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1 Dicembre 2005
Amare l'Italia: relazione di Pierluigi Bersani



 Care compagne e compagni, cari amici, gentili ospiti,
siamo giunti fin qui dopo otto mesi di lavoro della Commissione Progetto che ha impegnato più di 200 persone e dopo trenta iniziative programmatiche promosse dal Partito. Voglio ringraziare tutti quelli che hanno partecipato al nostro percorso. Voglio anche ricordare lo splendido lavoro che si è svolto nella sala macchine del Partito: il Coordinamento, l’Organizzazione, la Comunicazione, la Tesoreria. Il frutto di questo lavoro, adesso, è a vostra disposizione.
Consegnando a Prodi, due settimane fa, il nostro contributo programmatico alla coalizione dicemmo che a Firenze avremmo cercato di dare l’anima a quei materiali. Proviamoci dunque, in queste tre intense giornate, con il contributo di interlocutori nazionali ed europei che ringraziamo vivamente per la loro presenza, e avendo alle spalle l'importante appuntamento di Milano della Margherita rispetto al quale non ci è difficile, come si potrà vedere, intrecciare positivamente temi e proposte.
Amare l’Italia. E’ questo il tema che dobbiamo svolgere. Qui non si parla del futuro di un partito o di una coalizione. Qui si parla del nostro Paese, del timore che possa non farcela a mantenere il suo posto nel mondo e ad ospitare un futuro davvero migliore per le nuove generazioni. Si parla della fiducia che abbiamo nella riserva enorme di energie che l’Italia può esprimere e che devono essere suscitate attorno a un progetto. Un progetto, una idea di Paese: sintetizzabile finché si vuole e comunicato al meglio, auspicabilmente, ma non banalizzato in pillole demagogiche e miracolistiche. Perché i problemi sono seri, perché non è più tempo di miracoli, perché noi non siamo Berlusconi.
Se diciamo “progetto per l’Italia” allora ci prendiamo un primo impegno. Non metteremo la bandierina sulle nostre opinioni programmatiche. Ci mettiamo attivamente a disposizione di una sintesi che abbia quel tanto di radicalità e quel tanto di moderazione che la situazione richiede e riconosciamo la convenzione dell’Unione come luogo di quella sintesi e Romano Prodi come responsabile primo di quella sintesi. In altre parole, stiamo dicendo che non c’è bisogno di un classico governo di coalizione; c’è bisogno semplicemente di un governo, di un governo di centrosinistra, di un governo per l’Italia. Stiamo dicendo che il patto sottoscritto da 4 milioni e trecentomila elettori dovrà trasferirsi in un accordo programmatico fra forze politiche che garantisca la direzione di marcia e preservi e tuteli l’autonomia della funzione di governo e cioè la voce univoca del governo rivolta al Paese.
Un programma allude necessariamente ad azioni di governo, a fatti da determinare. Ma i fatti, diceva Pirandello, sono sacchi vuoti e non stanno in piedi da soli. I fatti hanno bisogno di senso, hanno bisogno di una cifra, di una direzione. Su questo, fondamentalmente deve venire un contributo dalle giornate di Firenze. Il compito dei Democratici di Sinistra è di dimostrare che la grande e antica cultura riformista della sinistra politica italiana può portare frutti nuovi e utili al progetto comune.
La prima grande e antica parola della nostra tradizione che vogliamo pronunciare ancora, portandola al progetto comune è “umanità”. Una parola che risuonò ai tempi delle primissime forme di auto organizzazione sociale e di riscatto collettivo suscitato dal movimento socialista italiano ed europeo. Sembrò allora, nel pieno di una cultura positivista, che l’emancipazione sociale potesse darsi la mano con l’avanzamento impetuoso, inimmaginabile, della scienza e della tecnica e con l’improvviso avvicinamento dei luoghi e dei tempi del mondo: con l’irrompere insomma di una fase inedita di globalizzazione. Si generò invece uno spaesamento; si generarono prima nella cultura e poi nella politica reazioni difensive, protezioniste, nazionaliste, razziste: si generò un desiderio di guerra nel cuore dell’Europa. I grandi avanzamenti tecnologici e scientifici vennero intensificati e piegati a trent’anni di violenza immane. La storia non si ripete mai, ma non accetta mai di essere ignorata. Più di cento anni dopo noi vogliamo ancora guardare alla nuova globalizzazione con gli occhi dell’umanità, con l’idea che possa venirne un bene incomparabile per tutti gli uomini e le donne del mondo. Ma il positivismo romantico è morto e anche lo storicismo non sta benissimo. Il nostro sguardo adesso è critico; adesso pensiamo che niente è scontato e che la politica deve intervenire nella globalizzazione. Vediamo con chiarezza che non c’è controllo politico di fattori essenziali all’equilibrio planetario e alle fondamentali relazioni umane: i grandi pericoli ambientali, ad esempio, l’equa disponibilità di materie prime essenziali, le grandi migrazioni, i flussi finanziari fondamentali, la circolazione incontrollata della ricerca più sensibile, la formazione di gravi zone d’ombra nella crescita mondiale e di divaricazioni sociali nella divisione internazionale del lavoro, effetti dumping che tolgono diritti a chi ce li ha prima di darli a chi non ce li ha, la disseminazione planetaria del terrorismo, la proliferazione delle armi, l’uso della forza senza legittimazione e la conseguente perdita di confini fra la pace e la guerra. Immaginare un controllo politico delle grandi criticità del mondo significa, se non si ha paura delle parole, immaginare l’avvicinamento progressivo ad un governo democratico del mondo. Nessun paese da solo, nemmeno il più forte, può infatti caricarsi di questo compito. Multilateralismo, corresponsabilità, reciprocità, aggregazioni regionali, riforme e rafforzamento di tutte le organizzazioni internazionali come avvicinamento ad un nuovo ordine mondiale e come progressiva globalizzazione della politica. Noi vogliamo riprendere i tratti distintivi della politica estera repubblicana segnata dal dettato costituzionale che è più attuale che mai. L’articolo 11 nasce non dalla testa di pochi uomini illuminati ma dalla tragedia di milioni di uomini e parla del mondo di domani. Noi siamo per una applicazione rigorosa dell’articolo 11 che indica la strada di una sovranità via via condivisa fra le nazioni e che consente l’uso della forza solo come mezzo di sicurezza collettiva, secondo i dettati della Carta delle Nazioni Unite e secondo criteri che distinguono la funzione di polizia internazionale dalla guerra, con l’unica deroga del genocidio imminente. L’insieme di questi principi illumina le indicazioni di politica estera che stiamo discutendo ai tavoli dell’Unione e che orientiamo alla ricostruzione della reputazione e del ruolo dell’Italia nella comunità internazionale. Se ne parlerà qui già da stasera. Io voglio solo ribadire che i criteri con i quali condurre la battaglia senza quartiere contro il terrorismo non sono per noi i criteri della guerra. Ribadiamo che la guerra in Iraq è avvenuta fuori dalla legalità internazionale, ha colpito il principio di una governance multilaterale del mondo, ha fornito spazi ulteriori al terrorismo aggravando il problema che dichiarava di voler risolvere. Oggi occorre una discontinuità. La gestione della crisi irachena va internazionalizzata e posta al di fuori di ogni possibile logica di occupazione. Se vinceremo le elezioni proporremo immediatamente al Parlamento un calendario di rientro delle nostre truppe e rafforzeremo l’iniziativa politica ed economica per sostenere una transizione democratica in Iraq: una prospettiva molto difficile ma che comunque si è aperta dopo la caduta di Saddam Hussein.
