA CULTURE DIVERSE,

dattiloscritto in IMMIGRAZIONE SAPERNE DI PIU', EMILIA ROMAGNA

, 1990, p. 508-518
AYMONE TULLIO

UN ESEMPIO DI RAPPORTO INTEGRATO FRA NATURA E SISTEMI DI VITA, in FILOSOFIA E AMBIENTE DI

VITA - ATTI DEL CONVEGNO MAZIONALE DI MONTE S. ANGELO (FG) 14-16 SETTEMBRE 1995, a cura di

Domenico di Iasio

LEVANTE EDITORI, 1995, p.

LA ROSA MICHELE, AYMONE TULLIO

ALLA RICERCA DELL'AMMINISTRAZIONE ruolo, identità, professionalità degli amministratori locali

FRANCO ANGELI EDITORE, 1995, p. 228

AYMONE TULLIO (a cura di)

RICERCHE E RICERCHE - AZIONE - DIMENSIONE LOCALE: MODENA, CIRCOSCRIZIONE S. FAUSTINO

, 1995, p.

AYMONE TULLIO, PAVARINI MASSIMO (a cura di)

RICERCHE E RICERCHE - AZIONE - DIMENSIONE LOCALE: BOLOGNA, IL QUARTIERE RENO

, 1995, p.
AYMONE TULLIO

AMAZZONIA i popoli della foresta

BOLLATI BORINGHIERI, 1996, p. 230

AYMONE TULLIO

GLI ESITI DEL MODELLO POLANYIANO NEGLI SVILUPPI DELLA RICERCA ANTROPOLOGICA, in INCHIESTA N.

117/118 1997
, 1997, p. 73-83
AYMONE TULLIO

IL RUOLO DELLA PARTECIPAZIONE in Popolazioni protagoniste dello sviluppo locale nei paesi del Sud del

mondo

INCHIESTA N. 126, EDIZIONI DEDALO, 1999, p. 2-5

AYMONE TULLIO

UN PROGETTO DI RICERCA COMPARATIVA TRA REALTA' SOCIALE ITALIANA E BRASILIANAI, in INCHIESTA

N. 137-138
, 2002, p. 64-69
AYMONE TULLIO

UN CONSIDERAZIONI SULLA PARTECIPAZIONE POLITICA NELL'ERA DELLA GLOBALIZZAZIONE, in

INCHIESTA N. 137-138

, 2002, p. 48-63

AYMONE TULLIO, GOMES ANA MARIA RABELO

DUE TESTI DI TULLIO AYMONE, IN INCHIESTA N. 137-138

, 2002, p. 46-47
domenica, 12 agosto 2007

Nuvole

Quando si sfiora la felicità entrando in contatto fisico e mentale con un artefatto.

Il libriccino ha 30 pagine.: “di questo volumetto sono stati ultimati presso la Tipolitografia S. Eustachio 300 esemplari” dice il fronte di copertina.

Già questo, nell’epoca dei consumi di massa, è un fatto raro. Possedere un oggetto che ha incontrato le pulsioni desideranti di solo poche decine di persone … potrei incontrale una ad una …

Poi queste pagine contengono “89 nuvole” di Mark Strand.. Proprio così: 89 nuvole. Non una di più, non una di meno.

Dice il poeta: “Il libro è composto da una lista. La lista è costituita dall’uso ripetuto di un‘ unica parola. La si può leggere nella sua interezza, o per frammenti. Ogni apparizione della parola ripetuta ha un carattere diverso, un tono diverso. A tratti si potrà pensare le apparizioni appartengano alla poesia, a tratti alla prosa, e persone diverse le penseranno in modo diverso. Il significato a volte importa, a volte no. Queste nuvole le si può leggere in tutta souplesse sia prima di addormentarsi che al risveglio”     (“al risveglio”: ma guarda, …. una sincronicità …”)

Poi, ancora, la traduzione è di Damiano Abeni, un medico epidemiologo che traduce poesie americane da 35 anni in modo assolutamente mirabile. Con una aderenza ai significati ed ai suoni ed alle loro relazioni che lascia attoniti per la ammirazione. Dice Damiano Abeni: “Le traduzioni sono piane e tendono ad essere fedeli. Per quanto riguarda la nuvola 23, Strand privilegia “Le nuvole sono trascinate da uccelli invisibili” . Ma il lettore sappia che interpretazioni altrettanto legittime sono: “Le nuvole sono disegnate da uccelli invisibili”, e “ Le nuvole sono attratte da uccelli invisibili”.
Ai più curiosi potrà interessare che sulla nuvola 25 (una ‘cloud’ senza ‘u’ – che si pronuncia come ‘you’, ovvero ‘te’ o ‘voi’ – è una ‘clod’, ovvero una ‘zolla’) ho giocato al gioco dell’autore, dimenticandomi del significato dell’originale: qui ‘una parte di voi’ è ‘vo’:

 
Una nuvola senza una parte di voi è quasi nulla
 

Provo a rendere una approssimativa delizia della mente nel leggere questa lista.

Dunque … Dice Mark Strand: “Ogni apparizione della parola ripetuta ha un carattere diverso, un tono diverso”

Entriamo in questo sguardo, lo sguardo immaginifico di Strand.

 
Nuvola 2:
Le parole sulle nuvole sono nuvole loro stesse
 

Quindi: anche le parole sono evanescenti. Fluttuano … si muovono

 

E se c’è qualche evento esterno?

Nuvola 3:
Se nevica in una nuvola, solo la nuvola lo sa
 

E poi ci sono le relazioni. Il processo che lega le cose della vita-mondo.

Nuvola 4:
Per ogni nuvola c’è un’altra nuvola
 

Le nuvole hanno anche un’etica. Riflettiamo … riflettiamo noi che cerchiamo appigli per le azioni ed i comportamenti:

Nuvola 66:
Le nuvole non possono sbarrarti il passo
 
Soffrono.
Nuvola 19:

Il dolore delle nuvole non riusciamo nemmeno ad immaginarcelo

 

E poi c’è qualcosa di molto particolare nei loro amori. Qualcosa che ora, dopo avere accolto lo sguardo di Mark Strand, potremmo percepire quando le guardiamo, di sera, di mattina presto, nei pomeriggi di blu e bianco.

Nuvola 13:
Le nuvole sono innamorate degli orizzonti
 



 

Per le altre nuvole invito a leggere:

Mark Strand, 89 nuvole (89 Clouds), a cura di Damiano Abeni con una nota di Marco Giovenale, Edizioni l’Obliquo, Brescia 2003

http://www.edizionilobliquo.it/


venerdì, 20 luglio 2007

I Notturni di Nina Simone

Estate 2007.
Per prima delle notti.
Per le notti.
Buone notti.



I notturni di Nina Simone

1. A Single Woman - A Single Woman, 1993

2. Don't Explain - Live: Let It all Out, 1965

3. He Was Too Good To Me - Live At The Village Gate, 1962

4. I'll Look Around - Saga of the Good Life and Hard Times, 1968

5. I Don't Want Him Anymore - Live at Town Hall, 1959

6. If He Changed My Name - Live At The Village Gate, 1962

7. Just Say I Love Him - Forbidden Fruit, 1963

8. Keeper Of The Flame - High Priestess of Soul, 1967

9. Lilac Wine - Wild is the Wind, 1965

10. My Father - Baltimore, 1978

11. Black Is The Color Of My True Loves Hair - Live at Town Hall, 1959


12. When I Was In My Prime - The Lady Has the Blues, 1957

13. Who knows where the time goes - Live, Black Gold, 1970

14. Wild Is The Wind - Live at Town Hall, 1959

15. Will I Find My Love Today - Live at Carnegie Hall, 1963


giovedì, 28 giugno 2007

Walter Veltroni: il discorso al Lingotto di Torino, 27-06-2007


 

Trovo il testo integrale della relazione di Walter Veltroni a Torino - Lingotto.
Poi lettura di dettaglio. E sottolineature.
Poi scalettazione
E, solo infine, mio pensiero sul diario

Ci sono. Fatto.
Riscaletto a mio piacere intellettuale.

1. la politica ritorna ad usare anche concretamente  il linguaggio simbolico. Spero  proprio che Veltroni continuerà con questo stile. Stafregandosene degli invidiosi che lo etichettano di "sognatore idealista".

 

"Torino, prima Capitale d’Italia, a quasi centocinquant’anni di distanza è un richiamo alla nostra unità nazionale, all’unità del Paese. Le cose migliori di Torino hanno avuto un significato per il Paese, sono diventate valori nazionali, spesso elementi concreti costituenti della storia d’Italia. Ecco perché Torino è il Nord che non si vuole mai contrapporre allo Stato.

Torino città degli inizi, che dà avvio ai grandi processi, che sa mettere in cammino le cose, che guarda e proietta le idee oltre di sé. E il Lingotto, luogo operaio che attraverso Renzo Piano diventa luogo della cultura, simbolo della capacità della città di non rinunciare, di reinventarsi."

Bel colpo Walter!

2. Nuova identità, nascente da una fusione culturale che fa i conti con qualche buon tratto culturale delle tradizioni civiche italiane:

 

"Non c’è un “noi” e non ci sono “gli altri”, quando si parla degli italiani.

E non ci può essere “noi” e “gli altri” nemmeno quando si tratta del rapporto tra fede e laicità. La cosa peggiore che il Paese potrebbe avere in sorte è la contrapposizione esasperata tra integralismo religioso e laicismo esasperato. E’ un paradosso insostenibile: il bipolarismo politico e istituzionale deve ancora diventare compiuto mentre a dominare la scena ci sarebbe un dannoso e paralizzante “bipolarismo etico”.

No, non può essere. La risposta è nella sintesi. Nel punto di equilibrio, che è dovere della politica e delle istituzioni cercare, tra il valore pubblico delle scelte religiose delle persone e la laicità dello Stato. A nessun cittadino che abbia fede, quale essa sia, si chiederà di lasciare fuori dalla porta della politica il proprio percorso spirituale e i propri valori. Anche i non credenti devono rispettare e tener di conto le opinioni di chi, mosso dalla fede, può portare alimento alla vita pubblica. Al tempo stesso, ognuno è tenuto a rispettare quel che la nostra Costituzione afferma e salvaguarda: la laicità dello Stato Repubblicano.

Ed è la democrazia stessa a imporre, a chi è legittimamente mosso da considerazioni religiose, di tradurre le sue preoccupazioni in valori universali e in proposte concrete ispirate alla ragionevolezza, e non specifici della sua religione. In una democrazia pluralista non c’è altra scelta."

Una perfetta lezione di educazione civica.
Che, temo, sarà poco sottolineata.
E ancor meno adottata come comportamento.
I carattere degli italiani è quello di darsi una identità sempre CONTRO un'altra identità.
L'ho sperimentato su di me. Io stesso mi sento parte di questa modalità comunicativa  che passa attraverso la denigrazione morale dell'interlocutore.
Ci vuole grande disciplina per venirne fuori.
Esserne avvertiti è importante
Grazie Walter!

3. Valori
Il terreno dei valori è scivoloso.
Si può slittare.
E poi il confronto sui valori entra in collisione sulla INTERPRETAZIONE che ciascuno dà di ogni singolo valore.
A maggior ragione Veltroni ha argomentato, ovviamente parlo per me, bene.
Perchè, in alcuni passaggi chiave, si è ancorato ancorato al principio fondante della democrazia, associato a quello della libertà individuale:

"un’identità che si definisce con la più grande conquista del Novecento: la coscienza che le comunità umane possono esistere e convivere solo con la libertà individuale e collettiva, con la piena libertà delle idee e la libertà di intraprendere. Con la libertà intrecciata alla giustizia sociale e all’irrinunciabile tensione all’uguaglianza degli individui, che oggi vuol dire garanzia delle stesse opportunità per ognuno."

"Sei anni come Sindaco di Roma mi hanno convinto, e credo di poter dire abbiano convinto soprattutto i cittadini romani, al di là delle naturali e legittime convinzioni di ognuno, che è possibile confrontarsi in modo civile e trasparente senza che nulla venga tolto alle rispettive idee. Avendo come unico ed esclusivo interesse il bene della propria comunità, la qualità della vita delle persone."

Sarà, finalmente, la casa dei “democratici”. La più bella definizione di sé che un essere umano possa dare.

“Pensando e ripensando - è stato detto - non trovo altro fondamento della democrazia che questo: il rispetto di sé. La democrazia è l’unica forma di reggimento politico che rispetta la mia dignità, mi riconosce capace di discutere e decidere sulla mia vita pubblica. Tutti gli altri reggimenti non mi prestano questo riconoscimento, mi considerano indegno di autonomia fuori della cerchia delle mie relazioni puramente private e familiari. La democrazia è, tra tutti, l’unico regime che si basa sulla mia dignità in questa sfera più ampia… Essere democratici vuol dire assumere nella propria condotta la democrazia come ideale, come virtù da onorare e tradurre in pratica”.

Sono parole di Gustavo Zagrebelsky"


mercoledì, 27 giugno 2007

Riforma delle pensioni: trattativa Governo-Sindacati

partenoneFaticosa trattativa per le pensioni e ulteriore "rottura" nella notte della negoziazione.

L'ala massimalista della sinistra centro, per rincorrere le ali estreme delal Cgil, minaccia l'uscita dal governo Prodi. Ai tempi della Terza Internazionale la chiamavamo :  "i partiti cinghia di trasmissione dei sindacati". Costoro vivono sul riflesso  del passato.

Osservo in questi giorni la difficoltà di fare riforme in un paese attraversato da un reticolo impressionante di gruppi di interesse e di pressione.
Ciascuno  con obiettivi radicalmente contraddittori  ed opposti all'altro e ciascuno in grado di influire  su qualche partito di riferimento. Meglio se piccolo e molto condizionante sulla propria coalizione debole. E questo vale sia per la destra centro che per la  sinistra centro .
Oggi è in agenda la quarta riforma delle pensioni dopo quelle di Amato (1992) , Dini  (1985) e Berlusconi Maroni (2004).
I sindacati italiani (tutti, indipendentemente dalle culture di riferimento) sono stati i killer dei sistemi pensionistici. Il loro killeraggio è avvenuto attraverso 3 tappe:

- accettazione e sostegno per 50 anni delle pensioni di anzianità. Con la creazione di un vasto gruppo di pensionati baby (in pensione dopo 15 anni o dopo 19 anni di lavoro retribuito). Gli stessi che chiedono oggi l'adeguamento delle pensioni minime. In una piccola via del mio buen ritiro ne conosco almeno 3. Ed è una piccolissima via di 12 famiglie residenti. Allegri pensionati baby che bivaccano nei bar.

- introduzione negli anni '60 e '70 un meccanismo di rivalutazione delle pensioni dei lavoratori dipendenti sulla base della dinamica salariale del settore industriale (non al costo della vita, che era già allora il vero profilo riformistico) e calcolo della pensione non sui contributi versati durante la vita lavorativa, ma sulla base della retribuzione dell'ultimo triennio. Leggi 3.6.1975 n.160 e   18.3.1978 n. 238. Queste irresponsabilissime scelte hanno letteralmente divorato il risparmio previdenziale, non lasciando alcun margine di accumulo per le giovani generazioni

- sottovalutazione ad ogni politica di efficace ricongiunzione delle diverse posizioni contributive. E questo in una situazione di mercato del lavoro frammentato in cui sempre più lavoratori passano anche molto velocemente da un lavoro all'altro. Questa sottovalutazione la dice molto sulla loro capacità di intercettare i bisogni e invece su quella di tutelare, per ragioni di tesseramento, solo i lavoratori attuali e il gruppo dei cinquantenni e  sessantenni.

Ebbene oggi sulla trattativa delle pensioni sono ancora questi sindacati, i killer responsabili della crisi del sistema pensionistico italiano, a puntare i piedi, a ricattare, a minacciare la mobilitazione dei loro soli iscritti, ossia per l'appunto i pensionati attuali o quelli che vorrebbero salire sulla chiatta del sistema precedente.

C'è una frase rivelatrice della loro cultura. Quando Epifani, segretario della Cgil, ha sprezzantemente apostrofato il ministro della economia Padoa-Schioppa così:

"non si possono fare le riforme delle pensioni con la calcolatrice in mano".

Mi chiedo come divida costui le spesse di famiglia: vitto, casa, servizi ...

Occorre un ripasso sul tema?

Ecco qui:
 


Riforme delle pensioni
 

L’invecchiamento della popolazione e il conseguente finanziamento dei bisogni dell’età anziana da parte della generazione attualmente occupata tende a diventare sempre meno sostenibile, nel senso che ai bisogni dei padri non possono più provvedere solo i sempre meno numerosi figli. Per questi motivi la riforma del sistema pensionistico propone il problema di un sotterraneo conflitto intergenerazionale che appare insolubile. Questa regolazione legislativa è particolarmente difficile, ma è stato anche osservato che

 

vi sono ragioni per vederla invece come un’occasione per accrescere il volume delle risorse disponibili e per rendere efficiente l’offerta delle prestazioni pensionistiche per le generazioni future senza che ciò avvenga esclusivamente a scapito delle generazioni precedenti [1]

 

2.1. Tensioni strutturali nel sistema della previdenza

 

Sotto il profilo istituzionale, il sistema previdenziale italiano è stato ed è ancora caratterizzato da questi problemi:

-          forte squilibrio finanziario fra la contribuzione dai redditi di lavoro ed entità della spesa pensionistica

-          iniquità di trattamento, causati dalle differenti normative dei vari regimi pensionistici

-          elevata propensione all’utilizzo delle pensioni di anzianità.

Per farvi fronte dal 1992 il sistema previdenziale italiano è stato attraversato da numerosi interventi correttivi. L’obiettivo di tali azioni è stato quello di riequilibrare, nel lungo periodo, l’evoluzione della spesa pensionistica rispetto al prodotto interno lordo, tentando di bilanciare gli effetti negativi dell’invecchiamento della popolazione, della diminuzione dell’occupazione e del rallentamento della crescita economica. Accanto a queste finalità di ordine economico era presente anche la necessità di uniformare le normative pensionistiche del settore pubblico, del settore privato e dei regimi professionali speciali in base a criteri di equità fra le generazioni e all’interno delle generazioni.

Per l’intreccio dei fattori sopra accennati la “questione pensioni” è stata al centro dell’agenda politica italiana. Con riferimento alla storia recente è opportuno ricordare e leggi di riforma del 1968-1975, che hanno realizzato un “patto previdenziale” tra le forze politiche e sindacali e la successiva incessante attività legislativa, tesa a modificare continuamente gli istituti previdenziali esistenti.

Una caratteristica storica del sistema pensionistico italiano è stata il suo finanziamento basato sul modello della “ripartizione”: i contributi versati dai lavoratori non erano accantonati (o “capitalizzati”), ma versati immediatamente ai pensionati. Un simile meccanismo finanziario restava in equilibrio solo fino a quando il gettito dei contributi copriva le somme necessarie al pagamento delle pensioni. Così nel corso del tempo si è aggravata la forbice fra le entrate e le uscite, determinando un ampio consenso sulla gravità degli squilibri creatisi [2] e sollecitando l’individuazione di azioni legislative correttive.

Uno fra gli aspetti di più evidente iniquità del sistema era costituito dalle pensioni di anzianità (in particolare le “baby pensioni”, ossia ottenute dopo un breve periodo di contribuzione). Tale tipologia pensionistica fu introdotta nel 1965, come “misura temporanea” per favorire i processi di ristrutturazione industriale in un periodo di recessione, ma divenne subito strutturale influenzando fortemente le casse previdenziali. La pensione di anzianità consente ad un lavoratore di godere di una rendita dopo un certo periodo di versamenti contributivi, indipendentemente dall’età anagrafica. La conseguenza è che, a parità di contributi versati, i pensionati di anzianità godono di un “rendimento implicito” del proprio risparmio previdenziale nettamente superiore a quello ottenuto dai pensionati di vecchiaia.

 

 

2.2  La riforma Amato

 

Negli anni Novanta il primo tentativo di riforma del sistema previdenziale è stato intrapreso in un periodo di eccezionale emergenza finanziaria. Durante l’undicesima legislatura (1992-1994) il governo Amato ha promosso un primo riordino del sistema previdenziale dei lavoratori dipendenti privati e pubblici con gli obiettivi di: stabilizzare il rapporto tra spesa previdenziale e prodotto interno lordo; garantire trattamenti pensionistici omogenei; favorire la costituzione su base volontaria, collettiva o individuale di forme di previdenza per l’erogazione di trattamenti pensionistici complementari [3].

I punti cardine della riforma Amato sono sintetizzati nel Quadro n. 2

 

Quadro n. 2

La “riforma Amato”, 1992

-          età pensionabile: elevata da 55 a 60 anni per le donne e da 60 a 65 per gli uomini, introducendo alcune gradualità per il periodo 1994-1999 e con esclusione di alcune categorie che conservano i vecchi limiti

 

-          contribuzione minima per la pensione di vecchiaia: elevata gradualmente da 15 a 20 anni di contributi

 

-          integrazione al trattamento minimo: si tiene conto anche del reddito del coniuge che fino ad allora non era preso in considerazione

 

-          indicizzazione: la nuova scala mobile ha una cadenza annuale anziché semestrale ed è agganciata all’indice ISTAT dei prezzi al consumo (cioè all’inflazione) e non più alla dinamica salariale

 

-          cumulo tra pensione e reddito da lavoro: il divieto parziale di cumulo, prima in vigore solo per i redditi da lavoro dipendente, è esteso anche al lavoro autonomo

 

-          introduzione nel sistema previdenziale del modello dei tre pilastri: 1° - obbligatorio e garantito dallo Stato; 2° - collettivo e volontario, con l’istituzione di Fondi pensione garantiti dalla contrattazione; 3° - individuale e collegato alle possibilità di risparmio previdenziale dei singoli

 

 

Questa riforma è stata sicuramente importante, ma insufficiente a risanare il sistema pensionistico italiano. Nel corso della dodicesima legislatura (1994-1995)  il governo Berlusconi presenta una proposta non negoziata con i sindacati articolata nel modo seguente: l’innalzamento dell’età pensionabile a 65 anni per gli uomini e 60 per le donne viene anticipata al 2000; il coefficiente di ricalcalo viene abbassato all’1,75% a partire dal 1996, con possibili ulteriori abbassamenti; possibilità di andare in pensione dopo 35 anni di contributi, ma con una penalizzazione del 3% dell’importo pensionistico per ogni anno che manca al compimento dell’età; annullamento della scala mobile per le pensioni del 1995 e, dal 1996, agganciamento all’inflazione programmata. Questo progetto, per il modo in cui viene proposto e per i suoi contenuti, provoca uno scontro sociale durissimo e non arriva alla approvazione a causa della successiva caduta di questo governo.

