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Una
Costituzione per Internet
STEFANO RODOTÀ
Internet ha bisogno di
una Costituzione? La domanda è attuale dopo le notizie di iniziative censorie
del governo cinese, e addirittura della cooperazione offerta da un portale
americano, Yahoo!, per l´arresto di un dissidente. Ed è una domanda che non può
essere elusa con l´argomento che ogni tentativo di imporre regole alla Rete è
impossibile o non necessario. Internet è il più grande spazio pubblico che
l´umanità abbia conosciuto, dove ogni giorno milioni di persone si scambiano
messaggi, producono e ricevono conoscenza, costruiscono partecipazione politica
e sociale, giocano, comprano e scambiano beni e servizi. Può tutto questo essere
abbandonato alle prepotenze dei regimi autoritari o alle convenienze del
mercato?
I fatti. Aveva cominciato qualche mese fa Microsoft accettando di mettere in
guardia i propri utenti cinesi dall´usare nelle loro comunicazioni elettroniche
parole come libertà, democrazia, partecipazione. Più pesantemente, Yahoo! ha
fornito le informazioni necessarie per rintracciare una e-mail che un
giornalista, Shi Tao, aveva mandato negli Stati Uniti, riferendo un avviso del
governo ai giornalisti sui pericoli della presenza dei dissidenti
nell´anniversario di piazza Tienanmen. Shi Tao è stato poi condannato a dieci
anni di prigione per diffusione di notizie ritenute segrete. Infine, come ha
ampiamente raccontato Federico Rampini su Repubblica (26 settembre), è arrivata
una legge che sottopone a stretto controllo le comunicazioni su Internet,
autorizzando solo quelle "buone", per evitare che attraverso la Rete si diffonda
un contagio democratico che possa far crescere il peso delle organizzazioni di
volontariato, consenta mobilitazioni tra gli oltre cento milioni di navigatori
cinesi e produca così non solo dissenso, ma rivolte. Si deve concludere che
Internet è per sua natura democratico, è incompatibile con i regimi autoritari?
Quest´insieme di vicende mostra con chiarezza come non si possano analizzare i
problemi di Internet partendo dalla tradizionale interpretazione libertaria, che
vede la Rete come spazio intrinsecamente anarchico, per sua natura insofferente
d´ogni regola, capace di ristabilire autonomamente la libertà violata. Ma, per
giustificare la "delazione" del giornalista, uno dei fondatori di Yahoo! ha
dichiarato che la sua azienda rispetta le regole del paese dove opera. Le
regole, dunque, ci sono, pesanti, e vengono rafforzate da inquietanti alleanze
tra Stati e imprese, divenendo strumenti limitativi della libertà.
Pensare a regole giuridiche di segno opposto diviene una necessità, quasi un
obbligo democratico. Ma ci si imbatte subito in ostacoli concreti, levati in
ogni campo contro i tentativi di far nascere garanzie giuridiche adeguate alla
realtà di un mondo globalizzato e di nuovi spazi senza confini, come Internet:
la sovranità degli Stati nazionali e la radicata abitudine delle imprese
transnazionali di pretendere di essere esse stesse i produttori delle norme che
le riguardano.
Non ci resta che arrenderci, o fidarci solo nelle virtù di Internet? Guardandosi
intorno, si scorgono altre possibilità. Un acuto analista, Franco Carlini,
propone una reazione sociale. Sfruttare subito le opportunità offerte dalla
stessa Rete, la sensibilità dei naviganti e le possibilità di mobilitazione
immediata, rispondendo così a tutti i messaggi che giungano da una casella Yahoo!:
"il suo messaggio viene respinto, ma saremo lieti di leggerlo quando proverrà da
un servizio di mail diverso da Yahoo! e rispettoso dei diritti umani". In Italia
lo stanno facendo aderenti a Magistratura Democratica e l´associazione Peacelink
offre una casella di posta elettronica a chi abbandona Yahoo!. In assenza di
norme di garanzie, i cittadini sparsi nel mondo cercano di incarnare una sorta
di contropotere.
Iniziative del genere, che sfruttano ogni varco di Internet, sono state definite
"strategie da bracconiere" e, in altre situazioni, hanno prodotto effetti
significativi, com´è accaduto con il boicottaggio di imprese transnazionali che
sfruttavano il lavoro minorile, e oggi Reporters sans frontières fornisce
istruzioni per diffondere informazioni in Rete senza farsi scoprire. Qui tutto è
più difficile per l´esistenza di uno Stato nazionale deciso a tenere una linea
dura e per l´interesse di Yahoo! a conquistare l´enorme mercato cinese.
