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Se l’Europa si scopre un po’ xenofoba
QUELLA PAROLA MALTRATTATA
di GIOVANNI SARTORI

 

dal Corriere - 16 maggio 2002


A quanto pare in Europa la xenofobia avanza e dilaga. Poco fa con Le Pen in Francia, ora in Olanda (prima dell’assassinio i sondaggi attribuivano a Pim Fortuyn il 17-18 per cento; quindi il successo della sua lista precede il fattaccio). E l’Olanda è, simbolicamente, un Paese importante: civilissimo, profondamente tollerante, di avanzata democrazia sociale, insomma un gioiello. In Francia Le Pen fa parte del paesaggio; in Olanda il professor Pim è stato un fulmine a ciel sereno. Aggiungi che i partiti anti-immigrazione si sono affermati in Austria, Belgio (tra i fiamminghi), Danimarca e Svezia, e dunque anche in altre democrazie esemplari. Cosa succede? Vorrei cominciare dal ridimensionare il problema ridimensionando il significato della parola xenofobia. Nel dizionario leggo che xenofobia è «odio, avversione per gli stranieri». In verità, «fobia» significa soprattutto «paura», non «odio». Non sono per niente la stessa cosa. L’odio è sentimento cattivo, la paura è sentimento umano. E la paura dell’estraneo, di chi è molto o troppo diverso, è iscritta nel nostro codice genetico. Non è peccato. Quand’ero ragazzo i contadini (quantomeno in Toscana) dicevano «mogli e buoi dei paesi tuoi». Forse quei contadini la sapevano più lunga di noi. Comunque sia, il mio primo punto è che la parola xenofobia è da svelenire. Usiamola tranquillamente (come le parole claustrofobia ed agorafobia) senza pulsioni ideologiche, senza sottintesi di scomunica.
Secondo, le xenofobie sono tutte eguali? E perché sono considerate di destra? Cos’è che le «destrifica»? In verità tra Le Pen e Pim - i due casi del momento - non c’è quasi nulla in comune. La Francia ha sempre avuto, dalla Restaurazione del 1815 in poi, una destra antidemocratica. Le Pen s’iscrive in questa tradizione. È anche tanto anti-europeo da proporre l’uscita dall’Europa. Pim non era antieuropeo, difendeva cause progressiste (i diritti degli omosessuali e delle donne) e la sua xenofobia si riduceva a questa constatazione: che l’Olanda è un piccolo Paese già sovraffollato. Dal che ricavava che non c’era più posto e che i confini andavano chiusi. Ma Pim non proponeva nessuna cacciata dei già entrati: chi c’era poteva restare.
Se questa è xenofobia, lo è in modo molto attenuato. E non è «fobia» (e cioè un mero sentire) perché fondato su ragioni, su considerazioni razionali: che non c’è spazio, e che l’Occidente deve difendere i propri valori. Torno a chiedere: perché questi argomenti sarebbero di destra?
La risposta è semplice: è perché la sinistra ha stabilito che la sinistra dev’essere xenofila. Non voglio entrare nelle credenziali ideologico-dottrinarie di questa posizione. A me sembrano dubbie o quantomeno non obbligate. Ma il punto sorprendente è che la sinistra ritiene che la xenofilia sia anche, per lei, una risorsa elettorale, un tema elettoralmente redditizio. La sinistra ha il diritto di battersi per i princìpi che ritiene politicamente corretti. Ma se il suo calcolo è anche elettorale, allora si sbaglia di grosso. Perché i voti che vanno ai partiti anti-immigrazione sono in larga parte voti operai, voti dei quartieri poveri, dove allogeni e nativi coabitano con forti frizioni.
In ogni caso la politica della sinistra in tema di immigrazione è minata da una fondamentale contraddizione. Di recente la sinistra ha sposato la dottrina multiculturale, una predicazione che sostiene che il principio fondante della «buona società» non è l’integrazione raccomandata dal pluralismo, ma, invece, il riconoscimento delle identità culturali nelle loro differenze. Quindi, in Europa l’identità islamica dev’essere non solo rispettata ma promossa. Però in tal caso anche gli europei hanno diritto alla loro identità. Il paradosso è, allora, che la sinistra avalla un multiculturalismo che a sua volta giustifica la resistenza «xenofoba» all’invasione culturale islamica. Proprio non ci siamo.