 

2.3 La riforma Dini

 

Nella stessa legislatura, la riforma delle pensioni viene ripresa dal governo Dini. Questa volta la negoziazione avviene anche con riferimento alle proposte dei sindacati [4], centrate sulla separazione tra spesa previdenziale e spesa assistenziale, sulla flessibilità dell’età pensionabile e su un calcolo della pensione legato all’intera vita lavorativa. Il compromesso finale tiene conto di queste indicazioni e introduce innovazioni di sostanza nel metodo di calcolo delle rendite pensionistiche con il passaggio da un sistema retributivo ad un sistema contributivo.

I principali orientamenti di questa riforma delle pensioni [5] sono indicati nel Quadro n. 3

 

Quadro n. 3

La “riforma Dini”, 1995

-          calcolo delle pensioni: dal sistema retributivo (imperniato sulla media delle retribuzioni degli ultimi dieci anni lavorativi) si passa, dopo un periodo transitorio di coesistenza, ad un sistema contributivo (basato sull’ammontare dei contributi versati) annualmente indicizzato

 

-          età pensionabile: il requisito diventa flessibile, poiché il lavoratore può decidere liberamente l’età di pensionamento tra i 57 e i 65 anni, purchè abbia almeno cinque anni di contribuzione effettiva

 

-          pensioni di anzianità: attuazione di un regime transitorio orientato, tuttavia, alla loro scomparsa con effetto dal 2009

 

-          previdenza complementare: previsione dell’avvio dei fondi pensione

 

-          previsione di un riordino del settore invalidità e inabilità [6]: requisiti medico-sanitari con riferimento alla definizione di “persona handicappata” [7]; revisione della disciplina delle incompatibilità e cumulabilità delle diverse prestazioni assistenziali e previdenziali; potenziamento dell’azione di verifica e di controllo

 

 

 

Nel 1997 la riforma viene completata estendendo le regole delle pensioni di anzianità anche ai lavoratori del pubblico impiego [8].

 

 

2.4. La riforma Maroni-Berlusconi

 

Le innovazioni introdotte negli anni ’90 hanno modificato in maniera sostanziale il sistema previdenziale italiano. Tuttavia, a parere del Governo Berlusconi, esso mantiene ancora alcuni limiti di equità intergenerazionale, nel senso che:

 

i lavoratori oggi meno anziani dovranno fronteggiare con oneri crescenti il picco della spesa pensionistica a favore delle generazioni già uscite o prossime all’uscita dal mercato del lavoro [9]

 

Così nel 2004 si è arrivati alla approvazione di una ulteriore riforma che dispiegherà i principali suoi effetti a partire dal 2008 [10]. I contenuti essenziali sono ripresi nel Quadro n. 4.

 

Quadro n. 4

La riforma Maroni – Berlusconi, 2004

-          Incentivi al rinvio dell’età pensionabile: chi decide di restare al lavoro potrà, su base volontaria, rinviare il pensionamento per almeno 2 anni, ottenendo in cambio un incremento della retribuzione, non gravato da tasse, pari all'am­montare dei contributi pensionistici pagati dal datore di lavoro e dal lavoratore (32,7%).  Di conseguenza, la permanenza al lavoro comporta che la pensione che si avrà al momento della cessazione del rapporto di lavoro sarà quella maturata nel momento in cui si è compiuta la scelta;

 

-          fino alla fine del 2007 sarà possibile andare in pensione con le regole attuali. Dal 2008 le nuove regole sono:

 

o        pensionamento di vecchiaia all’età di 65 anni per gli uomini e 60 per le donne, oppure con 40 anni di contributi a prescindere dall'età

 

o        pensione di anzia­nità con 35 anni di contributi e 60 anni di età (61 anni per i lavoratori autonomi) senza penalizzazioni, e con 61 dal 2010 (62 per gli autonomi). 2014 l'età anagrafica salirà a 62 anni (63 per gli autonomi)

 

o        le donne potranno continuare ad andare in pensione di anzianità anche dopo il 2008 a 57 anni con 35 anni di anzianità contributiva ma con una penalizzazione: il cal­colo della pensione sarà fatto interamente con il sistema contributivo

 

-          abolizione del pensionamento fles­sibile a 57-65 anni di età previsto dalla riforma del 1995

 

-          estensone del regime contributivo al pensionamento di vecchiaia a 65 anni gli uomini, a 60 anni le donne

 

-          introduzione del “silenzio assenso” per il conferimento del TFR - Trattamento di fine rapporto alle forme di previdenza complementare ed equiparazione tra le varie forme (Fondi pensione negoziali, fondi aperti, forme di previdenza)

 

-          previsione di  regimi speciali a favore dei lavoratori addetti a mansioni usuranti, e regimi agevolativi per le lavoratri­ci madri

 

 

 

Le principali critiche a quest’ultima riforma si sono concentrate sul fatto che gli effetti sono rimandati al 2008, che introduce una rigidità nei requisiti di uscita dal lavoro (abolizione del pensionamento flessibile tra i 57 e 65 anni)  e che non affronta la questione cruciale delle pensioni delle nuove generazioni. Oggi per moltissimi giovani il lavoro è costituito da una somma di lavori discontinui ed occorre adeguare le tutele previdenziali tenendo conto di questo mercato del lavoro fortemente caratterizzato dalla precarietà.

Resta il fatto che nel futuro tende a diventare sempre più strategico il problema di realizzare un nuovo “risparmio previdenziale” da distribuire lungo tutto il corso della vita e sviluppando vari strumenti economico-finanziari di previdenza complementare: Fondi negoziali, Fondi pensione aperti, Piani individuali pensionistici e forme individuali previdenziali.


 

[1]  In: Amato Giuliano, Maré Mauro, 2001

[2] Si veda in proposito: Rampini Federico, 1994; Beltrametti Luca, 1996; Baldissera Alberto, “La rivolta dei cappelli grigi: Il caso italiano e francese”, in: Il paese dei paradossi, a cura di Negri Nicola e Sciolla Loredana, Carocci Editore, Roma, 1996, pp. 53-116

[3] Legge n. 421/1992 e D. Lgs. n. 503/1992

[4] Accordo siglato l’8.5.1995

[5] Legge n. 335/1995

[6] Legge n. 335/1995, art. 3, c. 3

[7] Legge n. 104/1992

[8] Cosiddetta riforma Prodi: Legge n. 449/1997

[9] Dal Rapporto sulle strategie nazionali per i futuri sistemi pensionistrici, predisposto dal Governo Berlusconi ed inviato alla Unione Europea, 2002

[10] Legge n. 243/2004


 
lunedì, 25 giugno 2007

Nina Simone: un ricordo attraverso musica e poesia

Per tutta la settimana ogni giorno dalle ore 22:

LIVEBLOGGERNIGTH PER NINA SIMONE

nina_simone


 
un ricordo ed un viaggio speciale ed ammirato, curato da Francesco Maria Gallo, dedicato alla canzoni di Nina Simone intercalate dalle poesie che  AliceYdulcinea ha scritto ascoltandola.

La voce di Francesco terrà il filo di questa coppia alimentando qualche emozione attraverso una fusione contaminazione, rielaborazione di "parole&parole", versi, musica&musica, parole mute, musica&parole, anima&passione.

La trasmissione è stata registrata ed è disponibile, in tre parti sul sito Esnips

Prima parte:
 
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 Scaletta:

  • Il regno segreto di Nina Simone
  • Hush Little Baby, in Folksy Nina, 1963
  • poesia di Aliceydulcinea:

Infinito è l’andare

questo amore limitato, accerchiato

difeso dall’assalto delle maree.

Persistente è il racconto

nostro delirio che si trasforma in vita,

vita che si eclissa dietro il desiderio.

Immaginarti è il passato

Osservarti è il presente ed il futuro
 Costante il mio dolore,

continua la mia gioia

che immagino e non vivo

Amore che resiste

amore che respira

senza fermare il tempo.

Dilatarsi di cielo azzurro,

nuvole bianche e verde profilo all’orizzonte

certezza del giorno e dubbio dell’anima

suono che atterra la vita

in questo sogno solido e forte
Amore

Suono breve e solitario

interruzione del vociare estraneo.

  • Little Girl Blue, in Little Girl Blue, 1957
  • "Nina canta il testo delle canzoni ..."
  • My Father, in Baltimore, 1978

Seconda parte:

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Scaletta:

  • You Can Have Him, in The Amazing Nina Simone, 1963
  • poesia di Aliceydulcinea:

Contuso il corpo

accosto l’impronta

isolata sul letto.

Scagliata a terra una coperta
sgualcito il lenzuolo,
 calore, umori, odore.
Ascolto il silenzio…

vicino, qualcuno parla

Gravoso addio,

tardivo amore

combattuto desiderio
 che il tempo nega,

e lo spazio rifiuta

noi, soli senza guida

il nostro essere vita.

Vivere insieme pur separati

logiche situazioni, borghesi inganni.

Attenta al tuo parlare

ad inseguir certezze

Negati suoni e parole

rendo emozioni e umori

offro me stessa.

I tuoi occhi…i miei occhi,

parole senza suono né rumore

pura essenza di noi.

Dita leggermente strette

abbandonate tra le tue e poi riprese
lasciate ed afferrate

Gioco senza fine
gesti di tenerezza e affetto
di ansia e turbamento

Abiti veloci, spiegazzati

percorso di sguardi timorosi,

incerto indaghi il tempo
e contempli distratto.

Preda insoddisfatta di certezze
marco il percorso d’amore

Sgrano la mia disperazione

privilegio di pensieri…


 
  • I Loves You Porgy, in I Loves You Porgy, 1957
  • Consummation, in Silk & Soul, 1967
  • poesia di Aliceydulcinea: l'attesa ...
     

Terza parte:

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Scaletta:

  • "Nina Simone appartiene ai classici ..."
  • He Was Too Good To Me, in Live At The Village Gate, 1962
  • poesia di Aliceydulcinea: libero il ricordo ...
  • Lilac Wine, in After Hours, 1965
  • Suzanne, in To Love Somebody, 1969
Ascolta LiveBloggerNight in questi primi giorni dell'estate fino al 30 di luglio, qui:

LIVEBLOGGERNIGTH PER NINA SIMONE

E tanto per non dimenticare

 
"come cantava Nina Simone"  
 

ritorniamo al film Before the Sunset - Prima del tramonto di Richard Linklater:
 




Four-women-Antibes

 


21 giugno 2007

Conservazione

Molto, molto simile per tensione psicologica allo

 
"starei fermo ... molto, molto fermo ..."

di Mauro Corona

 
La mia è la vocazione di un "conservatore ".

Traggo più certezze psichiche in quello che "è già stato" per millenni ed ere geologiche, piuttosto che in improbabili esperimenti sul futuro possibile.



 

Preservare la compiutezza delle cose
 

In un prato
io sono l'assenza
del prato.
È
sempre così.
Ovunque sia
sono ciò che manca.

Quando cammino
fendo l'aria
e sempre
l'aria rifluisce
a colmare gli spazi
in cui è stato il mio corpo.

Tutti abbiamo motivi
per muoverci.
Io mi muovo
per preservare la compiutezza delle cose.

da Mark Strand, L'inizio di una sedia, Donzelli Poesia, 1999
tradotto da Damiano Abeni

Keeping Things Whole

In a field
I am the absence
of field.
This is
always the case.
Wherever I am
I am what is missing.

When I walk
I part the air
and always
the air moves in
to fill the spaces
where my body's been.

We all have reasons
for moving.
I move
to keep things whole

 


sabato, 16 giugno 2007

Sabato e domenica al buen ritiro

Astime mi avverte che ieri c'è stata bufera anche sulle rive del lago.
Spero tanto che il mio faticoso lavoro primaverile per l'orto non sia stato inutile.
Per ora le fasi della crescita sono andate così.
Ecco, in sequenza, la situazione: al 28 aprile e al 10 giugno.
Quindi, in circa un mese e mezzo questi sono i risultati del metodo Cristianini.
Arileggerci lunedì.

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sabato, 02 giugno 2007

Francesco Piccolo: Hong Kong, una mattina ...

books and bookends 4Mi piace molto come scrive Francesco Piccolo, classe 1964.
E' ironico senza enfasi.
E' un fine osservatore della modernità. La modernità degli oggetti che ci circondano.
Tuttavia non mi sarei soffermato così tanto sul suo racconto "Hong Konk, una mattina", se non avessi letto con la consueta partecipazione il post di Dodo Kai Tak.
E invece mi sono fermato, ho letto, riletto e poi anche registrato questo racconto sul  tema dell'apparire agli occhi degli altri:

 
Francesco Piccolo, Hong Kong, una mattina"

Hong Kong, una mattina. Esco dalla mia sontuosa stanza d'albergo a un piano altissimo di un grattacielo. Mi fermo davanti alle decine di ascensori, premo il pulsante e aspetto che uno qualsiasi mi porti giù al sontuoso ristoran­te per la prima colazione. Entro. C'è un signore cinese. Mentre ci diciamo "morning", mi guarda con un'espres­sione stupita, quasi sgrana gli occhi, come se non avesse mai visto un essere umano europeo, o per qualche altro motivo che non capisco. M'inquieta. L'ascensore parte e io e questo signore cinese adesso abbiamo davanti un piccolo viaggio insieme, prima di arrivare laggiù al piano terra, e non mi piace che mi guardi così come continua a guardarmi, a scrutarmi, fisso, con occhi ormai completamente sgranati, tanto che io comincio ad abbassare lo sguardo per l'imbarazzo, fino a quando lui finalmente non parla e dice quel che voleva dire.
Non m'aspettavo che parlasse e così sulle prime non capisco niente, tranne una parola che mi sembra abbastanza inappropriata nel contesto: Hollywood.
Lui ripete la domanda e capisco che sta balbettando: "ma lei è... quella star di Hollywood... non mi viene il nome... è lei, vero?".

Mi ha detto così.
Attenzione; non ha detto: sembra, somiglia. Ha detto: è. Quel che il mio cervello si è messo immediatamente a cercare, così, d'istinto, in risposta a quella domanda confu­sa, prima ancora di capire se il cinese mi stava prendendo per il culo e forse anche perché era chiarissimo che no, non mi stava affatto prendendo per il culo, ma diceva seriamen­te - la prima cosa che il mio assurdo cervello si è messo im­mediatamente a scorrere è un catalogo di volti delle star di Hollywood per capire per chi mi avesse scambiato il cinese. Cioè: alla sua domanda assurda, il mio cervello ha risposto prontamente con una ricerca ancora più assurda per capire a chi somiglio tra tutte le star di Hollywood. Anche se, ri­peto, il cinese non ha detto che somiglio a quella star di Hollywood, ma che sono quella star di Hollywood. Intanto però il nome non gli viene in mente, ma si ricorda il film che dovrebbe chiarirmi chi sono secondo lui. Me lo dice. …
Mi dice: "l'attore di Face/Off. Mi hai capito, ora?". E sapete cosa rispondo io, prontamente? "NicolasCage!" A questo punto, per vari motivi, il cinese fa svanire ogni dubbio: quello che ha davanti non sono io, ma la star hollywoodiana Nicolas Cage.
Provo a immedesimarmi in lui e a cercare di com­prendere i motivi per cui è giunto a questa conclusione. Prima di tutto, il signore cinese ha citato Face/Off. La re­gia è di John Woo, che tutto il mondo conosce come il più famoso regista di Hong Kong, appunto; questo rende immediatamente credibile, e non mi chiedete perché, il fatto che io in quanto Nicolas Cage stia qui a Hong Kong. Sarò venuto a trovare John Woo, forse non ci vediamo dai tempi del film. Poi: in Face/Off gli attori protagonisti so­no due, Nicolas Cage e John Travolta. E io ho detto quel­lo giusto. Ho detto quello giusto non perché assomigli a Nicolas Cage ma perché, tra i due, John Travolta mi sembrava ancora più assurdo di Nicolas Cage. Quindi, poiché dico quello giusto, lui pensa che io stia confermando il fatto che ha ragione.
E non basta: il signore cinese ha desunto da due fatto­ri - il mio iniziale spaesamento e il luogo comune sulle star hollywoodiane in vacanza - che io in quanto Nicolas Cage sono qui in incognito. Non ho nessuna voglia che mi si ri­conosca. Ed è per questo motivo che sto continuando a dirgli che non sono affatto Nicolas Cage e che sono italia­no. E poiché sono in incognito e dico che non sono Nico­las Cage, questo conferma che sono proprio Nicolas Cage. Dirò di più: il fatto che io sostenga di essere italiano, annulla paradossalmente anche l'ultima traccia di verità evi­dente (se, come ormai è chiaro, la mia faccia non solo non smentisce, ma è il motivo palese per cui il cinese pensa che io sia Nicolas Cage), e cioè che il mio inglese è claudicante quanto il suo, se non di più, e con un marcato accento italian-napoletano, quindi come faccio a essere Nicolas Cage; ma presumendo il signore cinese che io sia Nicolas Cage e cioè il grande attore che sarei - e che faccio di tutto per non farmi scoprire -, figuriamoci se non mi metto a fare l'italiano con accento napoletano che parla male l'inglese. E figuriamoci se non mi viene bene a tal punto che sem­bro davvero un italiano. Anche questo elemento, che do­vrebbe strasmentire, invece straconferma e così non c'è più scampo, nonostante io insista a dire con accento clau­dicante che non sono Nicolas Cage, che sono italiano e che non credo nemmeno di assomigliargli, lui dice: "sì, sei in, sei Nicolas Cage!"
e quando usciamo dall'ascensore   io cerco di allontanarmi perché lui comincia a sbracciarsi e a indicarmi, e insomma mi imba­razza - e l'imbarazzo è un altro indizio chiarissimo che io sono Nicolas Cage e non voglio che mi si riconosca; scappo verso il gruppetto dei miei compagni di viaggio mentre lui ferma chiunque si trovi davanti, e parla concitato e mi indica e io intanto racconto ai miei compagni di viaggio quel che mi è successo e perché quel signore mi sta indi­cando a tutti; i miei compagni di viaggio si girano a guar­darlo e a lui lì in fondo sembra che io, in quanto Nicolas Cage, abbia raccontato che un appassionato di Face/Off mi ha scoperto e che ci dobbiamo dileguare. Io davvero sto chiedendo di dileguarci, ma per il fatto che mi vergo­gno come un cane, a questo punto, di non essere davvero Nicolas Cage e di doverlo spiegare a tutti tra dieci secondi al massimo.
Per parte mia, vi dico quello che voi potete immagina­re ma di cui non potete essere certi visto che non mi cono­scete: non assomiglio affatto a Nicolas Cage. ….  non mi ha scam­biato per De Niro, Di Caprio o Brad Pitt. No, solo Nicolas Cage, cioè la faccia cinematografica dell'uomo medio. Ed è a questo punto che scopro la que­stione terribile che vive tra le righe di quel che ha immagi­nato il cinese. Che non è vero soltanto che per gli occiden­tali i cinesi sono tutti uguali, ma è vero anche il contrario. Anche per i cinesi gli occidentali sono tutti uguali.
Così mi sono dileguato. E adesso questo signore cinese penserà per tutta la vita di aver incontrato Nicolas Cage. Quando andrà al cinema, o alla televisione daranno un film con Nicolas Cage, racconterà senz'altro che lui quell'attore lì lo ha conosciuto e gli altri ascolteranno in­creduli e affascinati il suo racconto di quella volta in ascensore quando Nicolas Cage negava di essere Nicolas Cage. E una cosa che di sicuro racconterà per tutta la vita. Non sempre, magari, ma almeno ogni volta che Nicolas Cage apparirà in un film. Per quest'uomo che vive a Hong Kong o in qualsiasi altro posto del mondo, io sono e ri­marrò sempre Nicolas Cage

Francesco Piccolo, Hong Kong, una mattina
in Allegro occidentale, Feltrinelli, 2005, p. 9-13


mercoledì, 30 maggio 2007

Le molte facce di una gatta

Gatta ninasimonante:



Gatta matrimoniale:



Gatta radiofonica:



Gatta talebana:



Gatta informatica:



Gatta cinematografica:

 


lunedì, 28 maggio 2007

Vorrei stare fermo .... molto fermo ...

Vivo al Nord.
In un luogo dalla straordinaria geografia e dalla peggiore antropologia.
Le elezioni amministrative di oggi segnano la grande capacità di consenso che il centro destra sa esprimere al Nord.
Una tendenza potente ed irreversibile. Troppo grandi i numeri.

Quando facevo poltica attiva ed ero ESTROVERSO, dopo la lettura dei risultati entravo in depressione.
Non capitava a tutti, però.   ... No ... i compagni "de sinistra", all'opposto, si ringalluzzivano. Così potevano sfoggiare la loro "diversità".
Più perdevano e più vinceva la Dc, e poi Forza Italia e Lega, più loro si sentivano diversi, identitari, puri, con il pensiero rivolto all'avvenire.  Una specie di nevrosi narci-masochista.

Ora, però sono INTROVERSO.
Disincantato.
E così soffro di meno. Molto di meno.
Osservo che abbiamo raccolto quello che abbiamo seminato: "chi è causa del suo mal ..."
La nostra è una politica per l'insicurezza e la resa all'islamismo interiore.
Ci  meritiamo il risultato.

Mi conforta Mauro Corona e con lui mi dico e ridico:

 
"Vorrei stare fermo ...
Molto fermo"
 

lunedì, 21 maggio 2007

Mario Calabresi, Spingendo la notte più in là

books and bookends 4La lettura dl libro Mario Calabresi, Spingendo la notte più in là. Storia della mia famiglia e di altre vittime del terrorismo, Mondadori, 2007, p. 130, se appena si fa agire un pochino il principio della intermittenza del cuore,  suscita tanta commozione, ma subito dopo ha un benefico potere curativo.

Innanzitutto cura i sopravvissuti ai crimini del terrorismo politico.

Perché ora un involontario protagonista indiretto di quell’orribile decennio comincia a restituire la memoria di chi era morto:

 

“Spararono a mio padre alle 9.15 mentre apriva la portie­ra della Cinquecento blu di mia madre. Era appena uscito di casa, dopo vari tentennamenti che lo avevano portato a rientrare per ben due volte, la prima per sistemarsi il ciuffo, la seconda per cambiarsi la cravatta. Era uscito con una cra­vatta rosa, se la sfilò per metterne una bianca, e a mamma che lo guardava scuotendo la testa e prendendolo in giro ri­spose: «Preferisco questa perché ha il colore della purezza». Lei richiuse la porta senza dare peso a quelle parole.”  (Pag. 32)

 

Dentro di me questo libro cura la cultura storica e il connesso desiderio di giustizia.