Nella costruzione del mondo nuovo non può mancare un grande protagonista, l’Europa. L’Europa è la seconda grande parola che vogliamo pronunciare qui a Firenze. A differenza della destra, noi parliamo di Europa criticamente non perché ce ne è troppa ma perché ce ne è troppo poca. Così come è oggi l’Europa non può parlare al mondo, non può partecipare davvero ad una nuova regolazione dei processi globali, non può portare il suo contributo peculiare, il suo proprio modo di declinare i valori democratici e universalistici dell’occidente, dei quali è giustamente orgogliosa, ponendoli al servizio di un nuovo assetto globale. La storia europea (che alla fine, è l’unica vera identità dell’Europa) ci ha insegnato drammaticamente che chi porta grandi valori sulle proprie bandiere può calpestarli lui stesso; che quei valori dunque sono sottoposti ogni giorno all’onere della prova e che la superiorità di quei valori sta nella capacità di rispettarli e di evitare i doppi standard. La ricchissima e multiforme storia europea ci predispone anche a riconoscere che, come ricorda Amartya Sen, valori universalistici e forme democratiche di discussione pubblica sono presenti in tante tradizioni del pianeta e che l’irrinunciabile principio di maggioranza deve essere arricchito dalla permanenza di istituzioni liberali, da presidi di partecipazione, dall’acquisizione di diritti sociali. Dunque dall’Europa può ben venire l’idea che la democrazia non è una formuletta, che si può essere orgogliosi di sé senza disprezzare gli altri; che si può essere occidentali cercando la reciprocità e il dialogo; che insomma si può essere occidentali senza fare la guerra. Se ci fosse più Europa forse tutto questo lo si vedrebbe più chiaramente.
Tuttavia non potrà esserci più Europa se le difficoltà delle politiche nazionali continueranno a scaricarsi sull’Unione Europea e se l’Unione Europea continuerà a rimanere in mezzo al guado fra dimensione intergovernativa e dimensione federale, fra allargamento e rafforzamento, fra zona di scambio e soggetto politico. Noi diciamo che l’Italia deve lavorare perché a partire dalla zona euro ci sia una assunzione di responsabilità politica. La sfiducia e l’incertezza dell’opinione pubblica europea e il prevalere di riflessi difensivi hanno radici ben evidenti. Tali radici stanno all’incrocio fra economia e società, fra esigenze di innovazione e di rassicurazione, fra crescita economica e riforma del welfare. L’euro diventa una camicia di forza se non è accompagnato da una politica economica comune, ma la politica economica comune non può esistere senza la costruzione di un vero mercato interno dei servizi, dei prodotti, della conoscenza, e un vero mercato interno non viene consentito senza presidi sociali e di welfare rinnovati sì, ma percepibili e sicuri.
Così, in questo incrocio irrisolto, in Europa maturano elementi di distacco e di sfiducia. La giusta ricetta di Lisbona stenta a diventare concreta. E’ giusto dire che in Europa non si può rilanciare l’economia distruggendo la società. E’ giusto dire che l’Europa non può immaginarsi competitrice nel nuovo mondo senza orientarsi alla conoscenza, alla qualità dei prodotti, alla qualità sociale e ambientale. Ma tutte queste giuste affermazioni non possono risolversi semplicemente in linee indicative; devono tradursi in politiche di riforme comuni a cominciare dall’area dell’euro che deve promuovere politiche di convergenza per i 25 e, se del caso, praticarle direttamente. Il mercato interno deve essere integrato attraverso liberalizzazioni e norme di concorrenza e semplificazione che si mettano in equilibrio con processi di armonizzazione e di standardizzazione dei diritti e delle garanzie. Non possiamo consentirci effetti dumping a cominciare dai diritti del lavoro che colpirebbero al cuore il concetto stesso di competitività europea; e ci sono tuttavia spazi enormi per smantellare meccanismi corporativi e protezionistici, barriere improprie che impediscono l’affermarsi di una figura di consumatore europeo. Inoltre, il consolidamento industriale e tecnologico deve essere condotto secondo linee di politica industriale a dimensione europea; devono essere finanziati a scala europea progetti riferiti alle infrastrutture materiali e immateriali e alla ricerca. Bisogna procedere a graduali armonizzazioni in campo fiscale, a partire dalle basi imponibili, bisogna determinare i contenuti di base delle politiche di welfare e di tutela sociale europee, rafforzare il bilancio comune (che invece è a rischio in questi stessi giorni!) e così via. Su tutto questo vogliamo che l’Italia assuma una iniziativa coerente, forte, visibile uscendo da un balbettio euroscettico che non porta a nulla.
Noi partecipiamo ai problemi dell’Europa ma ne abbiamo di peculiari. Problemi che ci fanno differenti e che hanno radici antiche. Abbiamo la peggior demografia d’Europa e forse del mondo, e non risolveremo questo problema con i baby bonus per ricchi e poveri, mentre le coppie non si formano precocemente perché non si trova la casa e perché il lavoro è precario; né lo risolveremo con un approccio emotivo ed irrazionale all’immigrazione. Abbiamo un dualismo territoriale sconosciuto altrove e non lo risolveremo mettendo le politiche per il sud all’ombra della devolution. Abbiamo un debito pubblico che nessuno ha e che ci appesantisce e non lo ridurremo lasciandolo crescere per la prima volta dal ’95 e gettando via il patrimonio di avanzo primario che si era accumulato. Abbiamo il livello più basso di istruzione e formazione e non lo alzeremo riducendo l’obbligo scolastico. Abbiamo il più basso tasso di attività e non lo miglioreremo edulcorando qualche statistica sull’occupazione.
Oltre a questi problemi strutturali le peculiari caratteristiche del nostro assetto produttivo ci creano particolari problemi di fronte a questa fase di globalizzazione e di fronte al ciclo tecnologico che è in atto. Con i nostri settori di specializzazione e con la nostra dimensione di impresa è indubbiamente più difficile metterci all’altezza della necessaria internazionalizzazione ed è più difficile in particolare assorbire con adeguate soluzioni organizzative le potenzialità enormi e pervasive delle nuove tecnologie dell’elettronica, dell’ICT e di Internet. Va ricercato qui il cuore del nostro problema che si manifesta come caduta della produttività e che ci differenzia dal resto d’Europa (in due anni per noi meno 1.3, per la Germania più 2.5, per l’Europa più 1.5, e pensare che eravamo i Giapponesi d’Europa!). Questo è il problema e noi proponiamo di affrontarlo con coraggio. Tutti devono essere chiamati a discuterne vedendone la complessità senza scaricarselo addosso reciprocamente, fino a metterlo solo sulle spalle del lavoro. Fin qui e in tutti questi anni questo problema non è stato nemmeno visto dal Governo. Il passaggio di fase della nostra economia e della nostra base produttiva non è stato visto dal Governo, nonostante le battaglie politiche e parlamentari nostre e di tutta l’opposizione e nonostante il ripetuto allarme delle forze sociali. Non è stato visto che la selezione e la ristrutturazione che sono in corso, anche a scala europea, da noi si traducono mediamente in un indebolimento; un indebolimento che produce perdita di orizzonti e umor nero negli attori economici, produttori o consumatori che siano. Ecco la responsabilità vera dei governi di centrodestra: non aver guidato la reazione del Paese, aver piegato le evidenti ragioni della realtà alle illusorie ragioni di un sogno da vendere a buon mercato. Politiche a rovescio, politiche generiche, politiche delle briglie sciolte e dell’asticella bassa, politiche della rottura e dello scontro sociale, politiche del prender tempo aspettando che faccia bel tempo, politiche dei condoni parossistici, delle una tantum, politiche di aumento e di dispersione della spesa corrente, di azzeramento progressivo degli investimenti e dell’avanzo primario, di aumento del deficit senza stimolo alcuno alla crescita, politiche infine di riforme a orologeria con il timing dei costi politici o economici puntato sulla prossima legislatura.
