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ASSISTENZA AGLI ANZIANI / I GUAI DELLA LEGGE BOSSI-FINI
Badanti nella bufera
Sono filippine, indonesiane, ucraine... Indispensabili per molte famiglie italiane. Ma nel mirino del governo

di Chiara Valentini

Fino a qualche tempo fa, per le immigrate ucraine, le ore della domenica pomeriggio erano le uniche allegre della settimana. Non solo perché, come le altre badanti degli anziani e le colf arrivate in Italia dai quattro angoli del mondo, finalmente potevano uscire dalla faticosa e monotona routine di lavoro. Era anche l'arrivo del gruzovik, il camion, a far correre le ucraine a Santa Maria Maggiore a Roma, o al giardino dei tigli di piazza Garibaldi a Brescia. Quei vecchi camion polverosi che si presentavano ogni domenica nei loro luoghi di raccolta, portavano un po' dell'aria di Kiev, di Odessa e di Leopoli assieme alle cassette di film e ai barattoli di piccoli cetrioli salati, ai libri e perfino ai quotidiani in caratteri cirillici. E infatti le ucraine sono le immigrate più colte e meno giovani, un piccolo esercito di quaranta-cinquantenni insegnanti, ma anche medici o perfino ingegneri, che dopo anni di lavoro senza stipendio in una delle repubbliche più disastrate dell'ex Urss hanno scelto di venire da noi a cercare un lavoro di assistenza. Ben sapendo che la richiesta è molto alta e la concorrenza delle italiane è vicina allo zero.

Ma adesso le visite domenicali, per le ucraine, come per molte altre immigrate, stanno diventando pericolose. Da quando il Parlamento ha cominciato a discutere la cosiddetta legge Bossi Fini, pensata per dare un giro di vite all'immigrazione clandestina, può arrivare da un momento all'altro una retata della polizia, a fermare quelle che non sono in regola, a internarle nei centri di raccolta e ad espellerle, con lo stesso meccanismo usato per le prostitute. È successo sul sagrato della chiesa di Treviso e in vari luoghi di Roma, la città che ha il record degli immigrati. Succede sempre più spesso in Veneto, al punto che i vescovi hanno protestato ufficialmente. Un po' meglio invece è andata a Trento, dove dopo la solita retata e relativa denuncia il magistrato non ha confermato il provvedimento, con l'argomento che nella legge che si sta per votare c'è quel benedetto articolo 33, dove si prevede una sanatoria per le badanti e le colf entrate illegalmente in Italia. Quindi, ha ragionato il giudice, è assurdo espellere chi fra pochi mesi dovrebbe avere la possibilità di essere messo in regola.

È appunto attorno a quella norma che si sta combattendo in Italia una vera e propria guerra. A suonare la sveglia all'interno della maggioranza era stata la Caritas veneta, che assieme ad altre associazioni cattoliche aveva convinto l'Udc di Buttiglione e di Pier Ferdinando Casini che la tolleranza zero predicata da Bossi e Fini non poteva valere per il lavoro domestico. Non solo si sarebbero persi i voti delle numerose famiglie con un anziano da accudire. Espellendo in massa le badanti e le colf non in regola (la stima più realistica è di 200, 250 mila persone, per lo più donne), altrettanti vecchietti sarebbero ricaduti sull'assistenza pubblica, mandandola in crisi. Ma An, la Lega e in parte anche Forza Italia, dopo aver dovuto accettare a denti stretti la sanatoria, hanno cercato in tutti i modi di renderne difficile e macchinosa l'applicazione. Come sostiene il senatore diessino Luciano Guerzoni, «sta venendo fuori una legge ingiusta e cavillosa, oltre che strampalata, dove queste donne non sono considerate persone a cui attribuire diritti ma nemiche da tenere a bada con ogni mezzo».

Prendiamo per esempio il caso di Anna, una moldava di 38 anni, madre di tre bambini, arrivata dopo aver viaggiato fra Budapest e Vienna appesa sotto un vagone di treno, pagando a un'organizzazione clandestina ben 3 mila dollari per quel passaggio infernale. Arrivata a Mestre con le mani e le gambe scorticate e in stato di choc, attraverso un'associazione di volontariato ha trovato rapidamente un lavoro di assistenza a una novantenne, pagato 800 euro al mese, 30 volte di più di quel che potrebbe guadagnare nel suo Paese. Ma la strada che l'aspetta per essere regolarizzata, ammesso che la Bossi Fini non venga complicata ancora di più, è durissima. Per cominciare i suoi datori di lavoro, dopo essersi autodenunciati per aver assunto un'irregolare e aver pagato tre mesi di contributi arretrati, dovranno dimostrare attraverso un certificato medico «di patologia o di handicap» che la vecchia signora è proprio incapace di provvedere a se stessa. Documenti alla mano, dovranno esporre il loro reddito e persino far certificare dal comune la grandezza dell'alloggio, dimostrando di avere 15 metri inabitati a disposizione. Solo con questi adempimenti, che già qualcuno ritiene inconciliabili con la tutela della privacy, potranno sperare di far ottenere ad Anna un permesso di soggiorno, che però durerà solo un anno. Dopo si ricomincerà da capo, fino ad arrivare al traguardo dei sei anni, richiesti per la mitica Carta di soggiorno.