Di rado si accosta una scrittura così densa di sé.

In questo libro c’è un controllo di sè che suscita ammirazione.

Come quando, in una recente manifestazione a favore della Palestina cui partecipa anche l’esponente della  sinistra comunista Oliverio Diliberto, un gruppo di ragazzi scrive ancora  sui muri “Calabresi assassino”. O quando, per le vie di Genova, presso un centro sociale trova un volantino con scritto: “Basta menzogne! Luigi Calabresi era un torturatore”. Ecco, Mario si interroga sulla persistenza di questa falsità storica, nonostante la verità processuale chiarita dal giudice, e dice:

 

“Con gli anni ho capito l'efficacia di quella campagna di stampa cominciata proprio nei giorni in cui nascevo. Conia­rono uno slogan che appare inossidabile, semplice, chiaro, capace di attraversare le generazioni. Tanto ben costruito da far pensare a una di quelle operazioni di marketing che og­gi riescono a imporre un marchio. Non c'era però un pubbli­citario dietro la campagna, ma molte teste, tra le più illustri del giornalismo, del teatro, della cultura e dei movimenti, accomunate da una furia vendicatrice che le portò a costrui­re un mostro, a dispetto di evidenze, buon senso e dati di realtà. La benzina che alimentò il motore fu l'indignazione per la morte di Giuseppe Pinelli detto Pino.

Molte volte mi sono chiesto come mi sarei comportato se fossi stato un giornalista allora. E la risposta è netta: mi sarei indignato. La polizia e la questura avevano il dovere di spiegare cos'era successo, senza opacità, senza reticenze, dovevano accertare con severità e chiarezza come era stato possibile che un uomo arrivato in questura sul suo moto­rino e rimasto sotto interrogatorio per tre giorni fosse ca­duto da una finestra, morendo poco dopo. Invece ci furono ambiguità, chiusure, quel pezzo di Stato per il quale lavora­va mio padre, che faceva capo al Viminale e aveva sede in via Fatebenefratelli a Milano, diede una pessima prova di sé e con le sue reticenze insulto il Paese e avallò i più ter­ribili sospetti” (pag 43)

 

Certo fa impressione la continua idealizzazione di quel periodo e la persistenza dell’odio.

Entrambi alimentati da una imponente letteratura che esalta la cultura e le azioni terroristiche come “inevitabili”, “necessarie”, “giustificate” da quella congiuntura politica. Se ne è avuta prova nella ambigua, falsa, fuorviante trasmissione di Gad Lerner.

Qui si respira tutta un’altra aria.

Mario intende restituire l’onore a suo padre Luigi Calabresi.

E nello stesso tempo riesce a dare voce ai sopravvissuti. Mogli (già, perche gli assassinati sono stati prevalentemente uomini) , figli, fratelli, nipoti.

I silenziati di questi ultimi 25 anni. In cui a scrivere la storia del terrorismo politico sono stati gli autori dei delitti.

E’ come se avessero dovuto diventare grandi ed adulti quei piccolini di 3 e 5 anni diventati orfani perché un gruppetto di terroristi fondamentalisti di sinistra e di destra avevano deciso di sparare o a singole persone inermi o a caso, nelle piazze o alle stazioni:

 

“La curiosità di capire, di scoprire cosa si diceva e si scri­veva di mio padre, esplose quando avevo quattordici anni. In quarta ginnasio cominciai a saltare la scuola per anda­re a leggere i giornali dell'epoca nell'emeroteca della bi­blioteca Sormani, a poche centinaia di metri dal palazzo di Giustizia. Continuai a farlo per molto tempo, a volte con pause di mesi, almeno fino alla fine della prima liceo. Ar­rivavo presto la mattina, in anticipo sull'apertura del por­tone, per essere tra i primi a entrare. Mi fiondavo a fare la richiesta dei microfilm e, per evitare code e attese, spesso mi preparavo il foglietto giallo della domanda in anticipo. Prima affrontai il «Corriere della Sera». Partii dalla stra­ge di piazza Fontana per arrivare al giorno dell'omicidio. Era un lavoro solitario e metodico, che cavava gli occhi, ma che mi rapì. Mi immergevo in un'altra epoca, perde­vo il senso del tempo e del presente. Dimenticavo comple­tamente i problemi scolastici, le interrogazioni, il greco, i compagni di classe. Era un'esperienza totalizzante.

… Ancora oggi quando leggo cosa scrivevano, anche con­testualizzando ogni cosa, anche di fronte a uno Stato opa­co e «nemico», non mi capacito di frasi come questa del 6 giugno 1970: «Questo marine dalla finestra facile dovrà ri­spondere di tutto. Gli siamo alle costole, ormai, è inutile che si dibatta come un bufalo inferocito». O una pagina come quella uscita il 1° ottobre 1970, una settimana prima del­l'inizio del processo per diffamazione contro «Lotta Con­tinua», che presto si trasformò in un processo a mio padre: «Siamo stati troppo teneri con il commissario di Ps Luigi Calabresi. Egli si permette di continuare a vivere tranquil­lamente, di continuare a fare il suo mestiere di poliziotto, di continuare a perseguitare i compagni. Facendo questo, però, si è dovuto scoprire, il suo volto è diventato abituale e conosciuto per i militanti che hanno imparato a odiarlo. E il proletariato ha già emesso la sua sentenza: Calabresi è responsabile dell'assassinio di Pinelli e Calabresi dovrà pagarla cara». (pag. 9-11)

 

C’è poi il tema della responsabilità.

L’eterno tema della responsabilità.

La questione per la quale, nel nome dei fattori esterni, quelli economici e “strutturali”, si mette in ombra il filone più fecondo in tema della responsabilità.

Ossia quello soggettivo che fa dire:

“Ma cosa ho fatto io?

Cosa ho provocato con la mia azione”

E’ una questione che viene elusa in più modi.

C’è quella dell’ex terrorista che neppure se lo pone questo problema. Costoro dicono: “quegli anni erano così. Abbiamo fatto quello che credevamo fosse giusto e corrispondente allo spirito del tempo”. “Non ho nulla di cui pentirmi”. Mentre scrivo queste righe ne vedo davanti a me uno che vive dalle mie parti. Crede di lavarsi la coscienza dedicandosi al recupero dei tossicodipendenti e ha lo sguardo torvo di chi ancora oggi giustifica ai propri occhi e a quelli del mondo le sue scelte. Credo che Stephen King si ispiri a concrete persone così quando ricostruisce le sue incarnazioni del Male.

C’è poi l’opinione pubblica, in genere di sinistra, che usa, ieri e oggi, lo slogan “Né con le brigate rosse, né con lo Stato”

E’ la linea della indifferenza morale.

Linea molto rassicurante per le loro psicologie superficiali. Perché li tira fuori dal gorgo della eterna e storica questione della responsabilità individuale.

“Io”, non la “Società”

“Io”, non la “Legge”.

C’è poi la posizione degli assassini (e usiamola questa parola sinistra che suona e sibila: assassini) protagonisti dei loro delitti.

Costoro dicono: “abbiamo pagato con la giustizia”.

E’ una posizione importante. Perché pone le cose sul terreno della legge.

Ebbene questa è la posizione che maggiormente addolora i sopravvissuti agli assassini dei loro parenti od amici.

Perché se li vedono blaterare nei loro libri. Li vedono saccenti e prepotenti come allora alle televisioni.

Su questo tema il libro di Mario Calabresi apre uno squarcio importante, decisivo, moralmente saldo e forte:

la responsabilità individuale resta,

anche dopo le pene scontate,

fino a quando ci sono i sopravvissuti

delle vittime

 

Un conto è la responsabilità penale, scontata con la pena (ma soprattutto con gli sconti di pena).

Tutto un altro scenario psicologico ed esistenziale è la responsabilità individuale che permane anche dopo avere pagato (ma soprattutto sotto-pagato) con la giustizia.

Su questo tema ci sono pagine solide e durature nel libro di Mario Calabresi (sottolineature mie):

 

Bisogna partire dalle vittime, dalla loro memoria e dal bisogno di verità.

«Farsi carico» è la parola chiave.

Delle ri­chieste di giustizia, di assistenza, di aiuto e di sensibilità.

Lo dovrebbero fare le istituzioni, la politica, ma anche le televisioni, i giornali, la società civile. Un Paese capace di voltare pagina in modo sereno e giusto conviene a tutti, non certo e non solo a chi è stato colpito.  ….

I terroristi in carcere sono ormai assai pochi, la gran parte è uscita, basti pensare ai delitti più importanti e fare l'appel­lo. È diffusa la sensazione che abbiano goduto dei benefici di legge e siano usciti senza dare fino in fondo un contributo alla verità. Lo Stato avrebbe dovuto scambiare la libertà anticipata con un netto impegno alla chiarezza e alla defi­nizione delle responsabilità”. …

 

“C'è una donna che più di altre ha ragionato sull'incapa­cità italiana di elaborare un lutto collettivo. Carole Beebe, americana, conobbe a Boston Ezio Tarantelli, al centro degli studenti del Massachusetts Institute of Technology, dove lui studiava con Franco Modigliani e dove lei lo raggiungeva per ballare i balli popolari. Si sposarono, poi lo seguì in Ita­lia. Tarantelli venne ucciso a Roma all'università, dove in­segnava Economia, il 27 marzo 1985. Spararono in due, ma uno solo è stato individuato e condannato. «L'altro potrei anche trovarmelo seduto accanto al cinema una sera.»

Terapeuta e docente alla Sapienza di Letteratura inglese e Psicoanalisi, Carole Tarantelli è stata anche parlamentare per tre legislature, prima con la sinistra indipendente, poi con i Ds.

«Questo Paese non solo non è stato capace di ela­borare un lutto ma neanche un pensiero.

Non ha voluto né potuto pensare al terrorismo. Non ha mai fatto i conti fino in fondo.» Sulla possibilità che si possa voltare pagina sen­za farsi carico delle vittime è nettissima:

«In Italia si è fatta strada un'illusione, che corrisponde alla fantasia dei terro­risti, che si possa superare quello che hanno fatto come se nulla fosse successo.

Ma non può essere così.

Pagata la pe­na si è liberi, ma non sono finite le responsabilità: questa idea non corrisponde alla realtà.

E non è questione di volon­tà buona o cattiva, è solo una questione di realtà, perché gli effetti dei loro gesti si vedono ancora. Si vedono sulle persone che sono sopravvissute e si sentono ogni giorno nella mancanza delle persone che loro hanno ucciso.

Il terrorismo non sarà mai finito finché sarà in vita mio figlio che ne porta i segni.

Gli effetti negativi continuano nella vita tutti i giorni, non ce lo si può dimenticare». (pag 96-100)

 

Su questo libro c’è stata una delle più belle puntate di Otto e mezzo.

Si sentiva una corrente di commozione in tutti i partecipanti.
 

Infine, il libro di Calabresi tocca solo incidentalmente il cosiddetto caso Sofri. Questo intellettuale che scrive su tutti i giornali immaginabili e che è stato condannato a 22 anni di reclusione per concorso nell’omicidio di Luigi Calabresi . Sentenza del 2 maggio 1990, confermata in Cassazione il 27 gennaio 1997.

Luigi ne parla solo in relazione ai suoi dubbi se accettare o no di diventare giornalista de La Repubblica, su cui scrive Adriano Sofri.

Dubbio risolto, con pacata intelligenza e vigoroso atto di fede nella vita che deve continuare, dalla sua straordinaria madre, Gemma Capra.

Io però non corro via su questo passaggio.

E tiro fuori dal mio archivio questo più che convincente articolo di Giampaolo Pansa, altro scampato ad assassinio per puro caso (sottolineature mie):

 

La grazia del Cavaliere? Sì
Ogni essere umano vive più vite. E quella di Sofri oggi non merita di essere vissuta tra le mura del carcere di Pisa

di Giampaolo Pansa

  Adriano Sofri mi è sempre piaciuto poco. Forse perché mi sono imbattuto in lui tanti anni fa, quando era al culmine della sua vicenda politica. Parliamo degli anni Settanta, un'era tragica, segnata dall'emergere del terrorismo rosso e nero. E da un estremismo ideologico e nei comportamenti che avrebbe connotato per sempre più di una generazione.
In quel tempo, Sofri aveva meno di trent'anni (oggi ne ha sessanta giusti), ma mi sembrava un poco più anziano, come un ragazzo che si truccasse da vecchio. Piccolo, smilzo, lo sguardo febbrile, una carica inesauribile di intelligenza gelida che lo rendeva sideralmente lontano dagli altri capi di Lotta continua. Lo trovavo arrogante, gonfio di disprezzo per chi la pensava diverso, spesso pervaso da un odio politico così assoluto da farmi paura. Al tempo stesso, mi appariva tanto doppio e triplo che il mio giudizio su di lui risultava difficile da mettere a fuoco sino in fondo. E tutto si complicava alla luce di quegli occhi freddi o inespressivi, la spia di pensieri quasi tutti cattivi.
Attorno a lui ribolliva il magma di Lotta continua, un piccolo mondo abitato da caratteri e da intelligenze che si sarebbero rivelati compiutamente soltanto negli anni a venire. Erano ragazzi e ragazze spesso del tutto speciali. Dei primi della classe che, per furore politico e spirito di fazione, si erano rinchiusi in un mondo irreale nel quale progettavano costruzioni fantastiche che, alla fine, si sarebbero disfatte e li avrebbero travolti. Ma tutti erano comprimari che pesavano poco al confronto di Sofri. Lui era il monarca assoluto del reame di Lc. L'unico a contare. Il solo a decidere. Un leader dal carisma totale. E anche un giudice inappellabile.
Me ne resi conto di persona per un microscopico incidente che mi capitò nell'estate del 1971. Lotta continua aveva deciso di riunirsi a convegno in una città rischiosa per l'estremismo di sinistra, la placida, compatta e ostile Bologna. «Vai a vedere e racconta quel che succede» mi ordinò Alberto Ronchey, direttore della "Stampa". Obbedii senza entusiasmo. Il congresso vero Lc l'aveva tenuto il 10 e 11 luglio a Pavia. Quella al Palazzetto dello sport di Bologna era soltanto una parata di militanti, più o meno duemila, per ratificare scelte già decise, a cominciare dalla mutazione di Lc in un movimento organizzato, un quasi-partito.
Così, quel sabato 24 luglio entrai presto al Palasport con il mio quaderno e una cartocciata di pesche comprate a un banchetto politico che diffondeva a tutto volume "Il cuore è uno zingaro" cantato da Nicola Di Bari. Mi vide subito un dirigente che conoscevo, Franco Bolis, di Pavia, da poco coordinatore nazionale di Lc con Giorgio Pietrostefani, allora per niente famoso. Dal palco, Bolis mi chiese: «Hai pagato?». Gli risposi di no, che non avevo versato la tassa prevista per la stampa borghese, ma in compenso mi ero comprato tanta della loro carta stampata: opuscoli, giornali, manifesti, cartoline.
Bolis sembrava incline ad accontentarsi dei miei acquisti, pesche comprese. Ma alle sue spalle comparve un robustone per niente cordiale. Ringhiò: «Quella roba non conta. Paga. Devi pagare. Fatelo pagare. Almeno 50 o 100 mila lire» (un quotidiano, allora, costava 90 lire). «Non credo che pagherò» annunciai, piccato. Cominciò una contesa verbale che si trascinò per un pezzo, sino a quando si affacciò dal palco Sofri. Mi guardò ed emise la sentenza su di me: «Io mi sono già espresso su questo qui». Non ci fu Cassazione né legittimo sospetto a salvarmi. Sofri aveva deciso e dovevo alzare i tacchi. Così, venni accompagnato alla porta con ruvida cortesia da un giovanotto in camicia verde e rettangolo rosso (come si vede Umberto Bossi non ha inventato niente).
Quell'episodio da nulla mi ritornò in mente tanti anni dopo, quando emerse lo schema del delitto Calabresi, secondo la confessione del pentito Leonardo Marino: lo stesso Marino che guida l'auto dell'agguato, Ovidio Bompressi che spara, Pietrostefani che organizza l'omicidio e Sofri che dà il suo assenso. Avrà detto a Marino: «Su quel poliziotto mi sono già espresso», o qualcosa di analogo? Non lo so. Ma, a questo punto, per me non conta più molto come siano andate le cose allora. Sono e resto un colpevolista, per usare una parola spiccia. Però...
Il però l'ho già descritto tante volte su queste colonne. Dall'assassinio di Luigi Calabresi sono trascorsi trent'anni e sei mesi. L'Italia di quel tempo non c'è più. Siamo un altro paese, migliore o peggiore non lo so. Anche gli uomini che io penso responsabili di quel delitto non sono più gli stessi. Per di più, soltanto uno di loro, Sofri, sta in carcere. Marino è libero. Bompressi è a casa, ammalato. Pietrostefani è uccel di bosco, a Parigi o chissà dove.
Dunque, un solo problema pesa su di noi o su quel che resta dell'opinione pubblica italiana: Sofri, appunto. Da quando sta in carcere, non ci siamo mai parlati né scritti. Ma ho stampato molte parole su di lui e ho letto le parole che lui stampa su "Repubblica", su "Panorama", sul "Foglio". A poco a poco, il tempo e i suoi scritti me lo hanno reso quasi un amico. Beninteso, è una faccenda che riguarda me, e non lui nei miei confronti. Ma è una faccenda seria che è cominciata quasi dieci anni fa. Quando Sofri, sull'"Unità" di Walter Veltroni, scriveva il suo "Diario" da una Jugoslavia straziata da una pazzesca guerra insieme civile ed etnica.
Voglio dirlo: in ogni puntata di quel diario, l'arrogante, il doppio, il gelido Sofri scoccava una freccia che mi centrava il cuore. E mi faceva sentire quel che ero: un italiano apatico e menefreghista. Che per anni, quattro anni!, aveva cancellato l'orrore del ghetto di Sarajevo, chiudendo gli occhi della pietà e della ribellione. E che non sapeva neppure collocare sulla carta geografica mentale dove fosse Vukovar, e dove Tuzla, e dove Mostar est...
Ogni essere umano vive più vite. Quella di Sofri oggi non merita di essere vissuta tra le mura di un carcere. La grazia è possibile, se non vogliamo continuare a essere una nazione in stivali di ferro, sempre pronta a schiacciare i vinti. Anche il Sofri degli anni Settanta è uno sconfitto. E chi se ne importa se a chiedere la grazia è, buon ultimo, Silvio Berlusconi! Ben venga anche la voce del Cavaliere. Forse ci aiuterà a tirare fuori dal carcere pure i vecchi terroristi rossi e neri che ancora vi stanno.
E a una certa sinistra, la sinistra dei Vattimo e dei Pancho Pardi, che chiede a Sofri di restarsene in prigione, voglio dire: attenti alla vostra faziosità cieca. Rischiate di diventare uguali a quella Lotta continua che, trent'anni fa, costruiva i roghi sui quali si bruciò e scomparve.

L'Espresso, 21 novembre 2002


mercoledì, 16 maggio 2007

Resilienza

tracceUn articolo di Aldo Romano sulla Stampa di oggi recupera un grande  concetto e principio orientatore del lavoro di servizio:

 

resilienza

 

Perfino la pubblicità di un noto materasso ne parla:

“Uno strato superiore di esclusivo materiale sensibile alla temperatura viene laminato su una base in poliuretano ad alta resilienza di 8 cm. Il sistema di flusso d’aria fra lo strato e la base in espanso permette un’ulteriore resilienza in profondità e ventilazione in tutto il materasso.”
 

E, anche se non la chiamerebbe mai così, Pippo Delbono ha "fatto resilienza" ai suoi problemi.
Con il teatro.
Perchè ci sono molte vie di resilienza.
Come racconta in "Racconti di giugno: incontro con se stesso".
Lui da solo sul palco. A raccontarsi con totale e perfino estrema sincerità.
 

pippodelbono
 

Cosa significa Resilienza?

Quando una parola è poco conosciuta conviene partire dal vocabolario.

- Capacitá di un materiale di resistere a urti improvvisi senza spezzarsi (Lo Zingarelli, Zanichelli, Milano, 1995):


- capacità di un materiale di resistere a deformazioni o rotture dinamiche, rappresentata dal rapporto tra il lavoro occorrente per rompere un’asta di tale materiale e la sezione dell’asta stessa: indice, valore di resilienza

- capacità di un filato o di un tessuto di riprendere la forma originale dopo una deformazione  (Da Dizionario De Mauro)

Se consideriamo questo concetto in rapporto alle scienze sociali, possiamo dire che
 

“la resilienza corrisponderebbe alla capacitá umana di affrontare le avversitá della vita, superarle e uscirne rinforzato o, addirittura, trasformato” (Grotberg, 1996).

Da questo punto di vista la parola viene associata sempre con tensione, stress, ansietá, situazioni traumatiche che ci colpiscono durante la nostra vita.

Si tratta di qualcosa che corrisponde alla natura umana, ma che non sempre si riesce a mettere in atto e, anche se a volte si attiva, non sempre si arriva a generare situazioni positive.

Questa misteriosa possibilitá ha una base innegabile, e cioé, l´evidenza che gli elementi costitutivi della resilienza sono presenti in ogni essere umano e la loro evoluzione accompagna le diverse fasi dello sviluppo o del ciclo vitale dell´uomo: è un comportamento intuitivo durante la infanzia, poi si rinforza fino ad essere attivo nella adolescenza, e dopo ancora sará completamente incorporato alla condotta propria dell´etá adulta.
 

Ma ci vuole educazione per farlo (una sfaccettatura della educazione dei sentimenti? care Astime e Maf?).
Occorre ancoraggio a valori solidi.
Anche se hanno 2000 anni.
Decisione nel volere ottenere questo risultato educativo. Padri “morbidi” ed impauriti e madri decisioniste come delle dirigenti di azienda difficilmente ci riescono. E lo si vede.

La resilienza é piú della semplice capacitá di resistere alla distruzione proteggendo il proprio io da circostanze difficili

E’ anche la possibilitá di reagire positivamente a scapito delle difficoltá e la voglia di costruire utilizzando la forza interiore propria degli essere umani.

Non é solo sopravvivere a tutti i costi, ma é anche avere la capacitá di usare l´esperienza nata da situazioni difficili per costruire il futuro.