Dentro a tutto questo, la crescita incontrollata sotto la pelle del Paese di una nuova e grande questione sociale sulla quale qui a Firenze vogliamo accendere i riflettori. Molti fenomeni nuovi hanno in questi anni determinato una redistribuzione a rovescio: l’asimmetria degli effetti della globalizzazione sulle diverse componenti del corpo produttivo e sociale; lo spostamento verso la rendita e l’intermediazione e non verso la produzione e il lavoro dei benefici inediti di una stagione di bassi tassi di interesse, la singolare incuria con cui da noi, e solo da noi, è stato introdotto l’euro: questi fenomeni hanno alleggerito alcuni e appesantito altri degli effetti della bassa crescita. Alcuni si sono arricchiti, molti altri si sono impoveriti: le fasce di reddito medie, medio-basse e basse e le imprese più esposte alla competizione, rispetto a quelle che potevano tenersene più al riparo. Sono emersi problemi acuti e vere emergenze che pensavamo di avere alle spalle. La quarta settimana per i redditi più bassi, la casa per chi non la possiede e così via. Pensionati, lavoratori, giovani, famiglie hanno misurato il peso di una vita più difficile e più insicura.
Ancora una volta tutto questo non solo non è stato visto; non solo non è stato corretto ma è stato invece aggravato. Si è fatta una redistribuzione a rovescio dentro alla Waterloo delle politiche fiscali. Si è abbandonata ogni politica dei redditi. Non si è restituito il fiscal drag, si è preso a riferimento un tasso di inflazione irrealistico, si è rinunciato ad ogni iniziativa sui sistemi tariffari e sul condizionamento dei prezzi più sensibili, si è colpito il welfare locale, si è consentito che abitualmente i contratti si chiudessero con almeno un anno di ritardo, come sta avvenendo per i metalmeccanici che domani sono in sciopero e ai quali facciamo giungere da qui il nostro saluto e la nostra solidarietà. Insomma si è guardata l’Italia con gli occhi e con il cuore di chi si arricchiva e non di chi si impoveriva. Per lui solo frasi demagogiche, misure ingannevoli e promesse a ruota libera (ne ascolteremo altre, di queste promesse, già nelle prossime ore; sulla casa, ad esempio, con un piano che se applicato vedrebbe i primi risultati tra 5 o 10 anni e che non darà nessuna risposta concreta ai bisogni di oggi). Dunque il nostro Paese non è cresciuto e ha ridistribuito al contrario, eppure nessuno può dire che in questi anni la priorità dell’azione di governo abbia avuto qualcosa a che fare con tutto questo. La maggioranza di governo ha esercitato la sua forza, la sua convinzione, la sua tenacia, la sua efficienza in tutt’altra direzione, una direzione totalmente avulsa dalla vita reale del Paese: lo stravolgimento costituzionale, il ribaltamento del sistema elettorale (che più lo si guarda, più si rivela un pasticcio di proporzioni bibliche!), l’adattamento meticoloso e pervicace delle norme giuridiche ad esigenze personali, lo smantellamento con le parole e con i fatti di elementi essenziali dell’etica pubblica, l’apertura aggressiva e revanscista di fronti ideologici usati come diversivo.
Tutto questo ha creato delusione in grande parte dell’elettorato. Non sarà facile per il centrodestra coprire i fallimenti vecchi con promesse nuove, così come cercherà di fare. Nè gli sarà facile il gioco delle tre carte con i tre leader, che sono in realtà le facce diverse della stessa delusione e degli stessi fallimenti. L’elettorato ha mostrato in questi anni la disponibilità a sostenere attivamente l’alternativa dell’Unione. Non è una acquisizione scontata, ma una possibilità che si apre alla nostra proposta. Noi desideriamo che l’Unione si rivolga al Paese con un linguaggio di verità e con la serenità e la fiducia che derivano dalla consapevolezza dei problemi e dalla volontà concreta di affrontarli. Chi governerà troverà una situazione molto, molto difficile. Lo sappiamo noi e lo sanno gli italiani. Non prometteremo tuttavia lacrime e sangue. Tanti cittadini vanno sollevati da condizioni di debolezza e di disagio, di insicurezza e di precarietà. Dovremo farlo. Non lacrime e sangue dunque ma rigore sì, spirito civico sì, fedeltà fiscale sì, sforzo collettivo e condiviso, reciprocità, concertazione.
La prima parola che vogliamo dire a proposito della questione economica e sociale è la parola più naturale e vera per un grande partito della sinistra. Vogliamo un’Italia più giusta, ecco la parola. Senza equità non risveglieremo le energie di questo Paese e non ci rimetteremo in cammino. Proponiamo di cominciare a ridurre da subito la forbice che si è aperta nelle condizioni sociali. Si potrà ritrovare questa chiave nelle nostre proposte di politica fiscale (rafforzamento degli effetti redistributivi, imposta negativa, strumenti concreti di lotta all’evasione). Si potrà ritrovare questa chiave nel progetto di riduzione degli istituti della flessibilità e di contrasto alla precarizzazione. Si potrà ritrovarla negli impegni sulle punte più acute del disagio sociale (la non autosufficienza, la casa), nell’approccio universalistico, di responsabilità pubblica e non di mercato ai bisogni fondamentali (salute, sicurezza, istruzione), nel rilancio di luoghi e strumenti di politica dei redditi e di osservazione attiva delle dinamiche delle tariffe e dei prezzi e nell’attenzione al ruolo degli Enti locali e alla funzione decisiva del welfare locale.
L’idea di un’Italia più giusta emerge inoltre in punti cruciali della nostra proposta, laddove in modo più evidente economia e società si danno la mano. Deve essere chiaro ad esempio che per noi è inaccettabile mettere un tredicenne al bivio fra il sapere per il sapere e il sapere per il fare. Per noi è un’ingiustizia e questo già basterebbe; ma è un’ingiustizia che si traduce in una inefficienza e che già oggi sta mettendo in discussione inevitabilmente il ruolo centrale della formazione tecnica. Per noi è inaccettabile, come ingiustizia e come inefficienza, il grado di precarizzazione e di sottosalario cui è costretta parte grande della nuova generazione. Per noi è inaccettabile e inefficiente che a parità di lavoro, a parità di tempo e a parità di qualifica ci sia differenza di salario fra donne e uomini, o fra immigrati e cittadini italiani; così come è assurdo e non tollerabile che il ripiegamento dei dati sull’occupazione nel mezzogiorno torni a colpire i giovani e le donne. In questi e in altri casi ci sono ingiustizie che disperdono risorse e che immobilizzano energie necessarie per la riscossa del Paese. Ce ne occupiamo nelle nostre proposte in modo concreto su ogni punto collegando intimamente le politiche sociali alle politiche della crescita sostenibile. Del resto, lo ha detto spesso Romano Prodi e lo ripetiamo anche noi, non ci può essere una politica dei due tempi nè fra crescita ed equità né fra crescita e risanamento della finanza pubblica. Certamente la fiducia di investitori e consumatori non può muoversi senza la certezza di una finanza pubblica sotto controllo. Oggi questo controllo non c’è perché non c’è governo vero dei grandi aggregati di spesa corrente, aggregati che non si lasciano dominare con le politiche inique ed illusorie degli tagli o dei tetti, ma solo con una qualificazione razionale ed efficace dei meccanismi interni che determinano la spesa. Oggi questo controllo non c’è perché non c’è sicurezza nelle entrate fiscali, una sicurezza che non si ottiene derogando di volta in volta alle leggi, ma allestendo invece una fiscalità più rispettosa del contribuente ma che non deroga e non strizza l’occhio a nessuno. Nelle nostre proposte non si troverà l’impegno ad una generalizzata riduzione fiscale ma l’impegno ad un riorientamento del carico fiscale secondo una ispirazione più nettamente redistributiva ed un privilegio del lavoro e della produzione rispetto alla rendita con l’allestimento altresì di strumenti e di politiche capaci di scoraggiare l’evasione e l’infedeltà fiscale.