Tuttavia, se la reazione proposta riuscisse a raggiungere una sufficiente massa
critica, avrebbe sicuramente un peso non soltanto simbolico: per questo non
convince la tesi di chi sostiene che è preferibile accettare quel che fa Yahoo!
piuttosto che abbandonare gli utenti cinesi ad un monopolio nazionale assai più
pressante. Già l´aver sollevato il problema, ad ogni modo, mette in evidenza il
rischio concreto di una "censura di mercato". Un tema, questo, sul quale da
tempo ho cercato di richiamare l´attenzione e che non può più essere eluso, dal
momento che gli usi commerciali della Rete hanno superato quelli civili,
prospettando così rivolgimenti profondi della stessa natura di Internet.
Le possibilità di successo delle strategie dal basso crescono se hanno alle
spalle anche strategie istituzionali. Quando parlo di una Costituzione per
Internet, non penso evidentemente ad un documento simile alle costituzioni
nazionali, ma alla necessità di definire i principi che possono trasformare in
diritti le situazioni di quanti usano la Rete. E, non essendo pensabile una
assemblea costituente che proclami questi principi, è necessario seguire
sentieri diversi, cogliendo le varie opportunità via via presenti nelle aree del
mondo.
Un buon punto di partenza può essere costituito dalla Carta dei diritti
fondamentali dell´Unione europea, dove il diritto alla protezione dei dati
personali viene riconosciuto appunto come un autonomo diritto fondamentale.
Questo vuol dire andare oltre la tradizionale nozione di privacy e considerare
la tutela forte delle informazioni personali come un aspetto ineliminabile della
libertà della persona. Ricordare questo fatto è importante, perché l´Unione
europea costituisce oggi la regione del mondo dov´è più elevata la tutela dei
dati personali, e questa scelta sta influenzando le decisioni di molti altri
paesi.
Nella Conferenza mondiale sulla privacy, tenuta a Venezia nel settembre del
2000, il Garante italiano lanciò il progetto di una Convenzione internazionale,
ora ripreso dalla Conferenza mondiale appena conclusasi a Montreux. Arrivare a
questo tipo di documento richiederà certamente le tradizionali e lunghe
negoziazioni tra governi. Ma esige intanto che tutti i soggetti coinvolti nella
gestione di Internet (Stati, cittadini, providers, produttori, imprese, autorità
garanti) comincino a rafforzare e a far rispettare le regole sovranazionali
ormai contenute in molti documenti, a sperimentare codici di autodisciplina "di
nuova generazione" (nel senso che non sono il prodotto esclusivo degli interessi
di settore, ma nascono dalla collaborazione tra questi e soggetti pubblici), a
verificare quali problemi possano essere risolti attraverso una migliore
progettazione e un miglior uso delle stesse tecnologie, contribuendo così a
definire sperimentalmente quale dovrebbe essere il campo di una futura
Convenzione.
Lungo questa strada, non dovrebbe essere perduta l´occasione che a novembre
verrà offerta dal World Summit sulla società dell´informazione, che si terrà a
Tunisi per iniziativa delle Nazioni Unite. Si è proposto, infatti, che lì venga
approvata una Carta dei diritti per la Rete, che parta dalla constatazione che
Internet sta realizzando una nuova, grande ridistribuzione del potere. Per
evitare che prevalgano le logiche censorie, è tempo di affermare alcuni principi
"costituzionali" come parte della nuova cittadinanza planetaria: libertà di
accesso, libertà di utilizzazione, diritto alla conoscenza, rispetto della
privacy, riconoscimento di nuovi beni comuni. E a Tunisi si dovrà decidere se la
gestione tecnica di Internet dovrà passare dagli Stati Uniti alle Nazioni Unite.
Ma l´Unione europea, che può essere il motore di questo processo ed ha assunto
una posizione coraggiosa sul tema della gestione di Internet, sta vivendo una
stagione che rischia d´essere dominata unicamente da preoccupazioni riguardanti
la sicurezza. Rampini ricorda che "le autorità di Shangai hanno installato
telecamere negli Internet café e registrano i documenti di chi entra". E´ quel
che sta accadendo anche in Europa, mentre la Commissione di Bruxelles,
soprattutto sotto la spinta della Gran Bretagna, propone di ridisegnare in modo
restrittivo il quadro normativo riguardante le comunicazioni telefoniche e
quelle attraverso la posta elettronica e Internet, cominciando dai tempi di
conservazione dei dati che le riguardano. Il Parlamento europeo e le autorità
garanti stanno reagendo, sottolineando che siamo di fronte a diritti
fondamentali, che non possono essere compressi senza alterare i caratteri
democratici delle nostre società.
In questo conflitto prende corpo proprio la dimensione costituzionale di
Internet. E la giusta proposta di una protesta capillare contro Yahoo! deve
valere, a maggior forza, nei confronti di regole europee che vanno ben oltre le
esigenze di tutela della sicurezza.