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I confini della nuova Europa
Barbara Spinelli

 

da La Stampa - 4 maggio 2004

 
IL nuovo-continente Europa che abbiamo visto nascere l'altro ieri a Dublino assomiglia molto poco alla prima Comunità che si formò nel 1951, quando tra sei Paesi fu creato il mercato comune del carbone e dell'acciaio. A causa dei più ampi confini e della dimensione continentale che possiede, a causa dell'internazionalizzazione dell'economia mondiale, a causa della metamorfosi che contraddistingue oggi il suo rapporto con l'America, l'Unione a Venticinque (e domani a 27 o 28) è votata a un destino più vasto, e profondamente diverso.

È un destino non più introspettivo, concentrato sulla riconciliazione tra nazioni europee secolarmente nemiche come accadde tra Francia e Germania, ma è un destino estroverso, che va oltre il continuo esame di coscienza casalingo cui eravamo abituati negli anni in cui la nostra sicurezza era tutelata da Washington. L'eredità della vecchia cultura non perde valore, ma l'Europa ha ormai la forza numerica e la statura per diventare un'Europa strategica, interessata alle sorti del mondo e responsabile di queste sorti.

La vecchia Europa è servita come modello di rappacificazione tra Paesi che storia e cultura avevano diviso. La nuova Europa strategica può servire come modello di nation-building su scala mondiale, di ricostruzione di nazioni minacciate dall'arretratezza economica, dalla corruzione delle classi dirigenti, dall'anarchia istituzionale, dai conflitti fra etnie e integralismi religiosi, dal terrorismo. Il presidente della Commissione europea Romano Prodi, che in tutti questi anni ha sottoposto gli europei orientali a un accanito, meticoloso esame di maturità economico, istituzionale, democratico, non ha torto quando dichiara che l'Unione si può presentare al mondo con un modello - vincente - di esportazione della democrazia.

Molti hanno paura di queste nuove dimensioni, di questi nuovi compiti, e della nuova cultura politica, delle nuove regole istituzionali, dei nuovi mezzi finanziari che occorrerà dare a se stessi per essere all'altezza dei compiti mutati. Per questo ci si concentra spesso su vantaggi e svantaggi economici dell'allargamento, quasi non si volessero vedere le dimensioni strategiche che caratterizzano a partire da oggi l'Unione.

Per questo si accumulano obiezioni, scetticismi, e alcuni (è il caso della rivista americana Newsweek) parlano addirittura d'un allargamento che metterà fine al sogno di un'Europa politica: non è la prima volta che i difensori d'un ordine vecchio dicono che il nuovo non ha opportunità di affermarsi, per il semplice motivo che gli occhiali che essi usano per guardare il nuovo hanno lenti vecchie. Se inforcassero gli occhiali nuovi, vedrebbero che l'Europa più grande non potrà che occuparsi di quel che accade intorno a essa, e di un retroterra che dopo l'allargamento si fa più difficile, impaurente. A Est l'Unione confina ormai con Stati pericolanti come Ucraina, Bielorussia, e soprattutto con la Russia, che è una potenza militare e al tempo stesso uno Stato debole, invischiato in un'interminabile guerra coloniale contro l'indipendentismo ceceno. A Sud-Est confina con la Turchia, che la Comunità considera «parte dell'Europa» fin dal ‘63 (così si espresse Walter Hallstein, presidente della Commissione).

Attraverso Cipro e Malta l'Unione è più vicina a Mediterraneo e Medio Oriente.

Di queste zone eravamo responsabili anche prima, ma l'Europa della guerra fredda era sotto custodia. La potenza Usa era non solo il nostro garante, ma il nostro federatore: il piano Marshall, che ci permise di uscire dai disastri della guerra, aveva come condizione che gli europei s'unissero. Questa strategia statunitense è finita, e non il sogno dell'Europa politica. Altri Presidenti verranno dopo Bush, che preferiranno dividere l'Europa piuttosto che federarla, e dunque spetta a noi soltanto, ora, trasformare l'Unione nel soggetto mondiale che non è ancora.