Nelle nostre proposte c’è una riforma del meccanismo di formazione del bilancio dello stato, c’è in particolare l’allestimento di una corresponsabilità nel controllo a tempo reale della spesa fra Stato, Regioni ed Enti locali, c’è l’attenzione ai meccanismi di sostenibilità finanziaria nei comparti più cruciali , come la sanità. Noi siamo per una seria politica di bilancio. Non ci piacciono i buchi perché non ci piacciono le stangate, perché non ci piace lasciare ai figli solo problemi e debiti, perché vogliamo ricostruire un minimo di spazio per rafforzare gli investimenti e quindi il capitale sociale del nostro Paese. L’equilibrio di bilancio, lo ripetiamo, è un problema serio da affrontare con linearità e rigore. Ma non lo vediamo come la stella polare dell’azione di governo. La stella polare dell’azione di governo è l’economia reale del nostro Paese e la sua possibilità di crescere in modo sostenibile e socialmente equilibrato. A proposito di priorità teniamo ben a mente un dato. Fatta cento la produzione industriale manifatturiera del 2000 nel settembre 2005 i Paesi della zona euro sono a 103.3, la Germania a 107.3 e l’Italia a 94.5. Vogliamo ancora stupirci che il nostro PIL viaggi a 0.1-0.2 e quello europeo a 1.2-1.3, e che siamo cioè finiti in fondo alla classifica europea quando nel 2000 eravamo nelle zone alte? Per questo, dopo quindici anni chiediamo con forza che la struttura e l’azione di governo vengano organizzate puntando all’economia reale. Innanzitutto dobbiamo stimolare una riscossa sul piano della produzione industriale e dei servizi e rispondere con chiarezza ad una domanda radicale: quale struttura industriale immaginiamo per l’Italia fra dieci anni nella nuova divisione internazionale del lavoro? Noi rispondiamo a questa domanda attorno a tre punti chiave che si possono sintetizzare così.
1. Nei settori a grande economia di scala (dall’aerospazio alla siderurgia, dall’auto alla chimica, dal ferroviario alla cantieristica) noi dobbiamo predisporci per tempo a partecipare in modo non subalterno ad una ulteriore fase di consolidamento, di concentrazioni e di alleanze che si determineranno a scala continentale e a scala mondiale. Dovremo a questo fine organizzare risorse di diplomazia economica, di sostegno alla ricerca, di committenza pubblica;
2. Noi a differenza di altri Paesi europei non potremo rinunciare alla manifattura dei beni di consumo. Possiamo immaginare un ridimensionamento quantitativo per addetti e per numero di imprese ma in forme tali da essere compensato da un più alto valore aggiunto, da mix professionali più elevati, dallo sviluppo dei servizi collegati. Servirà dunque una politica energica di accompagnamento al rafforzamento e alla selezione del nostro sistema di piccole e medie imprese. O da sole, o in filiera, o in rete, o in consorzi molte nostre imprese dovranno dotarsi di complessità organizzative tali da trarre vantaggio dal ciclo tecnologico e tali da consentire lo sviluppo di funzioni indispensabili per l’internazionalizzazione: funzioni di commercializzazione e di logistica, marchi, ricerca e innovazione, finanza. Bacini di subfornitura dovranno essere tenuti in rete con operazioni di qualificazione da promuovere e sostenere. Anche le piccole e medie imprese di successo a cominciare dalla meccanica, dovranno consolidarsi, accorparsi, crescere per reggere le nuove sfide. A tutto questo le politiche pubbliche, industriali e fiscali dovranno fare sponda organizzando le energie (associazioni, banche, terziario professionale) attorno ad obiettivi chiari e condivisi. Intanto, (e avremmo già dovuto farlo in questi anni!) dovremo prendere un po’ di tempo con ragionevoli misure difensive nazionali ed europee consentite dalle norme sul commercio e sulle quali fin qui si sono fatte molte chiacchiere demagogiche ma ben pochi fatti; dovremo avere qualche strumento nuovo per le crisi e le transizioni industriali;
3. Tutto questo non basterà. Bisognerà sviluppare attività economica in settori nuovi.
4. Noi individuiamo questi settori nei nuovi ambiti tecnologici, nell’ambiente, nella logistica, nel turismo e nei beni culturali. Più in generale abbiamo margini evidenti di iniziativa nel grande campo dei servizi, a cominciare da quelli di utilità sociale. Abbiamo proposte in ciascuno di questi campi molti dei quali investono direttamente il Mezzogiorno. Voglio citare in particolare l’efficienza energetica come grande campo di attività economica. Il singolare privilegio di avere l’energia più cara d’Europa ci consente di attivare risorse di mercato per l’efficienza energetica e per il risparmio energetico sia nel campo industriale sia nei luoghi di vita, l’abitazione e la città.