Si dice, si racconta, si narra che ci sono alcune caratteristiche tipiche della resilienza:

• “insight” o introspezione: la capacitá di esaminare sé stessi, farsi le domande difficili e rispondersi con sinceritá

• Indipendenza: la capacitá di mantenersi a una certa distanza, fisica e emozionale, dei problemi, ma senza isolarsi

• Interazione: la capacitá per stabilire rapporti intimi e soddisfacenti con altre persone

• Iniziativa: la capacitá di affrontare i problemi, capirli e riuscire a controllarli

• Creativitá: la capacitá per creare ordine, bellezza e obbiettivi partendo dal caos e dal disordine

• Allegria: disposizione dello spirito all´allegria, ci permette di allontanarci dal punto focale della tensione, relativizzare e positivizzare gli avvenimenti che ci colpiscono

Anche la Teoria Sistemica (“se cambia un soggetto della relazione cambiano anche le relazioni fra i soggetti della relazione”) arriva alla conclusione che la resilienza sarebbe di grande aiuto durante il processo di terapia alla famiglia, poichè è:
 

“la capacitá che ha un sistema per resistere i cambiamenti provocati dall´esterno, per sovrapporsi e superare queste crisi, approfittando il cambiamento qualitativo e mantenendo la coesione strutturale attraverso il processo di sviluppo” (Hernandez Córdoba, 1997).
 

Durante una crisi la famiglia trasforma la sua struttura, coesiste per resistere la tempesta: non sa quanto puó durare quella energia. Deve trovare fattori interni ed esterni che possano aiutarla per diventare meno vulnerabile e impedire che la crisi aumenti di proporzione, in principio, e dopo superarla in modo che possa affrontare una ristrutturazione del sistema, che possa uscirne rinforzata e possa trasformarla in un elemento utile al cambiamento e alla crescita positiva.

La resilienza é un fattore che puó essere accresciuto durante l’infanzia, nelle diverse tappe dello sviluppo, per mezzo dello stimolo delle aree affettive, cognitiva e del comportamento, sempre d’accordo con l´etá e il livello di comprensione delle diverse situazioni di vita. Il periodo che va dalla nascita fino alla adolescenza sarebbe quello piú opportuno per svegliare e sviluppare questa qualitá interiore che permette di affrontare le avversitá.

Riassumendo si può dire che la resilienza é
 

la capacitá umana adatta ad affrontare gli avvenimenti dolorosi e a risorgere dalle situazioni traumatiche.

Principio storicamente dimostrato nei momenti di stragi mondiali e di genocidi provocati dall´uomo.
 

Ci sono poi possibilitá di sviluppo della resilienza che si ottengono agendo sulle risorse personali e sociali, in stato di latenza, in ogni individuo ed anche in ogni comunità .

Tra queste possiamo nominare: l´autostima positiva, i legami affettivi significativi, la creativitá naturale, il buon umore, una rete sociale e di appartenenza, una ideologia personale che consenta di dare un senso al dolore, in modo da diminuire l’aspetto negativo di una situazione carica di conflitti, permettendo il risorgere di alternative di soluzione davanti alla sofferenza.

La resilienza puó venire incontro al lavoro sociale e psicologico a livello di: prevenzione, riabilitazione, collaborazione in educazione, assistenza alle famiglie e ai diversi gruppi sociali, perché non attinge la sua forza soltanto dalle condizioni naturali degli individui, ma ha bisogno di un aiuto esterno e di un ambiente che faciliti e appoggi uno sviluppo personale che conduca verso un apprendimento.

L´obiettivo di questa noterella é di ricordare innanzitutto a me stesso (ottimo metodo quello di riflettere su di sé, prima di proiettare sugli altri da sé) che la pratica della resilienza è abbastanza consolante.

Non risolutiva, ma consolante.

Ogni persona possiede questa caratteristica, ma da ciascuno di noi dipende che possa essere sviluppata, se ci concediamo la possibilitá di farlo, magari scegliendoci con cura, attenzione, accudimento ed amore le persone con cui camminare.
 

Lo spirito di resilienza è un principio informatore ed “educatore” che può anche essere usato anche nei post e nei commenti dei blog, dove il pensiero associativo che qui si sviluppa talvolta genera tensioni, eccessi informativi, rabbia compulsiva, aggressività, depressione, proiezioni.
 

Riprendendo l’aurea scaletta sopra riportata:
 

-         esaminare sé stesso, farsi le domande difficili e rispondersi con sinceritá. Tanto  siamo in situazioni di “relazioni gratuite”

 

-         mantenere a una certa distanza dai problemi, tuttavia  senza isolarsi. Qui abbiamo già accettato di comunicare ed esporci. Occorre farlo con cautela. Adottando il metodo del “buon padre di famiglia” (così, per essere in sintonia con la doppia manifestazione di sabato scorso)

 

-         Interagire, stabilire anche rapporti intimi con le persone. Purchè siano soddisfacenti, ossia tendenzialmente benefici per la psiche. Il tempo stringe. Nessuno ci obbliga a stare qui. Perché farci del male? Ci pensano già i musulmani ((nella variante culturale “perdenti radicali”) dal 2001 a farci del male: almeno qui possiamo dire “no, grazie”

 

-         Affrontare qualche problema, provarsi a capirlo, anche con l’aiuto delle “sfaccettature” (vero Prisma?), provare a controllarlo. Cioè vederli, questi problemi. Come lo psichiatra Hannibal Lecter quando, nel romanzo Il silenzio degli innocenti, dice a Clarice Sterling: “Rifletti  … cosa osserva lui ? ….. cosa sta facendo? … hai tutti i dati in mano … cosa fa? …. Lui d e s i d e r a ….”

 

-         Essere creativi. Qui non controlla nessuno. Sì certo, si può essere assaliti da commenti lividi e cattivi. Può anche capitare che qualcuno ti aizzi addosso i suoi amici di blog (mi è capitato e non me ne sono dimenticato ed ho provveduto a difendermi). Però, con qualche cautela, puoi far lasciare andare i pensieri. Si può provare a dare ordine, partendo dal caos e dal disordine

 

-         Dare spazio al folletto “Spirito allegro”. Buffoneggiare, anche (vero Surferella?). Una disposizione all’allegria, permette di allontanarci dalle tensioni, di relativizzare e di vedere positivo. “Penso positivo perché son vivo”, ma senza l’infinita tristezza culturale dei newagisti che ruminano l’ideologia del pensiero positivo. E che diventano così tetri e tristi

 
 


Il tema della resilienza deve molto allo psicologo rumeno Boris Cyrulnik (figlio di deportati ad Auschwitz che riuscì a fuggire dal treno diretto ai campi di concentramento):
 

“Due sono le parole chiave che caratterizzeranno il modo di osservare e di comprendere il mistero di chi ha superato un trauma e, una volta adulto, riguarda le cicatrici del passato.
Le due strane parole che preparano il nostro sguardo sono «resilienza» e «ossimoro».
Il termine «resilienza» è stato coniato in fìsica per descrivere l'attitudine di un corpo a resistere a un urto. Ma tale definizione attribuiva eccessiva importanza alla sostanza.

Il termine è stato mutuato dalle scienze sociali per indicare «la capacità di riuscire, di vivere e svilupparsi positivamente, in maniera socialmente accettabile, nonostante lo stress o un evento traumatico che generalmente comportano il grave rischio di un esito negativo» (Vanistendael S., Cles pour devenir: la resilience, 1998).
Come diventare umani nonostante gli scherzi del destino? Questi interrogativi pieni di ammirazione sono emersi quando si è deciso di esplorare il continente dimenticato dell'infanzia.
Il dolce Remi, in Senza famiglia, poneva il problema con parole molto chiare:

«Sono un trovatello. Ho creduto di avere una mamma, come tutti gli altri bambini...»

Due volumi dopo, una volta conosciuta l'infanzia di strada, lo sfruttamento del lavoro minorile, le percosse, il furto e la malattia, Remi si guadagna il diritto di condurre una vita socialmente accettabile a Londra e conclude con una canzone napoletana che canta le «dolci parole» e il «diritto di amare».

Il principio è esattamente lo stesso adottato da Charles Dickens che aveva attinto il tema della sofferenza e della vittoria dalla sua infanzia infelice e sfruttata.

«Non vedevo alcuna ragione per cui [...] la feccia del popolo non servisse [...] a fini morali, così come il suo fiore più fine [...] Essa comprende le più belle e le più brutte sfumature della nostra natura [...] i suoi aspetti più vili e parte dei più belli.».
Dopo aver letto Giovinezza di Lev Tolstoi, torna sempre alla mente il verso di Aragon: «È così che vivono gli uomini?» Anche Infanzia di Maksim Gorki descrive lo stesso percorso archetipico. Atto I, la desolazione: La mia infanzia (1913-1914); atto II, la riparazione: Fra la gente (1915-1916); atto III, il trionfo: Le mie università (1923).

Tutti i romanzi popolari citati sono imperniati su un'unica idea: le nostre sofferenze non sono vane, una vittoria è sempre possibile.
Un tema che viene assurto a bisogno fondamentale, a unica speranza dei disperati:

«Se sai veder distrutta l'opera della tua vita / E senza dire una sola parola rimetterti a costruire [...j / Se sai essere duro senza mai infuriarti [...] / Se sai essere coraggioso e mai imprudente [...J / Se sai ottenere la vittoria dopo la sconfitta [...] / Sarai un uomo figlio mio» (Rudyard Kipling).
Pel di carota, il bambino maltrattato, riacquista la speranza alla fine del libro; Hervé Bazin ritrova la pace quando suo padre finalmente mette a tacere Folcoche; Tarzan, bimbo indifeso in una giungla ostile, finisce per diventare l'amatissimo capo degli animali più feroci; Zorro e Superman, eroi dalla doppia vita, da un lato comuni individui e dall'altro paladini della giustizia; Francois Truffaut e Jean-Luc Lahaye raccontano il vero romanzo della loro infanzia tormentata. Ne "La città della gioia", Dominique Lapierre descrive l'incredibile serenità dei derelitti come confermato da tutte le persone che si sono occupate dei bambini di strada”

 

 


L’articolo di Aldo Romano da cui ha preso avvio questa reminiscenza della resilienza è qui:

 

Ormai non ci sono dubbi, Silvio Berlusconi è dotato di acuta resilienza.
Che non è una malattia, ma la capacità di riprendere forma e vigore dopo i colpi più duri.
Non è l’unico esponente della politica italiana a godere di quella magica qualità, ma certo che gli ultimi quindici giorni hanno dato una spettacolare dimostrazione del suo primato nel settore.
La netta vittoria elettorale in Sicilia è stata interamente sua prima che della Casa delle Libertà, come gli riconoscono i meno frustrati tra gli avversari sconfitti. La sua partecipazione al Family Day ha impresso una curvatura partigiana ad un evento che voleva essere trasversale e problematico per entrambi gli schieramenti. Insomma, il Cavaliere Resiliente si è ripreso la scena. E può permettersi di tormentare i propri alleati con nuove angherie. Ora minacciando di passare il bastone del comando direttamente alla giovane outsider Michela Vittoria Brambilla, ora buttando lì la possibilità di darsi alle larghe intese, ora fantasticando di un Partito della libertà da creare dall’oggi al domani con quelli che ci volessero stare.
Il solito leader dalle sette vite, si dirà, capace di ritrovarsi alla testa delle proprie truppe sconfiggendo ogni avversità. Eppure non è detto che si tratti di una buona notizia per il centrodestra. Perché al di là dell’attivismo effettivamente miracoloso di Berlusconi, da tempo poco o niente sta accadendo dalle parti dell’opposizione al governo Prodi. Nessun segno di vitalità propriamente politica, niente che faccia pensare che in quel vasto settore del Parlamento si stia lavorando ad un’idea del Paese diversa da quella che viene espressa dalla maggioranza di centrosinistra.
Molta propaganda ma poche idee su tutti i grandi aspetti della vita politica. In economia è evidente il mutismo di uno schieramento che si limita a ripetere lo slogan del «meno tasse» – peraltro senza poter vantare alcuna sensibile riduzione del carico fiscale negli anni in cui ha governato il Paese – non riuscendo ad orientare neanche marginalmente la discussione sulla necessità di un’apertura della società italiana ai valori liberali e della concorrenza. In politica estera la brillante strategia del centrodestra è tutta nel «tanto peggio, tanto meglio», pronta ad attendere l’ennesimo scivolone internazionale di Prodi o D’Alema senza fornire alcun indizio alternativo che non sia una più tenace fedeltà all’alleato americano. Sul piano più generalmente ideologico e culturale, siamo fermi ad un anticomunismo che resiste negli anni ad ogni smentita del mondo e della stessa sinistra italiana.
E se non fosse per il nuovo protagonismo della Chiesa cattolica sui temi della vita e della famiglia, nemmeno per Berlusconi vi sarebbe alcuna occasione di sortite opportunistiche.
In sostanza, il centrodestra sta replicando la strategia della passività mostrata dal centrosinistra nella scorsa legislatura. Quando l’opportunità di metter mano ad un progetto per il Paese mentre si era opposizione fu sacrificata alla conservazione degli equilibri politici e personali su cui si reggeva la coalizione. Le conseguenze di quella scelta si vedono oggi nella stanchezza dell’azione di governo, nell’impressione di un esecutivo che resiste più per il favore delle condizioni esterne che per le proprie virtù politiche e progettuali. Ma disporre di un’opposizione che non riesce ad andare oltre la propaganda non fa certo bene al governo. Così come non giova all’Italia, che ormai è dovunque circondata da Paesi che sono riusciti a dotarsi di leadership nuove e più dinamiche. Perché l’attivismo del Cavaliere riempie di sé ogni spazio lasciato libero dall’assenza di una vera concorrenza politica nel suo campo. Ma il vuoto di idee è destinato a rimanere tale, anche quando permette l’esibizione di spettacolari capacità di rimbalzo.

In  Aldo Romano, Berlusconi sta bene il Polo no, in  La Stampa 16 maggio 2007


Appunti in tema di "Coltivare un orto", 9 marzo- 28 Aprile 2007

 

files audio:

 

Nei comportamenti orientati a coltivare un orto ho osservato due tendenze:
una concretistica e pratica, consistente nel procacciarsi una alimentazione integrativa a quella dei mercati e supermercati
e una meditativa e contemplativa, consistente nella possibilità di filosofeggiare sui cicli della vita e sulle sottili rassomiglianze fra il curare un vegetale e se stessi.

E tuttavia, in entrambi i casi, occorre apprendimento.
A fare un orto si impara per prove ed errori. Meglio però avere qualche istruzione da chi ne sa di più.

E’ a questo punto che subentra il prof. Cristianini.

La situazione in cui mi sono trovato è quella delle “università popolari”. Fra pensionati e pensionate con molto tempo a disposizione. Tutti piuttosto ciarlieri e saputelli.
Ma Cristianini ci ha pensato subito a chiarire come stanno le cose:

“Parlo io.
Voi siete qui ad imparare.
Quindi: zitti e attenti.
Le domande dopo”

Già, perché quello che riuscirò a rendere è solo il contenuto della sua aurea lezione. Non la sua gestualità e presenza scenica. Ma gli audio che troverai qui integrati nel testo, amico/lettore di blog, in parte renderanno vivo il personaggio davvero unico ed irripetibile.
Un vero esperto di botanica, in un corso di pratica orticola.

L’esordio è fulminante:
 

“Il professor Cristianini è qui con i suoi 30 anni di esperienza.

Io vi dico come si fa.

Poi sta a voi applicare quello che imparate.

Se fate come dico io farete un orto di soddisfazione.

Se non farete quello che vi dico io, potrete sempre dare la colpa alla luna.

Ma sarà stata colpa vostra.
Perché la luna non c’entra!
Se poi volete credere alla luna …
Chiaro!”
 

Ecco i miei appunti della lezione.
Per il linguaggio colorito e talvolta gaddiano rimando agli audio.

 
La pianta è un organismo vivente
Audio della introduzione
 

E quindi ha bisogno di 4 cose:
 

1: MANGIARE

2. BERE

3. LUCE
4. CALORE
 

Tutte e quattro queste cose. Contemporaneamente

“Io vi insegno la tecnica colturale.

A voi tocca l’accudimento!

Attenzione: ho detto mangiare, bere, luce, calore.

Non ho detto la luna!
 

Ok?
Chiaro!”
 
Cominciamo con il calore e la luce
Audio del calore e della luce
 
 

La luce è la benzina che fa girare il motore della pianta.
Piante da frutto e ortaggi non possono convivere bene. Non fate l’orto nella parte più sfigata del giardino. Scegliete la parte migliore, quella con più luce.
L’ortaggio cerca la luce
Lasciate spazio fra le piantine.

"Meglio una pianta in meno e trattata bene
che una pianta in più e trattata male"

Attenzione: voi siete degli hobbysti: lasciate perdere la semina.
Meno seminate e più trapiantate meglio è. Occupatevi dell’accudimento: è già fin troppo.
E se volete seminare fatelo a file, non a spaglio!

 
Bere
Audio sul bere

 

L’acqua ha tre funzioni:

-          sciogliere il nutrimento: la pianta beve e mangia assieme

-          tenere bassa la temperatura della foglia

-          saldarsi con l'anidride carbonica per creare zuccheri (e auto alimentarsi) e ossigeno
 

 

Però: meno si bagnano le foglie meglio è. E’ la pianta che cerca il suo modo di raffreddarsi.
Cosa provereste se vi buttassero un secchio di acqua fredda dopo che siete stati per ore al sole?

Poi:
Mattina
o sera
È la stessa cosa.”
 

E ora qualche nozione di botanica.

 foglia
 

Immaginate che il verde della foglia sia come una tavola da biliardo.

Cosa va sulla tavola di biliardo?
Arriva l’acqua. Una parte si ferma sul tavolo. Una parte deve uscire sotto forma di vapore. La foglia traspira e rinfresca la foglia
Arriva l’aria. Nell’aria c’è l’anidride carbonica.
L’acqua + l’anidride carbonica si saldano fra loro usando la luce del sole e formano gli zuccheri e l’ossigeno.

Capito la meraviglia delle piante?
Le piante filtrano l’aria, perché assorbono l’anidride carbonica e l’arricchiscono di ossigeno.
E poi noi le maltrattiamo:

“Zio caro!”
 

Ecco cosa c’è sulla tavola da biliardo: Acqua, anidride carbonica, zuccheri, ossigeno …. e elementi minerali.

Già, perché siamo arrivati al:
 

Mangiare
Audio sul mangiare
 

La pianta ha bisogno anche degli elementi minerali, che sono di due tipi:

-          i macro-elementi: a loro volta di tre tipi e la pianta ne ha molto bisogno

-          i micro-elementi: 9 tipi che si trovano nel letame e nel compostaggio. Una terra con letame (anche secco ed industriale, non occorre andare a raccoglierlo direttamente, anche se chi può …)

 

In una terra ricca e poco sfruttata il letame da solo ce la farebbe e fornire nutrimento.
Ma più spesso il letame da solo non ce la fa, non basta. Perché sono i batteri che, digerendo il letame, forniscono gli elementi. Ci vuole tempo. Troppo.

E allora occorre un concime che contenga gli elementi macro:

“e se è industriale, meglio …
Perché siamo nel Terzo Millennio!
Chiaro …
Zio cantante ….”
 

Ecco le letterine magiche:

 
N azoto
P fosforo
K potassio
 Audio sul concime ternario
 

Prendere il sacco, guardare l’etichetta, se ci sono le tre letterine va SEMPRE bene.
Sono gli specialisti che debbono distinguere fra le percentuali. Per ragioni di costo.
Per l’hobbysta va sempre bene.
Quindi concime composto ternario. Se poi è a cessione lenta meglio ancora.

 
“Letame e concime industriale:

è un pranzo natalizio per la pianta!

Quando comincia ad allargare le radici

è come se fosse alle Seychelles!
Zio caro!”
 
 
Quanto e come?
 

Letame. La quantità non è vangelo.
50/80 chili di letame fresco ogni 10 metri quadrati.
5/8 chili di quello disidratato: una carriolata , per intenderci.
Concime composto ternario: 6/8 chili ogni 100 metri quadrati, distribuito e interrrato

 
“Si lavora con le braccia

(gesto verso il muscolo del braccio)

Ma soprattutto con la testa
(gesto verso la testa)
Chiaro !”
 

Si lavora con i muscoli
ma soprattutto con la testa

E qui devo aprire una parentesi.
Questo inciso del professor Cristianini MI HA CAMBIATO LA VITA
Nel mio campetto creo dei passaggi, piuttosto comodi.
Vango solo dove coltiverò (così il lavoro si riduce dell’80%)
Creo delle “prode”, ossia dei lunghi bauli (baulamento del terreno) rialzati. Terra morbida, arieggiata, letamata. File di terra che migliorano la loro qualità terrigna di anno in anno. Non più quelle vangature su tutto il campetto.

 

prode
 

Ogni proda avrà 5 /10 cm di terra morbida con dentro il concime ternario e 30 cm di terra letamata.

  concimazione
 

La terra deve essere morbida, arieggiata.
Come si fa?
Con il compostaggio: un angolo dell’orto in cui su butta erba, residui vegetali, foglie, la si rimesta ogni tanto, gli si aggiunge un po’ di letame disidratato. E in un anno o due viene fuori della magnifica e riposata terra che andrà a migliorare la struttura delle prode.

 


 

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Audio su letame, compostaggio e pacciamatura
 

Ecco le fasi. Prima lavoro con il letame, arricchendo la terra con il compost, poi aggiungo il concime composto ternario.
E ho creato le Seychelles per le piantine

Infine il colpo da scacco matto (inchini e ringraziamenti al professor Cristianini):


 

Mettere il telo nero da pacciamatura

Gli enormi vantaggi del telo nero:

-          la pioggia non comprimerà la terra, che rimarrà bella alveolata, morbida e arieggiata

-          occorrerà meno acqua di irrigazione

-          le piante si nutrono meglio

-          c’è più calore

-          non cresce l’erba

 

Ecco il perfetto ambiente per il ciclo di vita della piantina trapiantata: prima si nutre con il concime ternario (è da subito ad un pranzo di gala), poi mangia nella terra dove il letame sarà ormai pronto con le sue sostanze, a e ad agosto un aiutino per la parte finale con qualche oculata aggiunta ancora di concime ternario, magari solubile e fornito con le annaffiature.

 
Quando?
 

Qui la regoletta è per il Nord Italia:

-          insalate: anche ad aprile, a loro bastano anche solo 5 o 6 gradi

-          prezzemolo e sedano: dopo la metà di aprile

-          pomodori, zucchine, fagiolini, zucca: alla fine di aprile

-          melanzane: a metà maggio

-          peperoni: a fine maggio

 

Così si riesce anche a distribuire le fatiche e a conciliare i tempi della nostra vita lavorativa e domenicale.

Vi assicuro: provare per credere. Queste indicazioni sapienziali sono meglio di tante pagine di botanica orticola.
 