Tutto sta a vedere come affronteremo questo compito, e come ci prepareremo a quella che è divenuta una necessità oltre che un'opportunità. Tutto sta a vedere se saremo gettati nel vasto mondo come esseri ciechi e passivi (dunque se invocheremo in ordine sparso l'aiuto Usa) oppure se vi entreremo con occhi aperti, con nostri progetti, con le istituzioni che consentiranno all'Unione di contare, e di fronteggiare con spirito libero le leggi della necessità.

Darsi una nuova cultura politica, e i mezzi per sostenere una politica estera comune, vuol dire in essenza due cose. Primo, vuol dire far proprie le inquietudini di sicurezza delle nazioni dell'Est appena entrate, e non considerarle alla stregua di psicotiche «ossessioni». Se Bush ha potuto ingraziarsi Polonia e Repubblica Ceca, Ungheria e Baltici, è perché l'Unione non ha una politica verso i propri confini orientali e verso la Russia, e perché qui è la vera fonte di timori storici nell'Est europeo.

In secondo luogo, unificarsi e contare nel mondo vuol dire pensare quali sono i nostri confini, e di che natura essi debbano essere. Un giorno si deciderà, forse, se l'Europa deve o non deve menzionare le proprie origini cristiane. Ma fin da ora sappiamo gli ingredienti, di cui l'Unione deve esser fatta per non disfarsi: gli ingredienti che già oggi la definiscono, e che in futuro possono darle potenza. Tra questi ingredienti ci sono lo Stato di diritto, il pluralismo, l'appartenenza a una storia europea: sono condizioni imprescindibili, per futuri candidati. Ma non meno imprescindibile è la rinuncia a parti sempre più consistenti delle sovranità nazionali, da parte di tutti o quasi tutti: oggi nel commercio e nella moneta, domani - è sperabile, vista l'enormità dei compiti - in politica estera e di difesa. Questa rinuncia sarà regolata dalla Costituzione, che fisserà le sovranità della federazione, delle nazioni, delle regioni. E che non sarà una Costituzione immobile, perché altri trasferimenti di sovranità s'imporranno in avvenire.

L'Unione a 25 ancora deve fare passi importanti sulla strada di queste rinunce, per poi imporle a futuri candidati. Per questo è così difficile oggi iniziare un negoziato d'adesione con la Turchia. Per questo è impossibile aprire l'Unione a Israele e Palestinesi, che s'opporrebbero a ogni delega di sovranità.

Questi sono oggi i veri confini d'Europa: sono confini costituzionali, oltre che frontiere che s'incarnano in valori condivisi. Sono confini che consistono in regole di decisione, e la loro forza dipende dalla potenza di simili regole. Sono questi confini che permettono di dire: non è la gran quantità di Paesi che impedisce l'unità politica, ma l'assenza di regole davvero efficaci e l'uso eccessivo del diritto di veto. È un'assenza che paralizzava l'Europa dei Quindici, come rischia di paralizzare l'Europa dei venticinque. Entrare nell'Unione significa accettare che questo confine fatto di regole si rafforzi negli anni a venire, e interiorizzare il limite posto agli Stati-nazione. Questo hanno dovuto accettare i candidati, prima dell'allargamento.

Per parlare al mondo musulmano, l'Europa ha bisogno della Turchia. Per pesare in Medio Oriente, ha bisogno di legare a sé Israele e la rappresentanza palestinese: ne ha bisogno e ne ha il dovere, visto che la storia d'Europa è direttamente responsabile di quel che accade in Israele e Palestina. Con questi Paesi l'Unione dovrà trovare il modo di allearsi, ma senza garantire subito un ingresso.

L'adesione avverrà a ben precise condizioni, quando gli Stati in questione avranno veramente riflettuto sulla propria storia e ne vorranno costruire un'altra, fondata non più sulla forza solitaria e assoluta dello Stato-nazione ma sul senso del limite, sull'accettazione di autorità e leggi superiori alle autorità e alle leggi nazionali, e sulla scoperta che questa rinuncia è la stoffa di cui è fatto il modello europeo, quando funziona.