Non sarà difficile cogliere nei materiali che presentiamo una idea di crescita largamente collegata a dimensioni qualitative e a concetti di sostenibilità. Ad esempio, non ci sfugge che l’agricoltura italiana è davanti al passaggio più impegnativo della sua storia moderna, con una riduzione grave di margini e di redditività. Non ci sfugge che anche qui ci sono regole della concorrenza da ridefinire, politiche di rafforzamento delle imprese agricole e di trasformazione da attivare, una riforma europea da perfezionare, un legame industria-agricoltura da stringere meglio e di più. Ma la grande scelta strategica è comunque l’agricoltura di qualità, sono le produzioni distintive, è il rapporto creativo fra valori imprenditoriali, valori ecologici, valori della ricerca, valori del territorio da proporre al mercato e al consumatore. La valorizzazione a fini economici ed occupazionali dei beni culturali e ambientali e delle potenzialità turistiche avviene sempre secondo linee di qualificazione e di preservazione attiva delle enormi risorse disponibili (il calo del turismo è impressionante e chiameremo tutti a questo proposito ad una grande operazione nazionale). Lo sviluppo di settori tecnologici avviene secondo linee di inserimento delle tecnologie nella vita sociale, nella pubblica amministrazione, nelle imprese e secondo linee di sviluppo di nuova impresa in settori strategici e “leggeri” (elettronica, telecomunicazioni e spazio, biotecnologie, nanotecnologie, nuovi materiali) anche in relazione positiva con i nostri settori di tradizione. La rivisitazione delle città come nuovi distretti della produzione della conoscenza e come luogo di nuove risposte sociali, a cominciare da quella abitativa e della casa in affitto, avviene secondo linee di riqualificazione di comparti urbani e di forte logica ambientale. Invito a leggere, a questo proposito, l’approccio originale che assumiamo nel progetto città. Anche per le infrastrutture proponiamo quel ribaltamento concettuale che fu alla base del Piano Generale dei Trasporti, in questi anni dimenticato e tradito, in nome della mitizzazione impotente dell’opera pubblica che ha generato mille priorità e nessuna vera realizzazione ed ha dato luogo ad un processo che, lo abbiamo denunciato più volte, ha ridotto la logistica alla mobilità, la mobilità all’infrastruttura, l’infrastruttura all’opera pubblica, l’opera pubblica alla lavagna propagandistica allestita in uno studio televisivo. L’obiettivo per noi è la mobilità sostenibile e lo sviluppo di una logistica moderna. Per questo ci vogliono nuove regole, nuovi attori industriali, sviluppo di tecnologie e ci vogliono certamente opere che partano dai colli di bottiglia e dagli snodi fondamentali del sistema, dai grandi assi di comunicazione continentale (Torino-Lione compresa), dal ferro e dal mare secondo priorità onestamente dichiarate e compatibili con le risorse, e secondo modelli di “democrazia efficiente” che garantiscano sia la partecipazione, sia la decisione. Secondo questo modello si sono fatte le uniche grandi opere che si vedono, tutte quante cantierate dal centrosinistra. Secondo questo modello di partecipazione, di compromesso, di decisione si sta ad esempio realizzando l’impressionante galleria ferroviaria tra Firenze e Bologna. Quando parliamo di energia, non parliamo di cose per l'Italia ormai totalmente antieconomiche come il nucleare (al netto naturalmente della ricerca sul nucleare di nuova generazione): parliamo di efficienza energetica, di fonti rinnovabili, e in particolare di regole e di infrastrutture capaci di aumentare la disponibilità di gas metano abbassandone finalmente il costo; parliamo di investimenti diretti a mettere in campo produzioni elettriche a più alto rendimento per espellere via via quelle più costose ed inquinanti, come sta già avvenendo dopo la riforma. Quando parliamo di sviluppo industriale dei servizi parliamo di servizi di utilità sociale, come l’acqua, ma parliamo altresì di servizi professionali e gestionali e di servizi alla persona in grado di accompagnare (se aiutati a crescere in qualità e dimensione), sia le nuove esigenze dell’apparato produttivo sia i bisogni più articolati e più complessi delle famiglie e delle persone; fino al ruolo non di mercato ma di grande rilievo economico e sociale del terzo settore che dovrà assumere nelle prospettive del paese un ruolo più qualificato e più strategico. Insomma, nel nostro lavoro c’è l’idea che la sostenibilità possa essere anche un motore e non solo un condizionamento della crescita.
Tutte le politiche che ho elencato fin qui, sociali, economiche e industriali che siano, hanno l'occhio rivolto al mezzogiorno. Per la prima volta da anni il sud cresce addirittura meno di un paese che cresce quasi nulla. Siamo quindi alla prova conclamata del fallimento delle politiche di governo; ma soprattutto siamo di fronte a dati davvero molto preoccupanti che non posso riprendere qui, ma che sono ben noti. Noi organizziamo la nostra proposta per il sud sulla priorità sicurezza - legalità - etica degli affari; sulla opportunità - mezzogiorno come piattaforma logistica ed economica fra Europa ed Asia, oltre che fra Europa mediterraneo e Balcani; sulla risposta alle condizioni di povertà essendo chiaro che la forte ispirazione redistributiva del nostro programma economico e fiscale interessa in particolare il sud; sugli investimenti in settori come la mobilità, l'acqua ed i centri urbani; sull'animazione di attività economiche come l'agricoltura di specializzazione, il turismo, l'industria oltre la specializzazione e verso i settori tecnologici. Per noi le risorse disponibili di derivazione europea nazionale e regionale dovranno essere utilizzati in parte per forme di fiscalità di vantaggio su investimenti e occupazione; in parte su interventi selettivi a favore dell'industria e della ricerca secondo procedure stabili e chiare. Per la parte principale, tuttavia le risorse dovranno essere indirizzate a beni e servizi collettivi sulla base di un numero più ridotto di programmi e di misure e con progetti di soglia adeguata, meno numerosi, dunque, ma più incisivi e con garanzia di essere completati. L'esigenza principale tuttavia è che “mezzogiorno” torni ad essere una parola pronunciabile con serietà e che venga espulso dal governo del paese il cinismo irridente di chi ha smobilitato ogni politica per il sud, ha praticato spesso vere e proprie politiche di svantaggio per il sud e in cambio dispensa con tono saccente idee, balorde per lo più, come quella della “banchetta del sud”.


Cari compagni, cari amici,
noi vogliamo definire così i nostri grandi obiettivi di politica economia e sociale: una società più giusta, più dinamica e aperta, più colta. Più politiche pubbliche e più mercato.
Partiamo dunque anche dall’esigenza di aprire e regolare nuovi mercati fuori da assetti monopolistici e corporativi, su standard che garantiscano sicurezza e qualità per il consumatore, fondamentali clausole sociali per gli operatori, investimenti e crescita industriale. Quando una liberalizzazione ha queste caratteristiche, per noi è di sinistra! Ci predisponiamo dunque con convinzione ad azioni coraggiose in questa direzione. Non posso fare qui il lunghissimo elenco dei settori nei quali intervenire. L’elenco va dalla capacità di venire a capo del prezzo esorbitante del latte in polvere, fino alla simpatica ipotesi di avere un po’ di treni che viaggiano adesso che abbiamo i binari raddoppiati dell’alta capacità! Treni che portino merci, treni che ci sgombrino le strade e che sarà possibile veder correre solo aprendo le regole a nuovi investitori e a nuovi attori industriali.
Il tema cruciale dell’apertura di nuovi mercati non può in nessun modo essere sovrapposto al tema delle privatizzazioni o a quello del rapporto pubblico-privato. Le due cose devono rimanere distinte sul piano concettuale e sul piano pratico. Nei prossimi anni abbiamo bisogno di risultati. Bisogna insomma che il gatto mangi il topo e che si raggiungano obiettivi industriali in termini di investimenti, di crescita dimensionale, di nuove attività economiche in particolare nel Mezzogiorno. Bisogna che tutto questo avvenga sotto l’occhio vigile dell’Antitrust, dentro a trasparenti regole di mercato e nel pieno rispetto delle regole europee. Diciamo pure che se per questa strada corre il gatto privato non c’è ragione che corra il gatto pubblico. Diciamo che la vocazione del pubblico sta ovviamente più nelle reti che nelle attività. Diciamo che andrà disboscata e riorganizzata la confusa pletora di società pubbliche a finalità indefinita che il centrodestra ha prodotto. Aggiungiamo che, avendo noi promosso le più grandi privatizzazioni d’Europa, non si potrà certo attribuirci un pregiudizio. Ma una privatizzazione, in particolare nei servizi (e scontando, lo ripeto, l’ovvio rispetto delle regole europee) deve motivarsi anche per ragioni industriali e non solo per ragioni ideologiche o per la cassa, che può svuotarsi di nuovo il giorno dopo. La questione per noi va presa da un altro lato. Abbiamo bisogno di investimenti in nuove attività economiche, nella produzione e nei servizi. Se si determina il clima giusto (ed è il governo che ne ha la prima responsabilità) si possono creare spazi per tutti, per l’impresa capitalistica italiana e non, per l’impresa cooperativa, per le municipalizzate e le imprese a proprietà pubblica, per i soggetti della finanza, con pari dignità e pari condizioni. L’importante è che le regole di concorrenza riducano progressivamente i luoghi meno esposti alla competizione che tendono a diventare il rifugio più comodo per i capitali.