Eppure è stata proprio la notizia di questa sanatoria ad aver attirato in Italia Anna, come molte altre donne dell'Est Europa. Aneta è una polacca di 22 anni, che non ha ancora perso il sorriso nonostante i molti guai. Il suo non era nemmeno un sogno di guadagni e benessere, ma era quello di diventare assistente in un istituto per handicappati. Arrivata come molte altre con un visto turistico, ha dovuto accontentarsi di assistere di notte un'anziana, perché solo così è riuscita a procurarsi un posto dove dormire. Di giorno invece lavora a ore come domestica. E intanto sta scoprendo che, anche se dovessero metterla in regola, sarà ben difficile cambiare la sua situazione. La Bossi Fini, infatti, lega la lavoratrice al suo posto di lavoro,«la fa diventare una prigioniera a piede libero, esponendola ai ricatti della famiglia per cui lavora e impedendo di migliorare la propria situazione», secondo il giudizio di Ainom Maricos. Questa battagliera eritrea da tempo trapiantata a Milano, presidente dell'associazione Cittadini del mondo, ha fatto sottoscrivere a molte immigrate un duro appello dove si denuncia che con questa legge tante donne che «hanno conosciuto il mondo, le sue leggi, le sue frontiere, la sua barbarie e la sua speranza, saranno solo serve e badanti».

È un giudizio che però non tutte sono disposte a sottoscrivere. Nur è un'indonesiana di 33 anni, arrivata tre anni fa a Roma con un visto turistico dopo la crisi economica del suo Paese e che ha trovato una nicchia di tranquillità presso la famiglia che le dà lavoro. «Hanno fatto il possibile per mettermi in regola, anche se non ci sono riusciti. Non mi trattano certo come una schiava. Mi proteggono e credo che mi vogliano anche bene», dice.

Alla Comunità di S. Egidio di Roma, che con lo slogan "Ho bisogno di te" ha organizzato in tutta Italia manifestazioni dove gli anziani e le loro badanti sono scesi in piazza insieme, la preoccupazione è tangibile. «Sappiamo bene che questo è un lavoro diverso da tutti, che i rapporti umani e perfino i sentimenti hanno un peso determinante. Ma non possiamo chiudere gli occhi sui molti rischi che corrono queste donne», dice Daniela Pompei, responsabile del servizio immigrati. Un caso tipico è quello di Miroslava, insegnante bielorussa di 45 anni, arrivata a Roma nel '98 con il solito visto turistico per poter mantenere agli studi i due figli liceali. Le era stato facile trovare un posto attraverso una connazionale. Ben più difficile invece ritornare anche per un breve periodo a casa, come fanno le lavoratrici regolari. «Avrei dovuto pagare di nuovo migliaia di dollari al racket che mi aveva fatto emigrare e avrei perso il posto perché nessuno è disposto a tenertelo se non puoi assicurare il ritorno», dice Miroslava, che non vede i suoi figli da quattro anni e ormai fa fatica perfino a immaginarsi la loro faccia. Per le stesse ragioni Michela, un'immigrata rumena, non se l'è sentita di tornare neanche per i funerali del padre.«La verità è che non esisto né per lo Stato italiano né per quello rumeno. Anche se da quattro anni sgobbo più di 12 ore al giorno, sono una lavoratrice invisibile», dice.

Ma c'è anche un altro incubo che agita le notti di questo esercito laborioso, la morte dell'assistito. Racconta la peruviana Mila Medina che le mancavano solo due mesi per poter chiedere, secondo le regole attuali, il ricongiungimento con il figlio, quando il vecchietto che curava è stato ricoverato ed è morto. «Non avevo capito bene fino a che punto la mia vita dipendesse dalla sua. Adesso dovrò ricominciare tutto da capo», dice sconsolata. Certo, Mila potrebbe piantare tutto e andarsene. Ma come ha raccontato magistralmente Nadine Gordimer nel suo ultimo romanzo, "L'aggancio" (Feltrinelli), c'è in questo momento storico un'attrazione per le nostre società affluenti che spinge i poveri del mondo a rinunciare anche a se stessi pur di partecipare a una lotteria di cui in realtà i beneficiari siamo noi. Difficile che li fermino i trabocchetti della Bossi Fini.

ha collaborato Chiara Longo Bifano

l'ESPRESSO, 04.07.2002