Concludo con l’aurea citazione del grande ispiratore di questi appunti, ossia il prof. Cristianini
 

“Nell’orto si lavora con le MANI
con i PIEDI
ma soprattutto con la TESTA”
 

E così dopo il necessario lavoro sarà anche possibile meditare su questa evidenza:
c'è una certa relazione fra il coltivare un orto e coltivare se stessi.

Accudire un orto insegna anche ad accudire la personalità.
Unitaria e/o multipla che sia.

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Gatta Luna su prode!


qualche giorno dopo

Dove eravamo rimasti?
Ah sì: dopo avere ricavato le prode sulla zona dedicata all'orto perchè

 
“Nell’orto si lavora con le MANI
con i PIEDI
ma soprattutto con la TESTA
... zio caro ...”
 
 
occorre distendere i teli neri della pacciamatura:

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Terza puntata

Nel dedicarsi intensamente, in una fase dell'anno, a coltivare un orto, e così imparando, ora dietro ora, qualcosa su se stessi, si arriva a comprendere la grande distinzione fra:

- la preparazione

- e la manutenzione

La manutenzione ci accompagnerà da qui a settembre.
Mi soffermo ancora sulla preparazione.

La preparazione è dura e richiede metodo. Occorre attrezzarsi a vivere, e non ce la si fa da soli. Se si ha una buona famiglia e una scuola accettabile sarà più facile. Accettabile, non eroica. Solo accettabile.
Prima occorre aiuto.
Poi a poco a poco ce la si cava: "io speriamo che me la cavo", dicevano i ragazzi del maestro Orta.. E qualche errore lo si può evitare ascoltando gli altri, sperando che siano meritevoli della nostra fiducia.
Ma soprattutto occorre allargare il proprio campo della coscienza. come fanno le piccole radici bianche e fragili che da subito cominciano a distendersi e a prendere dimestichezza con l'ambiente che abbiamo preparato per loro.
Per l'orto. è abbastanza semplice. Faticoso, ma semplice.
Ricapitolo le procedure del maestro Cristianini:

1. creare le prode, per lavorare solo la terra su cui si coltiverà. Quanto risparmio di lavoro! Che meraviglia camminare nei passaggi e non sprofondare nella morbida terra!
Qui l'insegnamento è : applicare la legge del minimo sforzo possibile nelle condizioni date.
L'energia è limitata, il compito ha una certa durezza. Scegliamo la via breve.

2. incorporare il letame ("basta far sentire l'odore del letame almeno ogni due anni per avere i micro elementi  ... zio caro!" dice Cristianini).
Beh   ... sì ... io esagero un po': una volta all'anno e un po' più che l'odore. Ma è che sono così insicuro ... così cauto ...  così pignolo ... che preferisco eccedere. Per sicurezza. Non per altro. 
La sicurezza .... è vero mi piacciono gli sceriffi dei film western ! Come il Burt Lancaster nel film shakespeariano "Io sono la legge"
Ecco: quel po' di letame in più è quel tantino di sicurezza di cui ho bisogno.

3. incorporare il concime chimico dei tre macro elementi (N, P, K).
Chimico, perchè "viviamo nel terzo millennio".
E perchè la cultura newagista del "naturale" è così triste e così ridicola quando diventa ideologia.
E poi perchè ho solo un decennio o due da vivere. E non voglio perdere un anno di raccolto.
E perchè Laura Conti mi diceva, parlando delle cosiddette  "medicine alternative":  "è un grande pericolo curare le malattie in base a delle teorie. Ci si cura basandosi sull'esperienza".
Comunque i tre macro elementi insegnano che dobbiamo darci energia. Attraverso mezzi idonei.

4. stendere sulle prode le canne d'acqua perdenti. Cioè quelle che lasciano andare "goccia a goccia". Si risparmia l'80 % dell'acqua necessaria, che piano piano piano va ad umidificare i granelli della terra.
Eh sì, questa non me l'ha insegnata il Cristianini. 
Ci sono arrivato per conto mio.
Perchè occorre tentare di andare un pochino, anche solo un pochino, oltre ai "maestri".
Le canne perdenti sono quelle nere, sulle prode.
Lì, belle fisse, sotto il telo. A tentare di vincere la siccità della prossima estate

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5. Pacciamare con i teli neri. Ne ho parlato ieri, nella.
La cosa interessante è che lo suggerisce anche Masanobu Fukuoka, nel libro "La rivoluzione del filo di paglia", suggeritomi da Anna- Ihadadream.
Credo proprio che sia la pacciamatura ad unire la teoria di Fukuoka alla esperienza di Cristianini.

6. Piantare i pali per le piante che richiedono sostegno (pomodori, cetrioli, melanzane, peperoni, fagiolini ...)
Il solo fatto che siamo vivi non vuol dire che stiamo in piedi.
I pali di sostegno sono le politiche dei welfare state per le piante.
Senza politiche sociali, nella modernità, non riusciamo ad esistere

7 e, finalmente (non posso dire "se dio vuole" perchè sono senza fede) trapiantare gli ortaggi
E dato che gli ortaggi avranno bisogno di cure (che richiedono un lavoro un po' più leggero rispetto a quello che ho prodotto finora) si impara che la natura senza il lavoro dell'uomo è pura e disordinata casualità.
I due fattori (natura e uomo) stanno assieme. Si tengono assieme.

Ecco a che punto sono arrivato  il 27 aprile 2007:

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sabato, 24 febbraio 2007

Appunti di politica: dopo la caduta

Premessa

Mi capita (non molto spesso) di fare un sogno. Un sogno, non una reverie.
Siamo in campagna elettorale.
Le due coalizioni alternative si presentano l'una senza la sinistra-massimalista-fondamentalista (magari con i verdi che si occupano di ambiente e non di essere una ennesima variante dell'estremismo), l'altra senza la destra localista-populista-nazistoide (la Lega, naturalmente)
Si fa la discussione, vengono presentati i programmi. La situazione è tranquilla, il sogno si sviluppa in un modo sereno, senza tensioni.
Si va al voto.
A questo punto mi sveglio.
Non so come è finita.
Però guardo fuori dala finestra e tutto mi appare ... normale.
Ho le mie fatiche della giornata, ma non la tensione e drammatizzazione di questi orribili anni 1994-2007

Dopo la caduta

LACADUTA













Il mio simbolo dietro al tavolo di lavoro mi insegna che dopo una caduta si può tentare di alzarsi.

Rialzarsi
 

"Cerchiamo di non guardare la crisi dal buco della serratura,non giocare con il pallottoliere ma provare a capire di cosa ha bisogno il Paese in questo passaggio difficile".Così l'ex leader Udc, Marco Follini, spiega al "Corsera" la sua decisione di sostenere Romano Prodi.
"Votare con Diliberto non mi imbarazza, non più che non votare con Calderoli", e poi aggiunge: "io non faccio da stampella. Non milito da quella parte....Mi propongo di partecipare, se ci riesco, alla costruzione di un nuovo centrosinistra, e di ancorare questa costruzione più vicina al centro". E Casini? "Mi seguirà tra qualche mese, se non tra qualche giorno".

Conclusione

Non so. Ci spero.
Pessimismo dell'intelligenza, ottimismo della volontà


23 febbraio 2007

Appunti di politica: i discorsi di D’Alema sulla politica estera

LACADUTA


 


 

IL QUADRO DELLA CADUTA

Alle spalle del mio tavolo di lavoro c’è questo quadro a tenermi avvertito tutte le volte che la mia mente corre troppo in avanti o troppo in alto.

Lo chiamo il “quadro della caduta”.

Mi serve a darmi dei limiti. A vedere il mio umanissimo limite.

Si può cadere, in qualsiasi momento e soprattutto quando meno ce lo aspettiamo.

Certo si può anche cercare di rialzarsi.

Spero sempre che l’uomo lì rappresentato abbia preso coscienza che stava chiedendo troppo a se stesso e che tenti di riprendersi e rimettersi in piedi. Fatto più saggio a causa della caduta.

Ieri sono caduto anch’io. Sono rovinosamente caduto a terra.

LA SECONDA CADUTA DEL GOVERNO PRODI, DOPO IL 1998

Ieri è stato dilapidato nel giro di una settimana la dura e onerosa fatica di avere sconfitto l'immorale Berlusconi nel 2006.
Una fatica immane resa inutile da 2 persone (e non Andreotti e Pininfarina , e tantomeno Cossiga, che nulla hanno a che fare con la maggioranza)  che hanno dimostrato che la coalizione di centrosinistra non ha una condivisa politica estera.
Due Bruti che hanno accoltellato Cesare. Ora sghignazzano come dei tifosi da stadio o commensali di bettola.
 

UN SEGRETARIO REGIONALE DEL PARTITO DEI COMUNISTI ITALIANI PESTA IL DISSIDENTE

Oggi è capitata una cosa divertente.

Nino Frosini, segretario del Pdci toscano, dà un “cazzottone in faccia” a Fernando Rossi, il senatore transfuga da quel partito (ma non dai 14 mila euro mensili che percepisce) che ha contribuito ad affondare il governo.

Frosini dice di averlo solo “colpito sul naso con il dorso dell’indice”.

Il vizio violento dei comunisti è un demone interno.

Prima lo candidano ed eleggono.

Poi lo isolano.

Bel partito il suo, egregio roccioso Diliberto, che nella migliore tradizione stalinista usa l’argomento del “tradimento” ( pezzo forte dei tribunali staliniani):
“L’esasperazione alimentata dal comportamento di Rossi e dal tradimento del mandato elettorale se non giustifica  aiuta a comprendere l’arrabbiatura dei nostri compagni”

 

IL GRANDE D’ALEMA, UN POLITICO DANNATO DALLA SUA STESSA STORIA

Ieri dicevo che  la relazione iniziale del ministro Massimo DAlema e le sue conclusioni sono state astute ed abilissime.

Lo dico esplicitando nel mio diario che non sono d’accordo con la sua linea di politica estera.

Infatti sono favorevole alla politica estera del precedente governo Berlusconi (compresa la guerra preventiva contro gli stati canaglia che alimentano il terrorismo islamico), pur essendo un elettore del centro-sinistra.

L’ho spesso motivato nel blog di amalteo.

Sono convinto che sulla sicurezza interna ed internazionale la destra garantisce di più, in prospettiva.

La sinistra non ha valutato il segno storico del ciclo che si è aperto con l’attentato delle torri gemelle. Non può farlo per il limite teorico del suo processo di pensiero: nella sua ideologia le masse musulmane rappresentano oggi il proletariato ottocentesco scomparso nelle società moderne e che avrebbe dovuto “fare la rivoluzione”. Quella classe operaia ora si è trasformata in artigianato a partita iva e gran parte di essa preferisce addirittura la lega o Berlusconi. Servono altre masse. E quelle musulmane fanno comodo.

Sono in dissenso con la politica estera del governo di centro-sinistra, anche se lo voto e lo voterò ancora, perché di là ci sono gli ex fascisti, gli orrendi leghisti e l’eticamente immorale Berlusconi (alteratore della costituzionale divisione dei poteri).

Tuttavia … Tuttavia … riconosco volentieri che i discorsi di D’Alema (relazione e conclusioni) sono stati magistrali.

Un vero statista, imprigionato nel suo passato di esponente di rilievo del defunto Pci, che non ha potuto dispiegare appieno il suo ruolo politico. Il massimo della cultura politica proveniente dalla tradizione del partito comunista italiano.

Aveva offerto su un piatto d’argento la possibilità ai dissidenti di sostenere il governo Prodi.

Ma i Bruti hanno insistito nell’accoltellare Cesare.  Il loro io smisurato non ha limite.  E' l'io del pensero totalitario

Ho analizzato i “7 movimenti” del suo argomentare e me li voglio annotare qui.

Questi sono stati i fondamentali passaggi argomentativi del leader massimo.
 

1. IL RISPETTO DEL PROGRAMMA POLITICO DELL’ULIVO
 

“la politica estera del Governo è stata coerente con le grandi scelte condivise su cui si è sempre fondata, nella sua tradizione migliore, la politica estera italiana; coerente con i princìpi ed i valori ispiratori del programma di Governo e quindi, come è giusto e doveroso, coerente con gli impegni assunti verso i nostri elettori e - mi permetto di aggiungere - coerente con gli interessi strategici del nostro Paese, così come abbiamo cercato di interpretarli in una fase internazionale difficile.”
 

2. LA CONTINUITA’ DELLA POLITICA ESTERA ITALIANA
 

“la situazione ottimale per l'Italia è quella in cui la priorità europea, il sistema delle Nazioni Unite e la relazione atlantica si potenziano a vicenda a favore di quelle soluzioni pacifiche cui guarda, appunto, l'articolo 11 della Costituzione; la situazione peggiore, il disequilibrio è quando ciascuna delle nostre priorità entra in conflitto con le altre. Quando ciò accade, la politica estera italiana diventa strutturalmente più debole, più incerta …
 

quanto rientri nei nostri migliori interessi operare a favore di un rafforzamento politico dell'Unione europea e di un rilancio delle Nazioni Unite, di soluzioni pacifiche e multilaterali alle crisi internazionali. Tutto questo rientra negli interessi strategici del nostro Paese ma, insieme, riflette i valori che ispirano la nostra politica estera …
 

rilancio di tradizionali rapporti di amicizia con il mondo arabo, che si erano alquanto appannati negli ultimi anni. Direi che c'è una vasta percezione, nel mondo arabo, del fatto che l'Italia è tornato ad essere un Paese amico; amico, naturalmente, sia d'Israele che degli arabi e, in quanto tale, in grado di esercitare un ruolo sul cammino della distensione e della pace …

La politica estera italiana attuale è nella continuità con la tradizione migliore della politica estera dell'Italia repubblicana. Abbiamo praticato nei fatti la priorità del multilateralismo, un riferimento per noi obbligato, tra l'altro alla luce del dettato della Costituzione repubblicana che ho citato all'inizio della mia esposizione: rifiuto della guerra, ma anche coraggioso riferimento ad una possibile limitazione della sovranità, nel nome di un impegno della comunità internazionale …

Ho ricordato le coordinate della continuità della politica estera italiana: l'articolo 11 della Costituzione, ovvero la scelta dell'impegno dell'Italia per costruire un ordine internazionale fondato sulla pace, il rifiuto della guerra e la partecipazione attiva dell'Italia a quell'architettura di istituzioni e di alleanze (ONU, Unione Europea e NATO) entro la quale la nostra politica estera si è sviluppata in questi anni e continuerà a svilupparsi nel periodo prevedibilmente di fronte a noi ….

ciò non significa che in tutti i campi il Governo attuale segni una rottura con il passato. Se vogliamo parlare seriamente di continuità, ritengo che per certi aspetti il Governo attuale recuperi una continuità più lontana della politica estera italiana. Mi permetto di dubitare molto che i Governi democratici imperniati sull'alleanza tra la Democrazia Cristiana e il Partito socialista avrebbero approvato la teoria della guerra preventiva, se devo giudicare almeno dal modo in cui gran parte degli esponenti di quel mondo si sono collocati nel dibattito politico di questi anni ….

in nessuna delle sfide in cui siamo impegnati vi è certezza di successo, a cominciare da quella che ci vede in primissimo piano nel Libano con una responsabilità preminente per il numero dei militari e per il comando della missione delle Nazioni Unite. Ma in tutti questi diversi campi noi ci muoviamo sulla linea di un difficile equilibrio: lealtà alle alleanze, lealtà al quadro nell'ambito del quale noi ci troviamo (e se ne usciamo non contiamo più nulla) e sforzo, impegno, per far avanzare concretamente una nuova prospettiva di distensione e di pace ….
 

3. LA DISCONTINUITA’ CON LA  POLITICA ESTERA DEL GOVERNO BERLUSCONI

Sì tratta di quanto è accaduto negli anni successivi al drammatico attacco terroristico dell'11 settembre 2001 con le divisioni internazionali, in particolare, di fronte all'intervento in Iraq. Sono stati anni di lacerazione per l'Europa; un pilastro della nostra politica è stato colpito. Sono stati anni in cui è stato indebolito e marginalizzato il sistema delle Nazioni Unite , anni anche nei quali si sono coltivate vuote illusioni nelle soluzioni unilaterali, anni in cui gli equilibri alla base della politica estera italiana sono stati anch'essi stravolti, cosa che ha indebolito l'Italia in un'Europa più debole e ne ha fatto smarrire la voce in un sistema delle Nazioni Unite già largamente emarginato …

Non c'è il minimo dubbio che di fronte alla politica neoconservatrice dell'Amministrazione americana, di fronte alla teorizzazione della guerra preventiva, dell'esportazione con la forza della democrazia e all'atto della guerra in Iraq si è diviso l'Occidente. Non l'Occidente da una parte e il pacifismo dall'altra parte; si è diviso il campo democratico occidentale; si sono divise le grandi democrazie occidentali. Si è aperta una ferita profonda che ha diviso anche il campo politico italiano rispetto ad un consenso sulla politica estera che aveva caratterizzato lunghi decenni della storia repubblicana 

Questa è la verità. È lo scenario reale nel quale ci muoviamo. Io credo che sia del tutto legittimo rivendicare, da questo punto di vista, una novità nella politica del Governo Prodi rispetto alla politica del Governo Berlusconi: la novità del non aderire alla politica neoconservatrice. Non avremmo mandato i soldati in Iraq e non ce li avremmo mandati così come non ce li ha mandati la maggioranza dei Paesi europei  ….
 

4. RICOLLOCAZIONE DELL’ITALIA NEL QUADRO DELL’EUROPA
 

la politica estera italiana è stata prima di tutto in questi mesi una politica europea, il che significa una politica favorevole all'integrazione europea …

Il Governo Prodi è un Governo europeista, anche perché ha dimostrato di non volere scaricare su Bruxelles il peso di responsabilità nazionali. Non abbiamo usato l'Europa per deresponsabilizzare l'Italia; abbiamo responsabilizzato l'Italia per rafforzare l'Unione Europea.
 

5. LE BASI AMERICANE IN ITALIA
 

Si richiede di allargare tale base nel quadro di quello che gli americani definiscono, ed è senza alcun dubbio, un ridimensionamento della presenza americana in Europa, che, tra l'altro, ha già previsto la dismissione della base della Maddalena e prevedrà un'ulteriore riorganizzazione anche nel nostro territorio della presenza americana …
 

Gli americani che alla fine della guerra fredda avevano in Italia quasi 20.000 militari oggi ne hanno circa 12.000 e vanno ridimensionando la loro presenza in Europa, come è ovvio che accada in un mutato scenario internazionale. In questo quadro ci è stato chiesto di poter potenziare Vicenza per concentrare le forze, chiudendo altri basi in Europa; un'iniziativa che è stata ritenuta ragionevole dal Governo italiano, il quale ha assunto un impegno …

abbiamo posto agli americani l'esigenza di una valutazione più approfondita sulle preoccupazioni espresse nello stesso consiglio comunale di Vicenza, dove, nel momento in cui è stato approvato il progetto, sono state, tuttavia, indicate talune limitazioni e sulle preoccupazioni che si sono successivamente manifestate anche nei movimenti e nei comitati dei cittadini di Vicenza …
 

6. DIFFERENZE FRA LA SITUAZIONE DELL’ IRAK E QUELLA DELL’AFGHANISTAN

Guardiamo anzitutto all'Iraq. Abbiamo disposto il ritiro del contingente italiano perché schierato in Iraq dopo un'operazione militare che era stata decisa in modo unilaterale, senza mandato delle Nazioni Unite, e con motivazioni - il possesso di armi di distruzione di massa - che si sono dimostrate infondate. Il ritiro dei soldati italiani dall'Iraq è stato, quindi, una scelta coerente con l'impostazione politica e programmatica della coalizione di Governo e rispondente sul piano operativo alla necessità di voltare pagina …

le ragioni della presenza italiana in Afghanistan, innanzitutto nella sua componente militare di quasi 2.000 soldati schierati a Kabul e ad Herat, che ringrazio come tutti i nostri militari impegnati all'estero per il loro straordinario impegno. Si tratta, come è noto, di una missione condotta dalla NATO più 13 Paesi non membri della NATO sotto mandato delle Nazioni Unite. Nella sua componente civile, anch'essa importante, è una missione in crescita, come dimostra anche l'aumento delle risorse che il Governo intende mettere a disposizione e che riteniamo debba ancora crescere …

la missione delle Nazioni Unite in Afghanistan, dopo l'abbattimento del regime dei talibani, non ha ancora prodotto gli effetti sperati. Sono stati ottenuti risultati importanti, che non credo possano essere sottovalutati: la liberazione dell'Afghanistan da un regime oppressivo, oscurantista, totalitario, che ignorava i più elementari diritti umani, in particolare quelli delle donne; la creazione di prime istituzioni democratiche; la formazione di un esercito nazionale; la ripresa delle scuole, sia pure in un Paese segnato ancora da alti tassi di analfabetismo, il faticoso avvio di un processo di ricostruzione economica …

La convinzione del Governo italiano è che per vincere la sfida in Afghanistan si debba rafforzare l'impegno civile, l'impegno politico, l'impegno economico. La convinzione del Governo italiano è che sarebbe un gravissimo errore che la NATO si isolasse, facendo della missione afghana una sfida solo della NATO. La missione afghana è innanzi tutto una sfida dell'intera comunità internazionale, delle Nazioni Unite e dell'insieme dei Paesi del mondo 

Ci sono delle differenze molto profonde, di carattere giuridico, di carattere politico e di fatto, che fanno sì che mentre il ritiro dall'Iraq è stato un atto politico che ha aperto all'Italia nuove possibilità di iniziativa politica, rimettendoci in sintonia con la maggioranza degli europei e anche con gran parte del mondo arabo, il ritiro dall'Afghanistan sarebbe un atto unilaterale che ci separerebbe da tutta l'Europa, compresi quegli spagnoli che sono lì a fianco a noi, non ci metterebbe in comunicazione con nessuno e non ci farebbe fare nessun passo avanti …

Vi è una profonda diversità tra un'azione militare in Afghanistan, che è stata autorizzata dal Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite perché lì c'erano le basi dei terroristi...