Abbiamo detto fin qui: politica dei redditi e dell’equità sociale, politica della produttività, politica della crescita sostenibile. Ecco allora il campo dentro al quale organizzare lo sforzo collettivo e rilanciare una concertazione che viva su obiettivi leggibili che toccherà al Governo indicare e che possono impegnare l’arco della legislatura. Un patto insomma che si lasci misurare dai risultati e che valorizzi non nelle ritualità ma su scelte impegnative il ruolo degli attori sociali, sindacali e di impresa.
Nessuno di questi obiettivi può essere raggiunto, secondo noi, se si persegue una svalorizzazione del lavoro. Non è compatibile con la qualificazione e la competitività del sistema lo sviluppo parossistico del numero delle figure contrattuali, l’atomizzazione delle relazioni sociali, la scelta di imprese che si organizzano solo sulla precarietà del lavoro, la disponibilità unilaterale del tempo di vita e di lavoro delle persone. Noi non neghiamo la flessibilità. Noi vogliamo superare la legge 30 cancellando le tipologie più precarizzanti e peraltro più estranee alle esigenze delle imprese. Vogliamo rafforzare con presidi di welfare essenziali forme di flessibilità ed evitare che coincidano con il sottosalario. Vogliamo incoraggiare la prevalenza del tempo indeterminato che peraltro non coincide più né con il concetto di rigidità né con l’idea di un solo lavoro per tutta la vita. Vogliamo sostenere processi di qualificazione e di formazione lungo l’intera vita professionale. Non a caso la parte forse più ambiziosa delle nostre proposte è organizzata attorno all’idea di un welfare promozionale. Proposte ambiziose per le quali immaginiamo meccanismi di avvicinamento nel breve, nel medio e nel lungo periodo, ma con immediata legislazione attorno ad alcuni grandi capisaldi: riforma degli ammortizzatori, graduale unificazione dei trattamenti previdenziali, promozione dei centri di servizio all’occupazione, graduale rivalutazione dell’indennità di disoccupazione, promozione dell’invecchiamento attivo. L’idea è quella di riorientare il welfare da un ruolo prevalentemente risarcitorio a un ruolo di espansione delle capacità in una logica appunto di un welfare promozionale. È un modello con un grado di coerenza non certo inferiore a quello danese di cui oggi giustamente si parla tanto. Questo modello ha una comune ispirazione con le proposte che avanziamo sui servizi socio sanitari. Qui prendiamo le mosse dalle migliori esperienze di governo in campo sanitario presenti in Italia e che non hanno, almeno per una volta, troppo da invidiare al meglio dell’Europa e del mondo: sono idee nelle quali universalismo, finanziabilità, appropriatezza delle risposte, integrazione sociosanitaria e prevenzione si tengono concretamente e si tengono in una logica sola.
Come si potrà vedere noi non abbiamo previsto una sessione specifica della Conferenza sui temi della formazione, della conoscenza, della ricerca. Ci sembrava di ridurre la portata centrale e assolutamente pervasiva di questo tema che ricorre ovunque nei nostri materiali, pur avendo una sua evidente specificità. Nessuna delle cose che proponiamo può davvero essere efficace senza il rafforzamento dei circuiti di produzione, riproduzione e circolazione del sapere. Inutile elencare le difficoltà, le arretratezze: non c’è indicatore che non ce le segnali a volte in modo davvero sconsolante. Proprio perché così pervasive, le strutture della conoscenza sono per noi la “priorità 1” delle politiche di investimento. Ci si chiede: “Che cosa volete cambiare adesso? L’istruzione non può essere un cantiere sempre aperto!” E’ vero. Ma è vero anche che per fortuna in questi anni alcuni cantieri si sono aperti solo a parole. Ed è vero che noi abbiamo un’idea della scuola diversa da quella del centrodestra, una idea che faremo valere perché più giusta e più utile alle prospettive del Paese. La pensiamo in modo molto semplice: scuola inclusiva, senza dispersioni e scuola di qualità; scuola che è già scuola vera nell’infanzia; scuola dell’obbligo fino al biennio, seppur articolato, per non divaricare a tredici anni i destini di vita. Ma non vedete che le Regioni che hanno sperimentato l’obbligo nella formazione professionale di base raccolgono ormai in quel percorso solamente gli immigrati? E non vedete che la riforma Moratti che doveva avvicinare scuola e impresa ha fatto il contrario, spiazzando la formazione tecnica? Ancora: noi vogliamo obiettivi formativi uguali in tutto il Paese. La devolution non ci piace. Siamo per una istruzione nazionale e per la programmazione regionale dell’offerta formativa; dell’offerta non degli obiettivi formativi! Nella scuola siamo in tempo per fermare scelte sbagliate, sentiamo la responsabilità di farlo e lo faremo. Vediamo i limiti del processo di riforma dell’Università, che è stato lasciato in mezzo al guado dal centrodestra. Abbiamo cominciato a risolvere parzialmente i problemi di quantità, non ancora quelli di qualità. Ma si deve camminare su due gambe, non si torna indietro all’Università di élite; su due gambe come avviene nel resto d’Europa e del mondo. Ci servono più laureati e laureati migliori, ci servono meccanismi autorevoli e indipendenti di valutazione delle attività, una governance diversa del sistema, ci servono eccellenze, ci serve probabilmente una formazione tecnica superiore non universitaria e ci serve comunque proseguire nell’aumento del numero dei laureati per avvicinare le medie europee. Noi dichiariamo una emergenza nazionale sulla ricerca, stremata ormai dai colpi che ha subito in questi anni e raffiguriamo questa emergenza con il profilo del giovane ricercatore, figura ormai rara e negletta e prima priorità per il nostro programma. Libertà, merito, valutazione indipendente dei risultati. Sono questi i cardini di riferimento delle nostre proposte. Se ci saranno poche risorse andranno spese qui. E troveremo meccanismi di reciproca convenienza per la collaborazione fra Università e imprese; e faremo una piattaforma comune con le Regioni per garantirci che dalla libera ricerca fondamentale e di base possano venire benefici di ricerca applicata e di trasferimento tecnologico.

Cari compagni, cari amici,
questi anni hanno portato ferite gravi all’impianto democratico del nostro Paese ed alla sua etica pubblica. Il Presidente della Repubblica ha operato efficacemente per rafforzare il senso della comunità nazionale attorno a valori condivisi. Gliene siamo grati. Maggioranza e Governo hanno operato in senso opposto. Parti fondamentali della Costituzione, legge elettorale, norme penali e sul conflitto di interessi, assetti della comunicazione sono stati resi disponibili a logiche di parte o addirittura personali. Il rapporto fra Istituzioni è stato spesso trascinato nell’agone politico. Si è messo veleno nei pozzi della fedeltà fiscale e del civismo. Si è persa compostezza nell’esercizio di funzioni istituzionali e non ci si è preoccupati che il linguaggio di governo diventasse linguaggio di fazione. Si è spinto il principio di maggioranza oltre i suoi confini. E’ apparso improvvisamente evidente che il nostro bipolarismo, ormai radicato nella coscienza dei cittadini, si è conformato tuttavia in modo squilibrato e senza bilanciamenti con il rischio evidente di degenerare in un insostenibile bipolarismo delle regole, in un bipolarismo costituzionale, in un bipolarismo dei valori. Il nostro impianto democratico si è dunque complessivamente indebolito; siamo più deboli oggi di fronte ai nuovi interrogativi che stanno davanti a tutte le democrazie del mondo ed anche alla nostra. Come proteggere la democrazia dal terrore e dall’insicurezza senza deformarla o rinnegarla? Come organizzare il pluralismo in un’epoca di migrazioni e di confronto inedito fra culture, civiltà, religioni? Come legiferare di fronte a temi eticamente sensibili ed alle nuove frontiere aperte dalla scienza? Come contrastare l’irrilevanza dei processi decisionali nazionali e locali di fronte alla dimensione ormai planetaria dei problemi e dei poteri? Ci permettiamo di avanzare un monito e di prendere un impegno.
