Daniel Lanois



Daniel Lanois - Shine

 

È un uomo di pochi e mirati progetti, Daniel Lanois, uno che ama la rifinitura, il lavoro attento e in profondità più che la copiosa produzione. Questo per esempio, a cinquantun anni di età, è solo il suo terzo album; anche se nel conto della carriera vanno aggiunti i lavori come produttore, alcuni dei quali semplicemente storici - The Joshua Tree degli U2, per esempio, Time Out Of Mind di Dylan.

Era molto tempo che Lanois non sentiva il bisogno di parlare in prima persona, negli ultimi dieci anni si era fatto vivo solo una volta. Lo fa ora mettendo insieme pezzi di vita, come gli piace spiegare, «esperienze personali, amori, famiglia, amici, riflessi di eventi globali»; con un'apprezzabile varietà di lingue ma un saldo filo conduttore, un naturale gusto per la pacatezza e il nitore, il delicato e l'elegante, com'è sempre stato fin dall'esordio incantevole di Acadie.

«Volevo un disco di canzoni popolari ma anche di musiche insolite, misteriose, di istantanee e brani minori, e qualche strumentale psichedelico che portasse in viaggio chi ascolta. Trovo che sia bello quando si riesce a elevare lo spirito del prossimo, e tanto ho voluto fare, fornendo uno sfogo per l'immaginazione».

Shineè stato registrato fra Messico e Irlanda, con l'aiuto del batterista Brian Blade e di qualche occasionale amico, da Emmylou Harris a Bono (che duetta in Falling At Your Feet, il brano che i due avevano scritto a suo tempo per Million Dollar Hotel).La maggior parte degli strumenti l'ha suonata Lanois in persona, con una predilezione per la chitarra steel; un pianto sottile, un lamento struggente, che sigilla il disco con la commovente JJ Leaves L.A. (riccardo bertoncelli)

da: http://www.delrock.it/hdoc/presdisco.asp?iddiscografia=64381



Daniel Lanois - Belladonna
 

Daniel Lanois aveva iniziato vent'anni orsono sceneggiando la sua musica sottile nel paesaggio degli Stati Uniti del Sud; la Louisiana, il paese degli Acadiens, i discendenti degli emigrati francesi che popolarono quelle terre più di due secoli fa. Con il tempo, le esplorazioni si sono spostate più a Sud; se già il precedente Shine profumava di deserto e di zolle cotte dal sole, questo nuovo album è un disegno sonoro delle terre estreme del Nord America giù giù fino al cuore del Messico (Oaxaca, che dà il titolo a un brano, è una regione meridionale di quello Stato, verso il Chiapas).

Lanois insegue il sogno di complessi come Calexico o Friends Of Dean Martineze a quelle visioni piega la sua musica nei modi che già conosciamo: pochi strumenti che parlano a bassa voce, lampi di pedal steel, ritmi che evaporano all'aria torrida. A differenza dei tre album precedenti, questi nuovi brani sono solo strumentali, con il fondamentale aiuto di Bred Mehldau al pianoforte e Brian Blade alle percussioni.

Un'opera avvincente ma con un che di non realizzato, e non è la prima volta; Lanois da interprete non riesce a essere così speciale come quando produce. (riccardo bertoncelli)

da : http://www.delrock.it/hdoc/presdisco.asp?iddiscografia=74833


Daniel Lanois - Belladonna (Anti / Alternative Distribution Alliance, 12 luglio 2005)

di Michele Saran

La carriera del Lanois produttore è delle più avvincenti e storicizzate. La lasciamo a chi di dovere. Il Lanois compositore-interprete, meno noto e forse un po’ bistrattato, ha saputo dare alla luce piccoli tesori dal valore autentico. Dapprima (Acadie, Opal, 1989) bozzettista sonoro alle prese con stili e prestiti tradizional-popolari, ma pure rimescolati col fare dello stilista astratto, non lontano da certe obliquità Brian Eno ; poi cantautore maggiormente ligio alle convenzioni, ma parimenti emozionale, quasi combattivo (For The Beauty Of Wynona, Warner, 1993). Infine performer di tenerezze in forma di ballad-cocktail (Shine, Anti, 2003).

Con un’inconsueta pausa di soli due anni, il Nostro si ripropone poeta ambientale, stavolta tutto strumentale, con un album discretamente impreciso. Dusty, ad esempio, è una semplicissima vignetta per sola chitarra, mentre Panorama è un inno di steel guitar tra vibrati impercettibili, Sketches rotea placida tra mugugni di chitarra, batteria mareggiante e synth ovattati, e Flametop Green propone un onirismo sensuale e dolente Durutti Column, con docile accompagnamento di piano.

Difficile dire dove Lanois voglia andare a parare, stavolta. Di sicuro l’unisono tra vibrafono, tastiere e gorgheggio catatonico di Oaxaca (ancora Eno dietro l’angolo) non aiuta molto, e nemmeno la svolta mariachi della parte centrale Agave. Così come non aiutano i riempitivi (Desert Rose), le pallide imitazioni di Frittke (The Deadly Nightshade) e di Frisell (Telco), le incursioni nello ska (Frozen). Nemmeno la chiusa, l’ambient aeriforme con flanger offuscante di Todos Santos riesce ad aggiungere alcunché al già poco.

Con il piano di Brad Mehldau e la batteria da Brian Blade (già in Shine), è la meno convincente dimostrazione delle potenzialità di Lanois. C’è la sua tipica cura professionale, e una dosata cornice strumentale, ma l’album in sé si basa su un vignettismo davvero monotono e incompiuto, per di più triviale nell’uso delle stereofonie e degli effetti sul suono e altamente volatile nella consistenza delle composizioni. Da perdersi, senza il rischio di non tornare.

da: http://www.sentireascoltare.com/CriticaMusicale/Recensioni/2005/livello%203/Album/DanielLanois.htm