È diversa l'azione militare in Afghanistan, autorizzata dal Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite sulla base dell'accertato fatto che lì vi erano le basi di Al Qaeda, dall'azione militare in Iraq, voluta in modo unilaterale sulla base della menzogna che lì ci sarebbero state le armi di distruzione di massa. Non sono la stessa cosa e non è giusto metterle sullo stesso piano nel modo in cui si affrontano i diversi problemi di queste diverse situazioni …

7. LA RESPONSABILITA’ DI UNA COALIZIONE CHE GOVERNA

quello che noi chiediamo al Parlamento è di avere il consenso necessario per affrontare i rischi, ma anche nella consapevolezza che affrontare quei rischi è la condizione per sviluppare in modo autorevole quell'azione per la pace in cui l'Italia è impegnata con l'adesione, il sostegno e la solidarietà di altri Paesi e di altre forze internazionali …

Considero - ma voi direte: è naturale - il bilancio di questi mesi di lavoro come bilancio positivo. Non è intenzione del Governo né mia enfatizzare successi, anche perché siamo consapevoli della difficoltà delle sfide nelle quali siamo impegnati. Tuttavia, l'Italia c'è in diversi scenari essenziali e c'è con un ruolo di protagonista. In questa difficile fase delle relazioni internazionali non possiamo permetterci di essere né cinici, né sognatori. Non vogliamo rinunciare alla nostra ispirazione ideale, né possiamo rinunciare ad un lucido realismo necessario per tradurre questa ispirazione in un'azione politica efficace nel quadro dei rapporti di forza esistenti 

Una cosa è certa: un Paese come l'Italia, che non è una grande potenza, non può ingaggiare sfide così delicate e complesse come quelle nelle quali siamo impegnati senza un consenso politico forte e chiaro. Di questo abbiamo bisogno. Il Governo italiano non può trovarsi nelle prossime settimane ad affrontare la difficile sfida, ad esempio, dell'atteggiamento internazionale verso un nuovo governo palestinese, o la difficile discussione sul cambio di strategia in Afghanistan nel Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite, o la difficile sfida sul tema della pena di morte (che, come voi sapete, irrita diversi grandi Paesi) senza aver la certezza di un consenso e di una stabilità.

Non lo si può chiedere a nessuno e certamente il Governo non lo potrebbe fare.

Dunque, noi siamo qui a chiedere questo consenso, a chiedere il consenso più ampio possibile per continuare nel difficile, impegnativo cammino della pace …
 

penso per ragioni politiche, costituzionali e - se mi permettete - anche etiche che l'idea di agire senza consenso, soprattutto quando sono in gioco questioni così importanti come la pace, la guerra e la sicurezza del Paese, è qualcosa che non appartiene al costume democratico e alle mie abitudini. Credo di avere dimostrato nella mia vita politica di essere persona molto attenta a misurare il consenso democratico, persino al di là degli obblighi costituzionali, e a prendere atto del dissenso con una coerenza che non sempre - lo dico - ho riscontrato in tutti i protagonisti della vita politica …

Ho voluto parlare con chiarezza e spero che questo dibattito si concluda nella chiarezza. Chi condivide la politica estera del Governo la voti, chi non la condivide voti contro anziché dire che la sostiene dicendo che è un'altra da quella che è. È il momento dell'assunzione delle responsabilità ed è per noi fondamentale misurare il consenso vero di quest'Aula, condizione preziosa per andare avanti nel nostro lavoro.


 

Come poi è andata a finire lo sappiamo.
 

Link ai titoli dei principali quotidiani del 22 febbraio 2007:

Corriere della Sera

La Repubblica

La Stampa.

Il Sole 24 ore
 


giovedì, 22 febbraio 2007

Il ballo di Al Pacino in Scent of a Woman …

proiettoreGiorni tristi.
Esiste la depressione politica.
E' quella in cui sto male per come vanno le cose fuori del mio Io. Nella storia, o più semplicemente nella contingenza quotidiana.
La depressione politica arriva quando ascolto certe frasi di Buttiglione, quando Sgarbi insulta qualcuno, quando Berlusconi fa credere ai suoi sudditi di essere un superuomo ... quando due maramaldi, scelti da due partiti della coalizione che ha vinto le ultime elezioni, mandano a fondo un governo che aveva tolto lo scettro al su indicato personaggio brianzolo.
La depressione politica ieri era al suo culmine. Oggi è un po' calata, grazie anche a qualche commento e letterine private.
Ma ora è arrivato un farmaco. Un farmaco scovato da Gri Gri ... grazie Gri Gri


Al Pacino è una parte di me.
Amo Al Pacino ... Adoro Al Pacino
Se madame Bovary c'est moi, io dico ... Al Pacino c'est moi ...
"Ma davvero non ha mai ballato il tango? ... allora .... bisogna provvedere ..."

 


21 febbraio 2007

Appunti di politica: per 2000 militari nelle retrovie

partenoneOrribile ritorno a casa.
L'umore è quello del 9 ottobre 1998, quando Rifondazione non votò la finanziaria e ritirò l'appoggio all'allora governo Prodi, che venne sfiduciato alla Camera.
Oggi gli stilisti del comunismo hanno ancora tagliato la gola al governo Prodi, che non ha una maggioranza in politica estera.
La relazione del ministro D'Alema, una astutissima e abilissima relazione sul filo del rasoio, è stata respinta: era necessaria una maggioranza di 160 senatori. La relazione ha avuto solo 158 voti.
I due voti mancanti sono uno di Rifondazione Comunista e uno del Partito dei comunisti italiani.
I due Bruti ora bivaccano, mentre Cesare è agonizzante.
Sicuramente Massimo D'Alema si dimetterà da ministro degli affari esteri.
E' la prima e forse l'ultima crisi del governo Prodi. Ultima nel senso che si potrebbe anche ritornare al voto.
Con un esito scontato.
I comunisti, non paghi del passato mostruoso del periodo 1917-1989 per la seconda volta (promemoria: il dito verso il basso, come per i gladiatori del Colosseo, di Bertinotti)  mettono a terra l'unica possibilità per evitare il ritorno dell'immorale Berlusconi.
Cio è avvenuto per 2000 (duemila) militari collocati nelle retrovia dell'Afghanistan.
Più che una politica militare un impiccio agli americani che fanno il lavoro duro e necessario, su richiesta del governo legittimo di quel paese
Complimenti!
Ma non mi stupisce. Per la sinistra radicale, con gli eskimo tirati fuori della naftalina, il massimo godimento è fare del male.
Con le parole e con le pallottole

Cronache
15.21 Prodi è a Palazzo Chigi. Probabilmente il presidente del Consiglio farà il punto della situazione dopo che il governo è stato sconfitto al Senato sulla politica estera. Prodi sta incontrando vari ministri e, in particolare, Parisi, titolare della Difesa. L'opposizione chiede le dimissioni del governo. Il centrodestra chiede che Prodi salga da Napolitano al Quirinale per illustrargli la sconfitta subita al Senato e rassegnare le dimissioni nelle mani del presidente della Repubblica.

16.19 Il presidente della Repubblica Napolitano rientra a Roma. Lo si è appreso dalla prefettura di Bologna, dove il capo dello Stato si trovava per una visita ufficiale di due giorni. Sempre secondo indiscrezioni il presidente del Consiglio Prodi dovrebbe recarsi al Quirinale alle 19.

ridicoli: gli accoltellatori amano il potere
 

PRC E PDCI: IL GOVERNO DEVE ANDARE AVANTI

Il Prc e il Pdci sono convinti che il governo deve andare avanti. Giordano,leader Prc,dice: "Deciderà Napolitano ma per noi il governo Prodi deve continuare a vivere. Ci sono tutte le condizioni per proseguire". E assicura: "Il governo ha incondizionata fiducia e sostegno del Prc".D'Accordo Diliberto,leader Pdci:"E' necessario rinsaldare la coalizione. Criminale sarebbe riconsegnare il Paese alle destre o procedere verso larghe intese. Serve un dibattito parlamentare e un rinnovato voto di fiducia per andare avanti"

impressionante la faccia tosta di questi due

17.51
Il governo fa quadrato attorno a D'Alema, dopo la sconfitta subita al Senato sulla politica internazionale.
"D'Alema -dice Chiti- non fa una corsa isolata. Un governo che non ha una maggioranza coesa e autosufficiente, lascia. Non lascia solo il ministro degli Esteri", osserva il ministro per i Rapporti con il Parlamento rivolgendosi ai cronisti.
"Ora -aggiunge- bisogna vedere se questa coalizione è unita oppure no. Certo in questi giorni si è manifestato di no".

ora la colpa è di Andreotti e Pininfarina !?! M i sembrano i leghisti delle mie valli: "Vengono da fuori!" (detto di ladri e delinquenti)
18.00 "Io sarei stato anche disponibile a votare a favore... ma poi,questa posizione di dover esprimere comunque una discontinuità con il governo Berlusconi, di dover sempre ridurre tutto a un pro o contro Berlusconi, mi sembra davvero assurdo... Io non ho votato a favore di Berlusconi... quindi ho deciso alla fine di chiamarmi fuori". Così il senatore a vita Andreotti, dopo la sua astensione al Senato. Molti senatori dell'Ulivo hanno dato la colpa di quanto accaduto alle astensioni di Pininfarina e dello stesso Andreotti.

19.20 Il ministro Di Pietro annuncia: "Prodi ha deciso di rimettere il mandato nelle mani del presidente Napolitano". Di Pietro ha annunciato la decisione di Prodi di dimettersi al termine di un Consiglio dei ministri straordinario. Prodi è appena arrivato al Quirinale.

 

Appunti di politica: i tre avversari del Governo Prodi

partenone

 

 

Fra poche ore (sto scrivendo di mattina, prima di uscire di casa, verso il “grande freddo”)  ci sarà in Parlamento un'altra difficoltà, in materia di politica estera, del precario governo uscito dalle elezioni dell'anno scorso. L'ennesima prova. Sicuramente non l’ultima: quattro anni ancora sono tanti.
Il governo Prodi è - a mio avviso - in perfetta e virtuosa continuità con i governi Amato, Dini, Ciampi che negli anni '90 hanno salvato l'Italia da una crisi politica ed economica grave. Prodi in persona ha poi salvato il paese dalla deriva morale, innanzitutto morale, incarnata dalla persona Berlusconi. L'imprenditore delle televisioni che ha trasformato la politica delle istituzioni politiche in politica personalistica.
Il peggio che l'Italia abbia avuto dopo il ventennio mussoliniano.
Il governo Prodi ha due avversari e un paese che non ha memoria e che non guarda al futuro.
Il primo avversario è più facile da trattare. E' la coalizione di destra che è stata sconfitta per un pugno di voti. La coalizione che ha dilapidato i risparmi del 1994-2001 e che ora aspetta che questo governo riempia ancora il salvadanaio per dilapidare ancora quelli del 2006-?.
Il governo Prodi ha poi un avversario più difficile ed insidioso. Ha in famiglia i suoi Bruti che aspettano solo di accoltellare Cesare. Sono i tre partiti estremisti-fondamentalisti (RC, PDCI, Verdi) che lo mettono in difficoltà una volta alla settimana.
Questa mattina Massimo D'Alema sfodererà la sua grande abilità di politico di lunga navigazione per imbrigliare attraverso due paroline (“in Afghanistan occorre passare dalla fase militare a quella politica”) per evitare che la nave areni dopo un anno di vita.
Vai Massimo!  Sono anni che sono stato con te. Ora però dovresti riconoscere, come faccio io, che sei pre-vecchio. Fatti un blog: è utile per sostenere identità in uscita.
Infine, dicevo, il Governo Prodi ha, ancora al suo interno o meglio in parte del popolo che lo ha votato, una opinione pubblica che non ha memoria e non ha futuro.
Questo pezzo di paese si è data appuntamento, la settimana scorsa a Vicenza. Ancora una volta "contro", mai "per".
E' stata una manifestazione di gioiosa irresponsabilità che merita di essere ricordata nel mio diario con questo testo di Cadavrexquis che riporto in modo integrale.
Avrei voluto scriverlo io. Lo avrei scritto più corto, eliminando qualche ripetizione. E qualche eccesso di domande.
Ma gli argomenti ci sono tutti, proprio tutti. E li condivido tutti e su tutti i piani: storico, politico, personale:

 

 


Va bene: avete detto no, avete gridato "Pace, pace, pace", avete sfilato contro l’ampliamento della base statunitense a Vicenza e di fatto avete, ancora una volta, urlato il vecchio motto Yankee, go home, ma io vorrei chiedervi: che cosa volete, che cosa proponete? Dalla manifestazione di oggi a Vicenza - che non mi vede per nulla d’accordo - è uscito il solito essere "anti-qualcosa" della sinistra fondamentalista. A me piacerebbe, una volta tanto, sapere invece qual è il suo programma in positivo riguardo alla politica estera e, soprattutto, riguardo alla difesa. Non dubito che molta gente che sfilava fosse pure in buona fede, ma credo che molti di loro non colgano molto chiaramente le implicazioni della loro protesta, a dire il vero un po’ velleitaria.
Chiedere da che parte state non è un artificio retorico, perché io sono preoccupato da gente che pensa che l’esercito di un paese democratico sia più pericoloso di quello di stati dittatoriali e di teocrazie o, persino, di milizie di gruppi fondamentalistici. E, soprattutto, dov’eravate quando agivano - e agiscono - i tagliagole del terrorismo di matrice islamica? Non è retorica pensare che, forse, questo esercito statunitense è qui non solo per difendere i "porci interessi dell’imperialismo amerikano", ma forse anche i princìpi occidentali che - lo vogliate o no - accomunano noi europei a loro. O credete forse che, eliminata la presenza di questo esercito nel nostro paese, si ristabilirà la pace universale e chi odia a fondo le democrazie liberali - proprio perché sono democrazie - poserà le armi e instaurerà l’amore universale?
Eppure dovreste avere l’onestà di riconoscerlo: senza l’intervento dell’esercito statunitense sarebbe stato arduo liberare l’Italia dal giogo della dittatura fascista. La presenza dell’esercito americano in Europa occidentale è servita da potente deterrente all’espansionismo sovietico. Ah, ma forse voi negate che l’espansionismo sovietico fosse imperialista: loro erano buoni, loro volevano solo il bene degli stati che sottomettevano? Penso alla Germania - perché è un paese che conosco -, che durante la guerra fredda ebbe la presenza più consistente di truppe statunitensi sul suo territorio. Ebbene: gli Stati Uniti non hanno imposto, nella Repubblica Federale, il loro sistema economico "ultraliberista", non hanno imposto il loro modello di sistema sanitario, non hanno imposto un modello di società, se non nel senso che hanno favorito la creazione di una democrazia, che è l’abc della convivenza civile. Si può dire la stessa cosa dei paesi "satelliti" dell’Europa dell’Est? Si può dire la stessa cosa della Repubblica Democratica Tedesca, che era una fotocopia dell’Unione Sovietica? E oggi si può dire la stessa cosa dei paesi vittime dell’imperialismo islamico?
Sì, lo so: direte forse che tutto questo non è vero, che è "propaganda americana" e, dunque, imperialista, perché per voi, che avete chiuso gli occhi a tutti i veri imperialismi - quello sovietico in passato, quello islamista oggi -, l’unico imperialismo è quello americano. Ma io vi domando: non c’è stato un undici settembre, non ci sono stati gli attentati terroristici a Madrid e a Londra, non ci sono state le bombe a Bali, non c’è il terrorismo palestinese in Israele, in Iraq non ci sono gli attentati terroristici di gruppi fondamentalisti islamici in combutta con gli avanzi del fascismo baathista? Ma forse tutto questo vi sembra irrilevante e lontano. Certo, se è lontano e ai vostri occhi non sembra una "guerra" vera e propria è soltanto perché questi gruppi non sono organizzati come un esercito tradizionale e non hanno armi tradizionali. Dunque secondo voi dovremmo aspettare che si dotino, che so, di armi nucleari o che acquistino definitivamente il potere in altri stati?
E davanti a tutto questo, voi da che parte state? Dalla parte dell’esercito di un paese democratico, in cui si danno regole e in cui le violazioni sono così rare da destare scandalo, o dalla parte dei tagliagole e dei terroristi suicidi che non hanno regole se non quella di ammazzare il maggior numero possibile di civili, proprio in quanto civili? Perché la vostra solidarietà non si estende a questi civili, vittime di regimi o di gruppi terroristici che praticano una politica bestiale che a voi - come a me - farebbe orrore se venisse praticata qui in Italia e in Europa? Perché non estendete la vostra solidarietà e il vostro appoggio ai gruppi d’opposizione democratica e alle donne che lottano per rovesciare quei regimi fascisti? Perché alla manifestazione davanti all’ambasciata iraniana di Roma in appoggio degli studenti che protestarono pubblicamente contro Ahmadinejad c’erano quattro gatti e i movimenti giovanili di Rifondazione comunista e del Pdci non avevano nemmeno aderito? Perché non fate mai sentire la vostra voce in favore di gente come Ayaan Hirsi Ali, Wafa Sultan, Irshad Manji, Ibn Warraq, posto che sappiate chi sono? Perché vi dichiarate "antifascisti" e poi fiancheggiate questi nuovi fascismi; perché - per esempio - tra i talebani che minacciano di riconquistare il territorio in Afghanistan per imporre il loro bestiale arbitrio e le loro vittime, voi alla fine scegliete i talebani quando suggerite di abbandonare il paese, malgrado sia stato lo stesso presidente afghano a pregare le forze occidentali di restare? Perché, voi che vi dichiarate di sinistra, alla fin fine tra fascismo e antifascismo oggi - e non in senso archeologico - scegliete il fascismo, se è fuori dai confini patri?
Perché a voi della pace e della giustizia non importa nulla, ecco perché. Perché più importante della pace, della giustizia e della democrazia è la possibilità di odiare un bersaglio, sempre quello: gli Stati Uniti. Io mi sono legato al dito - e non le dimenticherò - tutte le volte che il Manifesto ha denigrato i movimenti democratici e le ribellioni di piazza nei paesi autocratici o nelle dittature - a Minsk l’anno scorso, per esempio - e per screditarle ha insinuato che fossero burattini mossi dagli Stati Uniti. Perché secondo voi le proteste di piazza servono - e bisogna "tenerne conto" - solo se protestano contro gli Stati Uniti. Odiate di più lo status quo in cui vivete - che è lo status quo di un paese democratico - della ferocia delle dittature e dei terrorismi contro cui non muovete mai un dito. Casarini, a cui non darei in gestione nemmeno i dieci metri quadrati del mio cortile, docet.
Vi irrita che gli Stati Uniti siano rimasti l’unica superpotenza militare al mondo? Bene, allora fatevi avanti: proponete che l’Europa parli con una sola voce in politica estera - e che, possibilmente, non sia solo la voce disfattista di chi, a forza di cedere, porge il collo a chi vuole tagliarle la gola. Ma, badate bene, la difesa costa. O pensate forse che l’Europa possa vivere senza alcuna difesa? Siete disposti a sopportare i costi della costruzione di una forza di difesa unitaria europea? Sapete quanto tempo sarà necessario prima di colmare il divario con gli Stati Uniti? Altrimenti siate ben grati che c’è almeno una superpotenza democratica sulla faccia della terra.
Mille volte preferirò sostenere gli Stati Uniti, il Patto Atlantico e il loro esercito, se l’alternativa è rappresentata dai tagliagole islamisti. E a voi ricordo soltanto che un George W. Bush passa, perché oltreoceano ci sono elezioni democratiche. I Bin Laden e gli Al-Zarqawi, invece, non sono mai stati eletti da nessuno
.
 

Tratto da: http://www.vivereacomo.com/2007/02/17/no-a-vicenza-non-ci-sarei-andato-comunque/


17 febbraio 2007

Il sogno della accettazione delle parzialità

tracceE perchè no?
Dò molta importanza agli eventi casuali che costellano la mia esistenza.
Dico sempre che niente avviene a caso. Nel caso c'è sempre un messaggio da trovare e comprendere.
Bene. Qualche giorno fa  Batsceba ha invitato sul suo blog a parlare di qualche proprio sogno. Un invito interessante, perchè talvolta propongono immagini potentissime.
I sogni sono una cosa seria, impegnativa. Sono anche qualcosa di un po' sacro. Parlo di una sacralità interiore.
Proprio in quelle ore, riordinando la mia bibliotaca avevo trovato un pacco di miei sogni, risalenti ad un periodo in cui non solo alla mattina li ricordavo, ma addirittura li ricopiavo per conservarli. Appunto come qualcosa di sacro, in quanto proveniente da quella parte di me non controllata dalla coscienza.
E così ho tirato fuori il sogno della accettazione delle parzialità.
Quella notte mi svegliai di colpo con l’impellente bisogno di scriverlo. 
E'  fantastico svegliarsi in piena notte.  Spinto da una forza  irresistibile  di fare  i conti con me stesso.
Di questi tempi non mi capita più.
Per forza: sono sempre qui attaccato al blog ... anche per la canzone di mezzanotte ... si dorme poco ... si ricorda poco dei sogni ...

Notte del 29 dicembre 1992 ore 2 e 20
Ho partecipato ad alcuni gruppi di incontro psicologico con fini terapeutici. . Di quelli molto diffusi negli Stati Uniti, nei quali le persone si trovano per più giorni ed effettuano intense esperienze di comunicazione interpersonale e corporea.
In una di queste esperienze mi assumo io il compito di guidare un piccolo gruppo di attività creativa: mi pare di una cosa pittorica.
Il punto fondamentale è questo: non c’ è un momento di comunicazione complessiva al gruppo globale di questa singola esperienza che io conduco. Il piccolo gruppo non comunica a quello grande ciò che è successo.
Questo crea dei conflitti e qualcuno mi chiede il perché di questo.
Io lo liquido abbastanza velocemente ed una ragazza prende le mie difese e mi da ragione, dicendo che il desiderio invadente di sapere è un problema di quella persona, non mio.

In sé il sogno potrebbe fornire pochi messaggi significativi.
Sennonché quella notte feci una lunga Reverie, ossia una riflessione fra il conscio ed il dormiente di cui parla il filosofo francese Gastone Bachelard. Una esperienza davvero piena di anima.
E questo è il commento, registrato quella notte e poi da me trascritto dalla voce notturna e conservato come uno dei più potenti messaggi che il mio inconscio mi abbia suggerito:

“Mi sono chiesto se qui ci sia anche un messaggio di valutazione del punto in cui sono nel percorso della mia vita. Come se fossi ad un bivio.
In particolare mi viene in mente la mia attuale situazione esistenziale.
Mi trovo nella condizione di poter accettare una serie di mie parzialità psicologiche.
Un esempio di parzialità è quella per cui, pur non avendo capacità grafiche, ultimamente imposto quasi tutto il mio lavoro didattico utilizzando le immagini.
Certe immagini geometriche, che tuttavia hanno un effetto evocativo non basato sulla parola.
Una seconda mia parzialità è quella per cui, pur non avendo una cultura filosofica (neppure elementare), sento di aver bisogno di riferimenti filosofici che ricerco anche in modo confuso ed eclettico nelle mie ricerche bibliografiche. Ed alcuni concetti, magari avvicinati in modo semplificato e superficiale, entrano a far parte della mia attività culturale.
Io credo che questo abbia a che fare la mescolanza fra discorsi tecnici e spazio creativo. Mi rendo conto di avere due tipi di attività psichica: una collegata alla razionalità e un’altra – più laterale - in cui mi permetto di dare spazio alla creatività.
Dunque vivo esperienze parziali.
E allora forse questo sogno sta dicendomi qualcosa di molto significativo su come e dove orientare il tempo che resta della mia vita.