Noi dobbiamo avere più cura della nostra democrazia e con la prossima legislatura proporremo un modo più alto di discuterne. Non saremo speculari al centrodestra, cambieremo registro. Cominciamo col dire che quando chiameremo i cittadini a dire no all’assurda riforma costituzionale di Calderoli, non lo faremo da posizioni conservatrici. Proporremo noi stessi subito la riforma dell’articolo 138 prevedendo l’obbligo di maggioranza qualificata per le modifiche costituzionali. Su quella base si procederà, laddove necessario, con proposte di aggiornamento della Costituzione e comunque con modifiche normative, regolamentari e dei meccanismi elettorali allo scopo di ridurre la frammentazione del sistema politico (che oggi viene portato al diapason!), promuovere coesione delle coalizioni, stabilità di governo e maggioranza, bilanciamento del sistema bipolare (statuto dell’opposizione, controlli parlamentari, poteri di garanzia del capo dello stato, pluralismo dell’informazione, indipendenza di magistratura e di corte costituzionale). Nei nostri materiali si trovano proposte precise su tutto questo e su altri temi ancora crucialissimi per il Paese: l’efficienza della pubblica amministazione e il diritto ad avere una giustizia certa in tempi accettabili, non perché riduci la prescrizione ma perché cambi i meccanismi! (temi totalmente trascurati in questi anni e che vogliamo riprendere con assoluta priorità sulla base di proposte che in molti casi sono già al dettaglio).
Ci sono cose che non vanno nel rapporto tra Stato, Regioni ed Enti locali. Problemi veri che non si risolvono con l’umiliazione delle autonomie come è avvenuto fin qui. Certamente si dovranno portare alcuni correttivi nell’assetto delle competenze fra Stato e Regioni. Certamente si dovrà dare seguito alla riforma dell’assetto fiscale (il cosiddetto federalismo fiscale) e tuttavia bisogna finalmente riconoscere che non può esserci nessun federalismo e tanto meno il federalismo cooperativo che vogliamo, senza luoghi negoziali e di composizione in cui si eserciti la corresponsabilità e si garantisca comunque la decisione. Oltre un certo limite la discussione astratta e un po’ avvocatesca sulle competenze urta contro il principio di realtà, contro la vita reale. Regolare ad esempio la finanza pubblica, e il patto di stabilità, diffondere le migliori pratiche nella gestione dei servizi, garantirsi che fasce di popolazione siano al riparo dalla povertà estrema, produrre politiche industriali e di trasferimento tecnologico per la piccola impresa, raggiungere livelli minimi di produzione energetica e di infrastrutturazione non è possibile senza procedure nelle quali sia riconosciuta la pari dignità delle istituzioni e si determinino obiettivi condivisi, impegni esigibili, e garanzie di giungere comunque alla decisione. La strada che indichiamo nella nostra proposta è dunque quella di “strumenti efficienti di conciliazione e corresponsabilità fra Stato, Regioni ed Enti locali”, a cominciare dalla riforma e dal rafforzamento della Conferenza unificata. Sono certo che i nostri amministratori regionali e locali, che voglio qui salutare calorosamente, sapranno essere protagonisti attivi e responsabili di questa novità.
Un tessuto istituzionale e politico più saldo e condiviso, un senso più alto della comunità nazionale può aiutarci ad affrontare le sfide inedite a cui facevo riferimento. Noi abbiamo qualche risposta da proporre. Abbiamo già detto che per noi dare nuova efficacia alla democrazia significa necessariamente e progressivamente estenderla alla dimensione sopranazionale, a cominciare dall’Europa. Noi siamo inoltre per la legalità costituzionale e repubblicana. Dobbiamo difenderci dalla minaccia del terrorismo senza ingenuità ma senza deroghe ai principi costituzionali così come facemmo in tempi difficili e non dimenticati. Dobbiamo risvegliare le coscienze e rafforzare gli apparati contro la grande criminalità e fare intendere a chi deve intendere, in particolare nel Mezzogiorno, che lo Stato non scherza, che i cittadini onesti non sono soli, che non si accetta il quieto vivere con le mafie, che non si accettano, come ha detto Prodi, i voti che puzzano. Dobbiamo affermare la legalità nella vita economica e far vedere con chiarezza che non basta avere i soldi o il potere per mettersi al riparo della giustizia. Dobbiamo affermare la legalità nella vita delle nostre città, affermare la sicurezza nella vita delle nostre città. Per noi sicurezza vuol dire libertà, libertà di ciascuno ed in particolare dei più deboli. Non si contrapponga solidarietà a sicurezza. Qualsiasi anziano che vive in un quartiere conosce l’importanza sia della solidarietà sia della sicurezza. Ha bisogno di tutte due le cose e noi dobbiamo dargli tutte e due le cose. Legalità a tutti i livelli, legalità nei processi di immigrazione e di integrazione. Una legalità nuova, tuttavia, nella quale l’immigrato conosca, riconosca e rispetti le regole della nostra comunità, ma conosca e possa praticare altresì i propri diritti e le proprie libertà. Noi arriviamo dopo altri Paesi al grande appuntamento con i fenomeni migratori e possiamo far tesoro di pregi e limiti di esperienze altrui. Siamo in condizioni di sconfiggere le irrazionalità della Bossi-Fini. Siamo in condizioni di uscire dall’alternativa fra multiculturalismo ingenuo e integrazionismo giacobino. Siamo ancora in tempo per progettare e praticare un modello italiano di integrazione flessibile. Questa è la nostra proposta. Possiamo prevedere una programmazione meno stupida e più duttile dei flussi, possiamo costruire l’avvicinamento ai diritti di cittadinanza attraverso una nostra particolarità non ancora utilizzata nella legislazione: le comunità locali, i territori. Una risorsa enorme per una integrazione intelligente, articolata e flessibile. Possiamo affermare una legislazione impegnativa sulla cittadinanza, sul diritto di voto, sulla libertà religiosa facendo così evolvere le grandi acquisizioni normative della prima stagione del centrosinistra e guardando finalmente e razionalmente l’immigrazione come una condizione del nostro futuro.
C’è infine una questione da dirimere nella nostra vita democratica, una questione che si è fatta particolarmente acuta. Come legiferare su temi eticamente sensibili che riguardano la vita, la morte e la generazione. La scienza apre orizzonti che possono essere di rilevanza eccezionale per il miglioramento della condizione umana, ma al contempo la scienza subisce una perdita di innocenza di fronte al rischio che la vita e l’uomo diventino materia prima per la volontà di potenza dell’uomo stesso. Si affacciano domande nuove e non è detto che le risposte che non si trovano più semplicemente nella scienza, si trovino per ciò stesso nella religione o nella fede. Ci può essere invece uno spaesamento, un ritrarsi dagli interrogativi. Ne abbiamo avuto forse una conferma nel recente appuntamento referendario.