Ed ecco che , in questo momento , del sogno ricordo ancora qualcosa …. Qualcosa ancora sta affiorando … Era lì sopito ...  Ma la Reverie lo estrae.
I fatto è che tutti ce ne andiamo da quel luogo terapeutico, ognuno va per conto suo.
Io però poi provo il desiderio di scrivere a ciascuno una lettera, pur rendendomi conto che è una cosa scorretta, in quanto per farlo devo andare ad indagare sugli indirizzi privati delle persone e questo non fa parte della situazione relazionale che avevamo impostato nel gruppo.
A ciascuno dico la mia e più o meno faccio un discorso sull’importanza del politeismo dei valori. Cioè dico che ciascuno prende dalla vita alcune occasioni, ed in queste occasioni l’importante è valorizzare la soggettività di ciascuno. Nel senso che le esperienze consentono di esprimere la soggettività di ciascuno. E nella lettera dico che sono contento per l’esistenza di ognuno di loro.
Ma l’esperienza si è conclusa lì.
Il cammino insieme si è concluso.
E se io non ho potuto dire a loro che cosa era avvenuto nell’ esperienza di gruppo che avevo gestito, questo non era un errore mio, ma semmai un problema di progettazione dell’' attività terapeutica complessiva.
E che bisogna accettare che ci sono delle situazioni nelle quali non si riesce a fare tutto.
E che nonostante questo, io conservavo dentro di me un’immagine di ciascuno molto intensa.
E c’ è anche l’esigenza di provare a cambiare la vita.
Di essere più attivo nel mio progetto esistenziale.
Cioè devo attivamente prendere atto che sono ad un punto del percorso in cui posso accettare le parzialità della mia storia personale e che contemporaneamente
devo fare uno sforzo attivo su di me.
E percorrere un'altra strada del bivio.

giovedì, 15 febbraio 2007

Appunti di storia politica

partenonePrimo appunto della giornata
Un Presidente della Camera dei Deputati dovrebbe mantenere una posizione di equilibrio e - nell'esercizio del suo ruolo, nell'arco di tempo in cui ricopre tale carica - mettere in ombra il suo "essere di parte" (tanto più che sapeva quali sarebbero stati i suoi compiti quando ha fatto i capricci per occupare quello scranno)
Inoltre un esponente di partito di una coalizione non dovrebbe lottare contro il suo governo o minimizzare la evidente presenza di terroristi armati, che stavano per sparare di spalle di qualche professore o giornalista
Tutto questo in un paese normale e con persone normali.
Ma Bertinotti non vuole stare in un paese normale (aspira ad un paese dal comunismo riformato) ed inoltre non è una persona normale. Infatti:

"Non andrò a Vicenza semplicemente perché ho troppo rispetto della mia collocazione istituzionale. Altrimenti ci andrei, naturalmente". Così il presidente della Camera, Bertinotti, in una intervista all'Espresso, sulla manifestazione di sabato contro l'allargamento della base americana.
Bertinotti ribadisce:"Credo che la base sia incompatibile con i problemi di assetto di quel territorio" e "vanno cercate altre soluzioni".
E aggiunge: "Non ci sono impegni presi da un governo che siano irrevocabili".
Sulle nuove Br dice: "Un fenomeno circoscritto" anche se "può essere pericoloso". "Solidarietà" alla Cgil, "sa quello che deve fare".

Secondo appunto della giornata
Gli anni '70 hanno insegnato - o meglio avrebbero dovuto insegnare - che fra estremismo massimalista e e terrorismo armato i confini sono labili. Molto labili. E che le psicologie fragili di certi ragazzi, aizzati dai cattivi maestri, possono passare lentamente ma inesorabillmente alla P38, possibilimente usata di spalle, per non guardare in faccia la persona uccisa o gambizzata.
Questo in un paese normale. Con persone normali.
Ma il capo dei comunisti italiani Diliberto non vuole vivere in in paese normale. E non è una persona normale. Infatti:
"Partecipo ai talk show televisivi anche se non ho una particolare predilizione ad apparire perchè bisogna far vedere chiaramente che Berlusconi ci fa schifo".
L'opposizione reagisce alle dure parole del leader Pdci, Diliberto, su Berlusconi.
Il leader di An, Fini, dice: "E'un comportamento vergognoso che Diliberto inciti ad andare in Tv per urlare Berlusconi fa schifo. E' segretario di un partito della maggioranza, non l'ultimo attivista di periferia".
La sua è "istigazione all'odio. La violenza verbale determina poi violenza fisica. Questo problema i politici se lo devono porre".
Cesa(Udc): "Da Diliberto parole irresponsabili. Buttare benzina sul fuoco non aiuta la lotta comune contro rischi terrorismo".

lunedì, 12 febbraio 2007

Br, criminali e cattivi maestri

traccePrimo effetto del movimento "I padrini son tornati!"
Nonostante la smobilitazione dei servizi segreti, le prevenzione ha funzionato.



La notizia alle ore 13:
Vasta operazione antiterrorismo della Polizia, nell'Italia settentrionale.
Quindici arresti a Milano, Padova, Torino e Trieste: a quanto si apprende, riguardano una rivista intorno a cui si sarebbe ricompattata una fazione delle Brigate Rosse dell'ala "movimentista", la cosiddetta seconda posizione.
Tra gli arresti -chiesti dal Pm milanese Boccassini e disposti dal Gip Salvini- ci sarebbe anche un sindacalista.
Ottanta perquisizioni in varie regioni.

"Probabilmente questa volta siamo riusciti a prevenire un attentato brigatista".
Così il ministro dell'Interno Amato, esprimendo apprezzamento per il lavoro della Digos, che ha portato ai 15 arresti di presunti appartenenti all'ala movimentista delle Brigate Rosse.
Per mesi -ha detto Amato- i componenti di questa colonna sono stati sottoposti a controlli e intercettazioni. "Era un' organizzazione strutturata e di forte pericolosità. L'azione di oggi testimonia la presenza nel Paese di focolai brigatisti non ancora rimossi".

Bisogna andare avanti, non chinare la testa, continuare a scrivere, altrimenti vincono loro, vince l'intimidazione". Così, al Tg1, il giuslavorista Pietro Ichino, finito nel mirino delle Br. Secondo Ichino ad aizzare le Br contro di lui potrebbe essere stata "l'idea che non è tutto oro quello che luccica, né nel diritto sindacale né in quello del lavoro.Molte norme possono trasformarsi in fonte di rendita e ostacolo al progresso. Questo implica una capacità di riflettere e di discutere che nel movimento operaio ha fatto difetto".

COMMENTI
 
RICCARDO BARENGHI
La cronaca, le notizie, i fatti, i personaggi arrestati e quelli che li hanno arrestati non lasciano dubbi: l’operazione contro le nuove Brigate rosse (nuove ma con radici antiche) è una cosa seria. Tanto seria e grave che non può non provocare preoccupazione e allarme, visto che ci troviamo di fronte a un fenomeno - quello appunto del terrorismo brigatista - che sembra non voler morire mai. Che scompare per anni, magari dieci, ma poi ricompare. Così fu con l’omicidio di Massimo D’Antona, così per quello di Marco Biagi, così è oggi.

E per fortuna che, a differenza di dieci anni fa, oggi i magistrati, la polizia e il Sisde sono arrivati prima. Prima cioè che questi personaggi mettessero in pratica ciò che stavano preparando. Un attentato contro Pietro Ichino, giuslavorista riformista e moderato come tanti suoi colleghi caduti sotto il fuoco dei terroristi (l’uccisione di Ezio Tarantelli risale ormai a 22 anni fa), una bomba contro la casa di Berlusconi, altri agguati in giro per l’Italia, omicidi, gambizzazioni, esplosioni nella sede di Libero, contro Mediaset, Sky, l’Eni. E chissà quali e quante altre cose avevano in mente i quindici brigatisti finiti ieri in carcere, loro e quelli che ancora sono liberi (speriamo per poco e speriamo siano pochi).

Aspettando nuovi particolari, certamente una cosa si può dire subito: non si tratta di un fenomeno spuntato dal nulla, improvvisamente, come un fungo d’autunno. C’è una storia dietro alcuni degli arrestati che comincia parecchi anni fa, quando nelle vecchie Brigate rosse, quelle di Curcio, Moretti, Gallinari, ci fu una scissione.

Nacquero le Ucc (Unità comuniste combattenti), l’ala cosiddetta movimentista. Che teorizzava e praticava una nuova strategia politica: in parte clandestini, in parte interni ai movimenti sociali e conflittuali dell’epoca. E almeno un paio dei terroristi di oggi erano già operativi allora. Dunque un filo rosso c’è, e anche robusto perché formato non solo da idee ma da persone fisiche, che lega le Br di oggi a quelle di ieri. Diversamente invece da quanto accadde con le Br che uccisero D’Antona e Biagi: lì il legame, se c’era, era solo ideologico.

E infatti c’è il metodo con cui questi ultimi terroristi operavano: nell’ombra studiavano a preparavano attentati, al sole lavoravano nelle fabbriche, si facevano eleggere delegati sindacali, erano iscritti alla Cgil (7 su 15). Oppure si mischiavano agli abitanti No Tav della Val Susa, oppure si infilavano nei movimenti più radicali, magari avrebbero pure partecipato alla manifestazione di sabato prossimo a Vicenza. Da un certo punto di vista, è ovvio che sia così: è ovvio cioè che gente che teorizza e pratica la lotta armata, avendo in testa un’ideologia «di sinistra», cerchi di nuotare nel mare in cui si trova più a suo agio. Dove si discute e si sollevano gli stessi loro problemi (ma non le soluzioni), e dove magari - chissà - qualche nuova leva si può sempre conquistare.

Da un altro punto di vista però dovrebbe essere altrettanto ovvio che le organizzazioni e i movimenti infiltrati alzassero il livello di guardia. In fondo, che gli inquirenti stessero indagando su questa organizzazione, a cominciare dalla rivista clandestina Aurora che ogni tanto spuntava qua e là, lo sapevano in molti e da diversi anni. È molto probabile, anzi è sicuro fino a prova contraria, che nessun dirigente locale e tantomeno nazionale della Cgil, e nessun leader dei movimenti, sapesse niente di questi personaggi, nemmeno l’ombra del sospetto. Altrimenti li avrebbero denunciati o quantomeno isolati, espulsi, cacciati. Resta però il problema della troppo facile infiltrazione di persone del genere in luoghi importanti e delicati, che devono essere assolutamente aperti e democratici (altrimenti cessano di essere) ma che dovrebbero anche azionare qualche forma di autodifesa supplementare. In altre parole, aprire due occhi invece di uno, o tre invece di due.

Il che non significa assolutamente che bisogna smettere di polemizzare con chi la pensa diversamente (Ichino non gradirebbe affatto una sorta di silenzio stampa causato dal terrore), non vuol dire che si deve smettere di protestare nelle piazze, opporsi alla Tav se lo si ritiene giusto, manifestare contro la base di Vicenza per paura di venire contaminati da qualche brigatista. Rinunciare significherebbe darla vinta a chi fa finta di fare politica ma in realtà fa un altro mestiere: il criminale.

Interessanti anche le biografie.
Parlano dell'acquario dove questi pesci nuotavano e dove, certamente, altri pesci ancora nuotano.
 
Operai, impiegati insieme a esperti rapinatori. Tutto gestito da un “consiglio” di quattro capi
MARCO NEIROTTI
Incrocio di vite. Da una parte personaggi con lunghi trascorsi nell’eversione e dall’altra - nel terrorismo proprio come nel crimine comune - volti, passi, educazione del vicino di pianerottolo. Il latitante e l’operaio per bene. I terroristi nati da una costola delle Brigate Rosse sono frammenti della società e la rispecchiano quanto i delitti di camorra e il sangue di Erba. Qui convivevano in un disegno comune.

Una struttura gestita da un «consiglio» di quattro capi che si riuniva quasi sempre a Milano. Il personaggio con passato e presente più intensi è Alfredo Davanzo. Nasce a Treviso nel 1957. Nel 1982, venticinquenne, è condannato a dieci anni per rapina a mano armata. Il 20 gennaio ‘98 viene fermato a Parigi su richiesta della magistratura italiana, ma la Corte d’Appello parigina lo scarcera. Rimane lì finché scatta la prescrizione, passa in Svizzera e torna in Italia, dove prosegue nel redigere «L’Aurora», organo clandestino del movimento. Viso da duro, taglio degli occhi un po’ sfottente e enigmatico, dallo scorso ottobre viveva in un villaggio di montagna di 500 abitanti, Raveo (Udine), fra le montagne della Carnia, procuratogli da Davide Rotondi, 46 anni, di Padova, infermiere in una casa di cura ed ex sindacalista in un’azienda di Abano Terme. Niente auto, niente cellulare, soltanto un computer. «Viveva da latitante senza più esserlo», ha detto Ilda Boccassini. Per spostarasi, autobus e treno, spesso per raggiungere Milano e incontrare gli altri tre «dirigenti».

I tre sono Vincenzo Sisi, Claudio Latino, Davide Bortolato. Sisi ha 53 anni. Vive a Gassino, prima cintura di Torino, con la moglie. Non hanno figli. Volto un po’ scontroso, o pensieroso, lascia Fiat per Ergom, fabbrica dell’indotto. Sindacalista Cgil, «mai esagerato, mai capopolo», al lavoro «in modo regolare», grande viaggiatore in Italia e all’estero. Dirigente era Claudio Latino, 49 anni, residente a Padova, domiciliato a Vimodrone (Mi). Viso da impiegato modello e pignolo, si forma politicamente nei Comitati di Appoggio alla Resistenza per il Comunismo, fa parte della Direzione Nazionale, salvo poi essere espulso come «dissidente» nel 1999. Indagato dalla Procura di Bologna nel procedimento per l’omicidio di Marco Biagi, subisce una perquisizione domiciliare durante la quale, tra le pagine di un libro, si trova un elenco di materiale (timbri, cappelli, parrucca, 16 det. non meglio precisati).

E ancora al vertice stava Davide Bortolato, 36 anni, trevigiano residente a Padova, sguardo da dimesso lavoratore. Non più vertice ma con ruoli importanti, personaggi come l’altro torinese Salvatore Scivoli, 55 anni, anche lui prima cintura della città, storia di rapinatore, detenuto a Bad e Carros, poi a Novara dove si unisce alle Brigate Rosse. Tornato in libertà, è arrestato per un’altra rapina e gli trovano materiale ideologico della cellula di costituzione del Partito comunista combattente.

Storie politiche o sconosciute. Dal carcere e dall’attività nei Colp viene il milanese Bruno Ghirardi, esperto nell’uso delle armi, vent’anni di carcere alle spalle. Iscritta alla Filt (sindacato dei trasportatori) è l’unica donna del gruppo, la ventiseienne Amarilli Caprio. Esperto invece in elettronica e meccanica ma anche in «contraffazione di documenti e materiale per contrastare i controlli delle forze dell’ordine» è Massimiliano Gaeta, milanese. Altri due padovani: Alessandro Toschi partecipa a un attentato contro la sede di Forza Nuova, Andrea Scantamburlo segue corsi di Informatica in Svizzera e intanto aiuta Davanzo a rientrare con documenti falsi. Chi lavora in fabbrica, chi nel call center, chi si riscopre universitario, personaggi da rileggere passo dopo passo: Alfredo Mazzamauro, 22 anni, Valentino Rossin, Federico Salott, Massimiliano.

Che cos’è il loro gruppo? Quando le Br arrivano alla scissione nel 1984 nascono due filoni: militaristi e movimentisti, la Seconda Posizione, che loro rappresentano ora. Espressione armata di quest’area è l’Unione dei Comunisti Combattenti, che rivendicò l’attentato contro Antonio Da Empoli (1986) e l’omicidio del generale Licio Giorgieri (1987). Dall’Unione deriva il Nucleo per la Fondazione del Partito Comunista Combattente con un progetto politico che contempla clandestinità, politica e azione militare. Discosti dall’ala Lioce-Galesi mirano a una «guerra popolare rivoluzionaria» di stampo maoista, diffusa attraverso il foglio clandestino «L’Aurora» creato e redatto da Davanzo, l’uomo che li ha guidati nell’organizzazione e, adesso, nella sconfitta.
 

 

13/02/2007 11:55

EPIFANI:"SITUAZIONE CI INQUIETA MA REAGIREMO"

"Il sindacato si deve interrogare, ma saprà rispondere.Lo faremo come abbiamo sempre fatto,esprimendo tutto il nostro appoggio e fiducia nell'operato delle forze dell'ordine".Epifani,leader Cgil a spiegare in una lettera a "Il Messaggero" e poi in due interviste al "Corsera" e a "Repubblica" le inquietudini e le reazioni del fronte sindacale agli arresti di iscritti alla Cgil "E'ora di alzare la guardia nelle fabbriche del Nord"."Mi viene da pensare a Lama,quando diceva che il nemico del terrorismo è il sindacato"."Soprattutto ci colpisce la presenza di giovani.Questo deve indurci ad una seria riflessione e va analizzato con attenzione".

 


7 febbraio 2007

Fugue No. 8 - The Invitation To A Slum

roundmidnight

Un attimo ancora, amici di blog …
La sera non è ancora finita…
C’è la musica di mezzanotte.
Questa sera vorrei proporvi il mio musicista jazz più amato. Sì: il più amato.
Per la sua cultura a cavallo fra musica europea e musica americana. Ma anche per la sua bontà, la sua perseveranza, la sua modestia.

Si tratta di  John Lewis.
Pianista che ha vissuto la sua maturità artistica nella seconda metà del ‘900.
Fondatore, costruttore, manutentore dei Modern Jazz Quartet per quarant’anni. Il gruppo più longevo e duraturo del jazz: e tutto per merito suo. Lui era al servizio del gruppo. Mai visto un leader così.
Johnn Lewis è il “pianista della nota”. Quando lo ascolterete vi prego di stare attenti alle singole note: ognuna è scandita per suo conto. E lasciata lì, immobile ed armonica nell’aria. Se presterete a voi stessi questa attenzione le vedrete fluttuare. Una ad una.
E dovreste una volta guardarlo come suona il piano. Troveremo qualche video.
Lo troveremo concentrato e devoto al suo compito artistico.
Tendo alla vecchiaia, come dico spesso, e al Teatro Olimpico di Vicenza l’ho visto ed ascoltato a soli due metri di distanza. Il 29 maggio 1998.
Mi vergogno a dirlo, solo un po’, ma ho pianto. Essere lì, a due passi da un fondatore del jazz era una emozione cui non volevo proprio resistere.

Ecco la sua firma:

 JLewis-signature
 

Come prima volta, però non vi faccio sentire il John Lewis del suo pezzo classico, che è Django.
Ma il John Lewis che assorbe nella struttura stilistica del jazz una fuga di Bach:

 

Fugue No. 8 The Invitation To A Slum

In The Bridge Game, Based on J.S. Bach's "The Well-Tempered Clavier" Book I

 

Fuga nel paradiso.
Attenzione al passaggio del 3°minuto: sentiremo un distillato di swing. Che al 5° minuto e mezzo ci porterà appunto in paradiso. O a quello che vorrei fosse il paradiso.

Buoni sonni con John Lewis. Gli farà piacere accorgersi che ha suonato ancora una volta per noi
 


 

martedì, 06 febbraio 2007

L'amico di famiglia

proiettoreL'amico di famiglia
di Paolo Sorrentino
2005



L'usuraio Geremia si insinua nella vita delle persone cui presta il denaro.
Entra nelle loro case, le consiglia, le blandisce, le minaccia, le punisce.
Lui vive nelle oscurità della casa, mangia pappette di patate alla luce fioca delle candele, lava la madre paralizzata e, sdraiato nel letto con lei, guarda alla televisione documentari sui rettili.
Geremia cammina come un ragno e, dentro di sè, si sente buono e giusto.
Però qualcosa accade anche dentro questa vita degenerata: la Besta incontra la Bella.
E Geremia, che non ha amici, non può accorgersi che c'è un Male peggiore dello stesso Male.

Il tema dominante del film è il Denaro che intride ogni piega dell'esistenza, senza renderla migliore.

Tracce lasciate: la luce degli esterni per far risaltare il buio malsano degli interni.
Più in generale un senso di mal-essere.
L'attore Giacomo Rizzo è memorabile.

lunedì, 05 febbraio 2007

Il perdente radicale di Rifondazione comunista

partenoneFrancesco Caruso è un  perdente radicale  eletto deputato da Rifondazione comunista nella coalizione di sinistra-centro.

Oggi, per "onorare" il poliziotto ucciso nello stadio, ha pensato bene di dire, a corpo caldo:
«Polizia non addestrata, manganella e basta»

Il suo ex magnaccia-protettore Bertinotti ha detto:
"Non sono l'angelo custode di Caruso"

Questo è un post facile perchè ho già le parole adatte:

Caro piccolo sciacallo ... come fai a non sapere che lo sbirro sei tu?  ...
  ... Tu sei lo sbirro, tu il repressore, tu il persecutore delle vite altrui ...
Credi di essere di “sinistra”, magari “rivoluzionario”, ma hai la tipica testa del maschio reazionario, piena delle parole retoriche e sceme ...
... Magari avrai vent’anni, ma sei vecchio.
Un vecchio violento e ipocrita, che per ammantare di qualche ideale la tua frustrazione, la tua prepotenza, te la passi da ribelle.
Non sei un ribelle, sei un conformista. Un piccolo conformista dal cuore vuoto ...