Su questi temi delicati noi non cerchiamo risposte che riducano la voce di chi vuole parlare, di chi vuole affermare le sue opinioni o la sua verità per proporle come criterio generale di regolazione. Chiunque decide di partecipare alla discussione pubblica, comprese dunque le gerarchie ecclesiastiche, accetta necessariamente le logiche della discussione e cioè la dialettica e il confronto pluralistico. Vogliamo occuparci invece dei criteri a cui deve attenersi il legislatore di fronte a problemi eticamente sensibili e dei criteri cui deve ispirarsi la mediazione politica. Noi siamo perché il legislatore assuma le sue responsabilità organizzando la discussione pubblica, ricercando un bilanciamento fra i valori, un compromesso fra concezioni etiche, un equilibrio di soluzioni, mitigando così su questioni tanto radicali il principio di maggioranza. Siamo perché la laicità dello Stato si esprima attivamente nella capacità di fare vivere il pluralismo. Siamo perché il legislatore sia laico in quanto non pretenda di esaurire nella norma ciò che è giusto e ciò che è sbagliato ma riconosca invece la frontiera mobile che deve sempre esistere fra ciò che conviene deliberare e ciò che va lasciato alla convinzione ed alla responsabilità della persona ed in particolare della donna. Solo il riconoscimento di uno spazio più o meno grande di responsabilità personale su temi controversi ed eticamente sensibili può garantire, come una prova del nove, che non si è in uno Stato etico o in uno Stato confessionale. Questi principi e questi metodi, purtroppo, non li abbiamo visti riconosciuti nella discussione della legge sulla procreazione assistita. Li vediamo, anzi, calpestati nel tentativo di delegittimare surrettiziamente la 194, tentativo che respingiamo fermamente.

Concludendo sono certo che da questo appuntamento di Firenze verrà fuori in modo comprensibile quale Italia abbiamo in mente. Se ci si chiedono parole riassuntive del nostro progetto, siamo pronti a dirle. Più politiche pubbliche e più mercato. Politica concertata con le forze sociali sui redditi e sulla produttività. Conoscenza e ancora conoscenza. Riduzione della precarietà, qualità del lavoro e welfare promozionale. Politica industriale e rafforzamento delle imprese. Ambiente ed efficienza energetica. Opportunità Mezzogiorno. Città e casa. Una democrazia migliore, più diritti più sicurezza. Alcuni osservatori ci scoprono adesso “programmisti”, temono amichevolmente che noi si porti il cervello sulla luna e ci suggeriscono di avanzare proposte emblematiche, pillole di concretezza. Sarebbe davvero curioso che ne fossimo privi, dopo tanto lavoro e che ne fossimo privi proprio noi, Democratici di Sinistra, la forza politica che accumula in Italia (sarà ora di dirlo) la più grande esperienza di governo e l’esperienza di governo più concreta, quella amministrativa, quella dove le chiacchiere valgono poco.
Elenchiamo dunque qualche proposta emblematica. Un fisco che dà e non solo che prende e che dà a chi ha meno (imposta negativa). L'obbligo scolastico a 16 anni ed il divieto di lavorare fino a 18 al di fuori di contratti a finalità formativa. Il voto agli immigrati. Un fondo per la non autosufficienza. La delegificazione completa dell’organizzazione interna degli atenei. Un piano per l'affitto. Un piano per 5.000 nuovi ricercatori. Una riforma dell'RC auto. L'abolizione delle tariffe minime dei professionisti e l'avvio delle società professionali. L'impegno, a petrolio costante, di ridurre del 10% il costo dell'energia elettrica. La liberalizzazione della vendita dei medicinali da banco. Il rilancio del cosiddetto 36% per le ristrutturazioni delle case esclusivamente finalizzato all'efficienza energetica e all'antisismica. La riforma dei poteri di BankItalia. La condivisione degli archivi e delle banche dati delle amministrazioni con codici di accesso per gli operatori abilitati e conseguente eliminazione totale dei certificati, naturalmente, potrei continuare. Utilizzeremo, in accordo con l'Unione, queste e molte altre proposte.
Per spiegare il nostro progetto più semplicemente e riassuntivamente ancora, possiamo dire (e abbiamo lavorato tanto su questo!) che vogliamo guardare l’Italia con l’occhio della generazione che sta fra i venti e i trentacinque anni; con gli occhi dunque non dei giovani ma dei nuovi adulti, di coloro che dovrebbero avere già una stabile vita di coppia, un lavoro definito e un accesso alle professioni, un bagaglio culturale e tecnico adeguato, un percorso segnato da valutazioni di merito e non da relazioni con questo o con quello, un accesso al credito non impossibile, un accesso alla casa non impossibile, un po' meno debito pubblico sulle spalle, qualche prima responsabilità nei luoghi dell’impresa, della ricerca, dell’amministrazione, della politica e così via. Tutto questo non c'è, o non c’è abbastanza e così l’Italia si gioca il futuro. Alla fine, stare con chi bussa alla porta e non con chi la tiene chiusa resta l’unica ricetta possibile per il nostro Paese. Ci vuole dunque il coraggio di scelte radicali, come ci ricorda Prodi. Amare davvero l’Italia vuol dire amare soprattutto l’Italia di chi ha bisogno, l’Italia di chi merita, l’Italia di chi ci prova. Ho concluso.
Con questa ispirazione siamo pronti a dare un nostro contributo forte alla sintesi dell’Unione e di Romano Prodi. Ma il compito dei Democratici di sinistra non si esaurisce in questo. Se davvero vogliamo dare obiettivi nuovi al Paese dobbiamo avere la forza di dare obiettivi nuovi anche alla politica. La lista dell’Ulivo sarà il più grande e forte punto di riferimento nella battaglia per l’alternativa alla destra e il segno di una volontà di rafforzamento e di riorganizzazione del campo del centrosinistra che la realtà del Paese invoca. Noi lavoriamo perché l’Ulivo sia anche un percorso praticabile non solo verso la composizione amichevole di cose antiche ma verso una prospettiva più aperta che parli a questo secolo e alle generazioni di oggi, che metta a frutto su discriminanti più grandi e più attuali l’ispirazione riformista. Non pensiamo ad un gioco a somma zero fra diverse tradizioni, o a un loro disarmo, o tanto meno ad una loro dissociazione dalle grandi aree socialiste, democratiche e progressiste del mondo. Pensiamo ad una sintesi culturale e politica nella quale far esprimere i grandi ideali della sinistra che abbiamo avuto in eredità e che dobbiamo saper investire nei tempi nuovi e nelle nuove condizioni.
Cari compagni,
se sapremo tenere assieme progetto per l’Italia e nuova prospettiva politica allora avremo trovato il modo di guardare oltre la transizione, una transizione di cui Berlusconi crede di essere il demiurgo essendone invece solo una scomposta espressione. Ci aspetta una battaglia difficile. Già incombono nelle città i manifesti 6 x 3 e si muovono le montagne. Montagne di soldi, intendo. Noi, rivolgiamoci con serenità al Paese, con le nostre idee, il nostro volto e il nostro linguaggio; con l’ottimismo e la fiducia che derivano dalla serietà, dalla semplicità, dalla vera condivisione dei problemi. Diamo agli italiani l’idea che, assieme, ce la facciamo. Cerchiamo di trasmettere un po’ di passione per il futuro. E soprattutto guardiamo la gente all’altezza degli occhi, non da sopra. Perché noi non siamo loro. Noi siamo la sinistra.
Grazie e buon lavoro.