 ... Hai una faccia di figlio di papà.
Buona razza non mente.
Hai lo stesso occhio cattivo.
....  ma sai anche come essere
prepotente, ricattatorio e sicuro:
prerogative piccoloborghesi,
amico...

 tratto e adattato da Michele Serra, La Repubblica, 4 febbraio 2007
e da Pierpaolo Pasolini

Perdenti radicali degli stadi e delle televisioni sportive

IND-CULT-SOCE' un messaggio troppo forte per lasciarlo in un commento.
Me lo ha ricordato Surferosa. Grazie ancora

Caro piccolo sciacallo che, sopra un muro di Livorno, hai inneggiato alla morte dello “sbirro” Filippo Raciti: ma come fai a non sapere che lo sbirro sei tu?
Raciti era un lavoratore di 38 anni, che per uno stipendio da operaio andava a farsi sputare addosso da quelli come te.
Soldatacci, sbirragli da curva, branco armato che per provare il brivido di essere qualcuno trasforma la miserabile identità di “tifoso” in valor militare.
Tu sei lo sbirro, tu il repressore, tu il persecutore delle vite altrui, tu e tutte le cosche mafiose che, in tutti gli stadi italiani, presidiano il territorio della domenica (rubandolo agli altri) per dimenticare di essere uno zero tutti gli altri giorni.
Credi di essere di “sinistra”, magari “rivoluzionario”, ma hai la tipica testa del maschio reazionario, piena delle parole retoriche e sceme della sedicente “cultura ultrà”. Onore, gloria, vittoria, cascami di un linguaggio di guerra che ormai fa ridere anche nelle caserme dove i tuoi coetanei la pelle la rischiano davvero.
Magari avrai vent’anni, ma sei vecchio.
Un vecchio violento e ipocrita, che per ammantare di qualche ideale la tua frustrazione, la tua prepotenza, te la passi da ribelle.
Non sei un ribelle, sei un conformista. Un piccolo conformista dal cuore vuoto.

Vuoto quanto basta per diventare sbirro.

Michele Serra, La Repubblica, domenica 4 Febbraio 2007

sabato, 03 febbraio 2007

Perdenti radicali degli stadi

IND-CULT-SOCSPORT E NAZI-FASCISMO:  I PERDENTI RADICALI DEGLI STADI
 

A LIVORNO SCRITTE CONTRO L'AGENTE UCCISO  PER UNA PARTITA DI CALCIO

Tre scritte contro il poliziotto ucciso ieri sera negli incidenti a Catania sono state trovate su un muro a Livorno:

"Un altro Filippo Raciti, ultras liberi",

"Morte allo sbirro"

"2/2/2007 vendetta per Carlo Giuliani", il giovane morto negli scontri del G8 a Genova (qui non è nazifascismo, ma centri sociali ben allevati e protetti da Diliberto e Bertinotti) .

Una scritta inneggiante alla morte del poliziotto è apparsa anche a Piacenza vicino lo stadio di rugby.

Il sindaco oggi chiede scusa.

Da domani nei programmi televisivi sportivi i club calcistici  ricominceranno a urlare e ad aizzare i loro perdenti radicali

Come è sempre avvenuto in questi anni.

3 febbraio 2007

Hans Magnus Enzensberger, I perdenti radicali

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Hans Magnus Enzensberger (1928) è un intellettuale tedesco che un tempo si sarebbe definito engagé, “impegnato”. Negli anni ’50 e ’60 questa era l’attribuzione che si dava ai filosofi e letterati che, sotto l’ombrello protettivo del comunismo sovietico, si impegnavano – per l’appunto - a favorire la rivoluzione socialista nei paesi a capitalismo avanzato, dove non si erano create le condizioni per la spallata eversiva, come era capitato in Russia nel 1917.
Enzensberger è stato un punto di riferimento per il movimento studentesco degli anni sessanta e le sue riflessioni si sono concentrate soprattutto sull’industria della comunicazione di massa.
Questo tanto per ricordarmi chi è questo autore. Un uomo “di sinistra”, tanto per capirci. Con una differenza sostanziale: un uomo di sinistra che sa prendere visione delle congiunture storiche, analizzarle e, senza curarsi delle conseguenze, dire cose sgradevolissime anche alla cultura da cui proviene e a cui ha tanto contribuito.
Bene. Enzensberger ha pubblicato Il perdente radicale, Einaudi 2007, p. 73, un libretto da mettere fra i fondamentali di questi anni, naturalmente assieme alla trilogia di Oriana Fallaci. La giornalista fiorentina è stata, quando è andata bene, tacciata di “isterica”, anche in quanto donna. Vedremo quali epiteti patologici saranno riversati sul maschio Enzensberger dopo questo scritto.

Enzensberger fa ruotare la sua analisi attorno alla figura del “perdente radicale”.
Chi è costui?

E’ la persona che ha perso le sfide della vita. Che non sapendo vivere nelle contraddizioni del mondo ha deciso di distruggere a casaccio tutti i viventi, quelli a lui contigui e gli odiati altri. Usando lo strumento semplice dell’assassinio individuale o di massa.
Il perdente radicale è il padre che stermina la sua famiglia, è il vicino di casa che con la moglie accoltella i vicini di casa assieme al bambino di tre anni che piange, è il tifoso che uccide il poliziotto o l’allenatore per una partita di calcio, è il nazista che si stringe attorno a Hitler nel bunker di Berlino negli ultimi giorni della sconfitta del Reich.
Ma, soprattutto, il perdente radicale è il kamikaze islamista che è impegnato (engagé), anche e soprattutto con il suo suicidio, a distruggere un’intera civiltà.
Quando il perdente radicale diventa un problema sociale di ampia portata e criticità?
Quando diventa azione di gruppo e di massa:

Ma che cosa accade quando il perdente radicale supera il suo isolamento, quando si socializza, quando trova una patria dei per­denti, da cui si ripromette non solo com­prensione, ma riconoscimento, un colletti­vo di simili che lo accoglie a braccia aperte e ha bisogno di lui ?

Allora l'energia distruttiva insita in lui si potenzia a mancanza di scrupoli estrema; si crea un amalgama di desiderio di morte e di megalomania, e all'impotenza subentra un catastrofale senso di onnipotenza.

p. 23

 

E’ chiaro?
Per Enzensberger i fondamentalisti islamici che condannano a morte Salman Rushdie, che sgozzano Theo Van Gogh, che minacciano di morte la deputata Santanchè che difende i diritti delle donne arabe, che si avvicinano pericolosamente al tavolo dove sta parlando Magdi Allam, che vogliono impedire che nelle sale cinematografiche si proietti il film “Il mercante di pietre” di
Renzo Martinelli  ecc.  sono dei perdenti radicali. Credo che questo debba essere chiaro, anche perché per Antonio Negri, per gli stilisti del comunismo della rivista Il Manifesto, per il senatore Diliberto, ecc.  questi stessi soggetti sono la massa che ha sempre ragione e che può preparare la nuova spallata rivoluzionaria per la “presa del potere”.
Enzensberger è un intellettuale che si documenta. Che studia. Che pensa. E quindi argomenta a fondo il tema. Ritenendolo cruciale. Forse solo un tedesco, che ha sulla propria coscienza storica l’hitlerismo, può essere ancora più avvertito del fetore nazista che emana la politica del fondamentalismo islamico.
Per riassumerne il pensiero parto dalle ragionevoli ma  preoccupanti conclusioni, che parlano di anni duri a venire (intendo per chi dovrà prendere treni alle stazioni, per chi farà satire con i disegni, per chi oserà criticarli sui giornali, per chi farà film o documentari) :
 

 Il progetto dei perdenti radicali consiste - come attualmente in Iraq e in Afghani­stan - nell'organizzare il suicidio di una in­tera civiltà. Che riescano a universalizzare e perpetuare senza limiti il loro culto della morte non è probabile. I loro attentati rap­presentano un permanente rischio latente, come le quotidiane morti sulle strade, alle quali ci siamo abituati. Con essi una società globale che dipende dai carburanti fossili e che produce in continuazione nuovi per­denti dovrà convivere.

Pag. 73

 

I passaggi della sua argomentazione sono un capolavoro di analisi culturale e storica.
 

Primo argomento: la civiltà araba ha perso la sfida dello sviluppo tecnico e scientifico:
 

A partire dal xv secolo i giuristi islamici hanno sabotato l'in­troduzione del torchio tipografico, richia­mandosi a un dogma fondamentale, secon­do il quale nessun altro libro è lecito oltre il Corano. Solo con tre secoli di ritardo potè essere fondata la prima tipografia in grado di produrre libri con i caratteri arabi. Le conseguenze per la scienza e la tecnica di quei paesi si avvertono ancora oggi. Negli ultimi quattro secoli gli arabi non hanno prodotto alcuna invenzione degna di rilie­vo …
… I deficit del sapere ebbero vistose con­seguenze per la civiltà araba. Già nel Cin­quecento gli europei, grazie alla loro supe­riorità tecnica, sbaragliarono le flotte ara­be, con pesanti conseguenze per il dominio sui mari e per i traffici di lungo corso. An­che l'infrastruttura dei paesi arabi rimase fino all'Ottocento a livello medievale. In­torno al 1800 nell'Oriente arabo pratica­mente non esistevano strade o veicoli con le ruote. Le vie di comunicazione, le navi a vapore, le ferrovie, le forniture d'acqua potabile, di corrente elettrica e di gas, i porti, i ponti, gli impianti telegrafici e te­lefonici e i mezzi pubblici di trasporto fu­rono realizzati da imprese europee, sfrut­tando la manodopera locale …

p. 41-42

 

Secondo argomento: la civiltà araba ha perso la sfida della modernizzazione (sviluppo economico integrato, diritti di cittadinanza, istruzione, , salute, qualità della vita):
 

Og­getto dell'indagine i ventidue stati membri della Lega araba con duecentottanta milio­ni di abitanti ...  lo Human Development Index che tiene conto di para­metri quali l'attesa di vita, l'istruzione sco­lastica, il reddito pro capite e il grado di al­fabetizzazione. In particolare si affrontano quattro questioni: lo stato della libertà po­litica, lo sviluppo economico, l'istruzione e il sapere, la situazione delle donne. In tut­ti questi settori si constatano pesanti defi­cit, e la diagnosi è suffragata da una serie di dati statistici.
Per quanto concerne la li­bertà politica gli stati arabi si situano al­l'ultimo posto nella classifica mondiale, al di sotto persino dell'Africa nera.
Lo stesso vale anche per l'economia. Pur benefician­do di enormi proventi derivanti dal petro­lio, i paesi arabi si piazzano soltanto al pe­nultimo posto; solo in Africa la situazione è peggiore.
Per la ricerca e lo sviluppo i pae­si arabi spendono appena lo 0,2 per cento del prodotto interno lordo, ossia un setti­mo della media mondiale. Impressionante è anche l'arretratezza nella trasmissione del sapere. La quota dei libri stampati nei pae­si arabi è pari allo 0,8 per cento della pro­duzione mondiale. La somma delle tradu­zioni da altre lingue pubblicate nel periodo che va dall'epoca del califfo Al-Mamun (813-33) ai giorni nostri, ossia nell'arco di mille e duecento anni, corrisponde a quan­to la Spagna di oggi produce in un solo an­no.
Analoghe chiusure il rapporto registra circa la posizione delle donne nella società. Anche qui il distacco dalle altre parti del mondo è notevole; solo l'Africa nera pre­senta marginalmente indicatori peggiori de­gli stati della Lega araba; così, per esempio, una donna araba su due non sa né leggere né scrivere.

P 37-38

 

Terzo argomento: la civiltà araba, ripiegata sul suo sacro testo,  se la prende innanzitutto con le donne:
 

il Corano è esplicito. «Gli uomini sono superiori alle donne - si legge nella sura IV, 34 - perché Dio li ha prescelti... E se temete che si ri­bellino, ammonitele, evitatele nel talamo, chiudetele nelle loro stanze e picchiatele. Ma se vi obbediscono, non siate in colle­ra con loro». Queste regole risalgono in­dubbiamente a tradizioni preislamiche. Ma la loro persistenza attuale è rilevabile nel diritto familiare, ereditario e penale della sharia, la quale nella maggior par­te dei paesi arabi rappresenta tuttora il canone fondamentale della legislazione …. le donne sono con­siderate persone di serie b. Questo non ri­sulta soltanto dal diritto divorzistico, ma anche dal fatto che in tribunale la deposi­zione di una donna vale solo la metà di quella di un uomo. In caso di stupro, fino a prova del contrario, la colpa viene attri­buita alla donna; le si imputa di avere ec­citato il maschio con il suo comportamen­to. La violenza nel matrimonio non viene sanzionata. Tuttavia non sarebbe corret­to tacere che il diritto della sharia non vie­ne applicato in modo univoco in tutti i paesi musulmani. Per esempio, il re Mao­metto VI del Marocco negli ultimi anni ha avviato incisivi cambiamenti nel campo del diritto familiare e matrimoniale; in Iran nelle università studiano più donne che uomini; in Turchia la sharia è bandi­ta formalmente; in Palestina e ancor più nel Libano molte donne pretendono i loro diritti politici e professionali. Christine Schirrmacher cita però una sentenza del­la corte di cassazione tunisina, in cui si afferma: «Le percosse e lievi lesioni inflitte dal marito alla moglie fanno parte della na­tura di una normale vita matrimoniale».

p. 47-48

 

Quarto argomento: la civiltà araba, avendo perso la sfida dello sviluppo tecnico-scientifico e quello dei diritti, se la prende con le civiltà che hanno percorso queste strade:
 

È del tutto evidente che la totale dipendenza eco­nomica, tecnica e intellettuale dall'«Occi­dente» è difficilmente sopportabile da par­te degli interessati. E non si tratta di una astrazione. Tutto ciò che sostanzia la vita quotidiana nel Maghreb e nel Medio Orien­te, ogni frigorifero, ogni telefono, ogni pre­sa elettrica, ogni cacciavite, senza contare i prodotti della tecnologia avanzata, rappresenta quindi, per ogni arabo in grado di pensare, una tacita umiliazione. accuratamente coltivata. Non aveva un po­tere superno assicurato ai musulmani arabi la supremazia su tutte le altre società ?
«Voi siete la migliore comunità mai sorta tra gli uomini», si legge nel Corano (III, III), il quale prescrive con parole inequivocabili come si debba imporre questa superiorità congenita: «Combattete i detentori della scrittura, quelli che non professano la reli­gione vera [ossia gli ebrei e i cristiani], fino a che non si siano umiliati e non abbiano pagato il loro tributo» (IX, 29).
Poiché que­sto comandamento sta scritto in un testo sacro, esso ha valore assoluto e non è scal­fito da esperienza alcuna.

p. 49-50

 

Quinto argomento: la civiltà araba e quella di religione musulmana invece di provare a uscire dalle proprie coordinate culturali, rinnovandole ed adattandole ai cambiamenti, reagisce con il vittimismo, il pianto mediterraneo, l’urletto isterico, l’ira lamentosa, l’odio dei mediocri, il ditone alzato a maledire:
 

questa fede nella propria supremazia ha un fondamento religioso. In secondo luogo collide con la propria evidente debolezza. Questo genera un adontamento narcisistico in cerca di compensazione. Perciò attri­buzioni di colpa, teorie del complotto e proiezioni di ogni genere caratterizzano il sentire collettivo. Secondo il quale il mon­do esterno ostile mira unicamente all'umi­liazione dei musulmani arabi.
Sicché si reagisce con estrema permalosità a ogni offesa presunta o reale …
A rimetterci le penne nei conflitti che na­scono da questa mentalità è l'elementare principio della reciprocità. Così, ad esem­pio, esistono due sensibilità assolutamente incomparabili tra loro: la propria e quella degli altri. Ferire quella degli infedeli è un esercizio quotidiano. (Del resto già questa definizione fa riflettere; evidentemente al­tre religioni, diverse dall'islam, non credo­no a qualcos'altro, bensì a nulla). Offende­re chi la pensa diversamente fa parte del re­pertorio standard dei media islamici. Quan­do mostrano Ariel Sharon con un'ascia a forma di svastica mentre macella bambini palestinesi, la cosa è normale; per conver­so il mondo arabo si sente offeso, se qual­che caricaturista lo prende in giro. La costruzione dì moschee in tutto il mondo è pretesa come un diritto inalienabile; la co­struzione dì chiese cristiane in molti paesi arabi è impensabile. La propaganda della fe­de musulmana è un dovere sacro, la missio­ne di altre religioni un crimine. Il semplice possesso di una Bibbia viene penalmente perseguito nell'Arabia Saudita. Un califfo autonominatosi tale si scaglia contro la pro­pria espulsione in quanto lesiva dei diritti dell'uomo. Laddove l'incitamento ad am­mazzare un romanziere apostata è approva­to da molti musulmani.  Slogan del tipo «morte agli infedeli (agli americani, ai da­nesi, ai tedeschi, ecc.)» sono considerati una forma legittima di protesta, per la quale tut­ti devono mostrare comprensione. Con l'a­ria dell'innocenza bistrattata predicatori dell'odio pretendono la libertà di opinione, la cui eliminazione è il loro scopo dichiara­to. La disintegrazione al tritolo delle statue di Buddha a Bamiyan è stata considerata in Afghanistan un atto di devozione; di rea­zioni violente in Thailandia o in Giappone non è giunta notizia. Ma non appena si pro­spetta la proiezione di un film che critica i costumi islamici, la plebaglia si schiera compatta e fioccano le minacce di morte. Si chiede a gran voce rispetto, ma lo si nega agli altri.

p. 53-54

 

Sesto argomento: i più invidiosi e pericolosi sono i gruppi sociali “colti”, quelli che hanno studiato nelle scuole occidentali, quelli con più reddito, quelli che hanno assaporato i benefici del benessere:

Tutte le spiegazioni che si rifanno preci­puamente alla situazione sociale degli ese­cutori sono monche. Non solo i mandanti e gli ideologi del terrore provengono quasi sempre da famiglie influenti e benestanti. Anche tra gli esecutori i poveri sono sotto­rappresentati. Il Foreign Policy Research Institute statunitense ha pubblicato una delle poche analisi specifiche sull'apparte­nenza di classe, naturalmente senza pro­nunciare una parola cosi sospetta. Su quat­trocento noti militanti di Al Qaeda il 63 per cento vantava un diploma di maturità, i tre quarti provenivano dalla classe superiore o media; altrettanti si situavano a livello uni­versitario, come professori, ingegneri, ar­chitetti ed esperti di vario genere

p. 61

 

 

Settimo argomento: avendo perso tutte le sfide della modernità il perdente radicale ho solo la risorsa del suicidio espressivo e quello della morte di tutti gli altri:
 

La forma più pura del terrorismo islami­co è l'attentato suicida. Sul perdente radi­cale essa esercita un'attrazione irresistibi­le, perché gli consente di sfogare le sue fan­tasie megalomaniache e insieme l'odio ver­so se stesso. Infatti la viltà è l'ultima cosa che gli si possa imputare. Il coraggio che lo contraddistingue è il coraggio della dispe­razione. Il suo trionfo sta nel fatto che il perdente radicale è inattaccabile e non può essere punito: a questo provvede da sé. L'e­stinzione non solo di altri, ma anche di se stesso, è la sua soddisfazione estrema, un desiderio espresso molto chiaramente nel videoproclama di Al Qaeda dopo l'attenta­to madrileno del marzo 2004: «Voi amate la vita, noi amiamo la morte ed è per que­sto che vinceremo».

p. 64-65

 

Questi, in rapida sequenza, le informazioni e gli argomenti di Enzensberger.

C’è qualche soluzione all’orizzonte?
Davanti all’attacco dei perdenti radicali il mio è un pessimismo radicale.
Spero solo di scampare a qualche coltellata, ai veleni introdotti nell’acquedotto (ah: come siamo fragili nelle nostre connessioni!), alla bomba della metropolitana.
La situazione è tanto più tragica in quanto la dislocazione delle forze in campo è questa:

 

 terr

 

Vedo, tuttavia, che alla faccia dei cattolici devoti e degli atei devoti sostenitori della sacra famiglia, qualcosa sta succedendo nei talami nuziali: non si fanno più figli o almeno diminuiscono i figli.
E’ una specie di sprazzo di responsabilità: quello di evitare alle generazioni dei prossimi 50 anni qualche problema, come gli effetti delle deglaciazioni e il medioevo prossimo venturo dei perdenti radicali.


giovedì, 01 febbraio 2007

Pietro Citati, La scomparsa dell'autorità

Rodin-pensatoreE' vero o no che capita di incrociare l'occhio su uno scritto particolarmente spesso e di profilo forte?
Un testo che si imprime più di altri nella mente storica, quella che interpreta il presente alla luce del passato.
"Letture nutrienti" diventerà una cartelletta in cui conservare questi scritti duraturi.
Se anche tu, caro amico di blog, incontri una lettura nutriente mandami una traccia.
Nella velocità della comunicazione internettiana, ciascuno di noi ha la piccola responsabilità di dire: "fermiamoci un attimo qui".




La scomparsa dell´autorità

PIETRO CITATI

La Repubblica 
30-01-2007

Qualche giorno fa, un mio amico mi ha detto: "Oggi, in Italia, non esiste più nessuna autorità". Credo che avesse ragione.
Nessuno degli uomini politici che ci governano da almeno una decina d´anni possiede la minima autorità
: né i presidenti del consiglio, né i ministri, né i capi dell´opposizione, né i senatori né i deputati. L´autorità politica si è liquefatta come un gelato di vaniglia sotto il sole d´agosto. E, sebbene la mia esperienza della realtà sia scarsissima, ho l´impressione che questo fenomeno si sia esteso all´intero paese: sia al campo istituzionale o economico o giuridico o universitario, e persino alla Chiesa Cattolica. Capisco che questa morte dell´autorità possa piacere ai rappresentanti della cosiddetta generazione del sessantotto, la quale ha cercato di divorare i padri, a qualsiasi tipo e genere appartenessero.Chi divora i padri finisce per generare dei padri molto più mostruosi, che pretendono obbedienza fino alla morte: Napoleone o Stalin o Hitler o il nostro ridicolo Mussolini.
In realtà, un italiano del 2007 ha completamente dimenticato cosa sia l´autorità e l´autorevolezza, che non sono affatto legati all´esercizio o tanto meno all´eccesso del potere. Per comprenderlo, basta rileggere Confucio e Platone. Chi possiede veramente autorità obbedisce a un´ascesi rigorosissima. Se vuol comandare, deve in primo luogo rinunciare a se stesso; non insegue il proprio io, non lo esalta, non lo riflette nello specchio, non lo impone agli altri; e, in primo luogo, non desidera alti stipendi. Di solito, ha progetti, piani e programmi, che i suoi sottoposti non conoscono. Ma egli conosce intimamente ciascuno dei suoi sottoposti: ne intuisce i caratteri, le passioni, i desideri, molto meglio di quanto essi non li conoscano. In modo quasi inavvertito, riesce ad imporre loro i suoi progetti: quando essi li eseguono, credono di compiere i propri desideri. Così egli ispira loro una fiducia senza limiti e senza ombre, in modo che, come dicevano i cinesi, quando guardano se stessi credono di vedere Confucio, quando guardano Confucio credono di vedere se stessi. Se i progetti hanno successo, egli ne attribuisce il merito ai sottoposti, come se non li avesse nemmeno pensati.
Se oggi, in Italia, non esiste più autorità, esiste uno sterminato potere. Tutti ne hanno: il ministro, l´infimo sottosegretario, l´industriale, l´impiegato della posta, il burocrate, il giornalista, il banchiere, il ladro, il profe