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ILVO DIAMANTI , Così finisce la Grande Paura, da Repubblica - 29 maggio 2002


E´ PASSATA la prima onda di queste consultazioni amministrative. Che tutti gli attori e gli osservatori politici hanno letto prevalentemente in chiave nazionale. In modo, ovviamente, diverso, a seconda della parte politica di riferimento. Inutile dire che si tratta di elezioni troppo caratterizzate, perché si possa dare loro una interpretazione politica chiara e incontrovertibile. E´ specifica la legge elettorale, ma soprattutto è specifico il ruolo delle candidature.
Sindaci, presidenti di Provincia, consiglieri. Inoltre, ha grande significato che uno schieramento o una forza politica abbia governato, disponga di un sindaco o di un presidente provinciale uscente. E come trascurare l´importanza dell´organizzazione territoriale? Infine: ogni anno cambia il quadro di riferimento. Il che rende davvero improbabile il tentativo di stabilire, con chiarezza, cosa è successo. Perciò, più che dalla realtà e dai dati, il vizio di tradurre l´esito delle amministrative in linguaggio nazionale è alimentato dalle aspettative. Le speranze. Ma soprattutto i timori.
Attendeva con trepidazione questa scadenza, soprattutto, il centrosinistra. Temeva, comprensibilmente, di cedere ancora, dopo le sconfitte elettorali degli ultimi anni. Aggravando quella "sindrome da estinzione" che lo attanaglia. E temevano, in particolare, i Ds. Di venire superati dalla Margherita. Confermando l´idea di una irresistibile discesa.
Temeva, la CdL, che il vento di destra che ne gonfiava le vele dal 1999 fosse improvvisamente caduto. Che il suo elettorato cogliesse questa occasione per lanciare un segnale inequivoco di distacco: dalle politiche seguite, da quelle inseguite, annunciate. Improduttive. Temeva il confronto elettorale al di fuori dell´ombrello di Berlusconi. Il Sindaco d´Italia.
Temeva molto, la Lega, di ridursi a un marchio indistinto, nel vessillo della CdL. E temeva Fi. Alle prese con elezioni che non le avevano mai garantito grande soddisfazione, in passato. Per debolezza organizzativa. Temeva, Berlusconi: che si indebolisse la sua immagine di "leader vincitore". Che un esito particolarmente critico gli rovinasse il sorriso delle grandi occasioni, accuratamente preparato in vista del vertice Nato di ieri. Temevano un po´ tutti. Chi più chi meno. Negli schieramenti. Tra gli schieramenti. Dentro il governo. Nell´opposizione.
Tutti rischiavano, in questo gioco di simulazione, nel quale il confronto locale viene osservato al grandangolo e proiettato su scala nazionale. Tirano tutti un sospiro di sollievo perché è avvenuto, in larga parte, il prevedibile, se si valutano le elezioni amministrative per quel che sono. Amministrative. Giocate su scala locale. Senza quei cambiamenti clamorosi che, soli, avrebbero giustificato una lettura di segno più generale.
1. In primo luogo, si è assistito alla conferma di gran parte delle amministrazioni locali uscenti.
2. I sindaci e i presidenti uscenti, dove avevano governato bene o avevano comunque mantenuto un buon rapporto e una buona immagine di fronte ai cittadini, hanno migliorato generalmente le loro posizioni. A Genova, in modo clamoroso. Ma anche a Lecce, Vicenza, Lucca o La Spezia. Com´è avvenuto in passato. Allo stesso modo si spiega, invece, la sconfitta del centrosinistra a Reggio Calabria, dove aveva governato per anni. Ma non disponeva più di una figura come Falcomatà, in grado di personalizzarne l´identità politica di fronte agli elettori, riducendo le difficoltà ambientali di un´area tradizionalmente di destra. Lo stesso era avvenuto l´anno scorso a Trieste. Dove la sconfitta del centrosinistra va considerata un "ritorno alla normalità", dopo l´onda anomala prodotta da Illy.
3. Il radicamento, l´organizzazione territoriale, si confermano risorse importanti, per il buon rendimento delle liste. Così, i Ds nel centrosinistra hanno allontanato la paura del sorpasso da parte della Margherita. Che in questa occasione non disponeva del traino offerto dal candidato premier Rutelli. Ma ha, comunque, mantenuto un buon livello di consensi. Il radicamento locale, peraltro, ha permesso al centrosinistra e ai Ds un franco successo nelle regioni "rosse" del centro-Italia. Forza Italia non ha ripetuto le performances di un anno fa. Mancava il traino offerto da Berlusconi alle politiche. E altre liste locali e centriste le hanno fatto concorrenza sul medesimo spazio elettorale. Tuttavia, va aggiunto che non si è verificato lo sfaldamento subito da Fi sino al 1998 ad ogni consultazione amministrativa. Sta mettendo radici, Fi. Attaccandosi, magari, a quelle di chi c´era prima. La Dc, il Psi, da cui ha tratto molti candidati. Semmai, proprio per questo, al suo interno emergono le divisioni tipiche di ogni fase di lotta per la conquista della leadership locale. Com´è avvenuto a Verona, dove la lista promossa dal sindaco uscente, in concorrenza con quella della CdL, ha intercettato una quota di consensi ridotta: il 5%. Ma sufficiente a impedire al centrodestra di vincere al primo turno.
Altre indicazioni emerse dal voto possono assumere, queste sì, significato più generale.
a. Sul piano della struttura della competizione: il maggioritario "personalizzato" che caratterizza le elezioni amministrative (ma "riprodotto" artificialmente alle politiche del 2001) spinge al bipolarismo e premia le aggregazioni larghe. Il centrosinistra, unito, diventa difficile da battere nelle sue aree tradizionali e più competitivo nelle altre. Lo stesso discorso vale per il centrodestra, con la complicazione, in questo caso, della forza che assume la Lega nella periferia produttiva del Nord e soprattutto nel Nordest. Dove, correndo da sola, è in grado di trasformare in senso tripolare la meccanica del confronto. Con l´esito, già emerso nel 1996, di abbassare sensibilmente la capacità competitiva del Polo. Come è avvenuto a Treviso.
b. Parallelamente, sul piano delle alleanze. Perché è evidente che senza la Lega e senza Rc (oppure, nel mezzogiorno, senza l´Udeur) le due coalizioni diventano più vulnerabili. Soprattutto in caso di competizione asimmetrica: quando una sola delle due realizza un´intesa larga. Ed è chiaro alle forze politiche estreme che fuori dalla coalizione non sono in grado di garantirsi rappresentanza adeguata (e senza sindaci, assessori, consiglieri, non è possibile mantenere radicamento). Ma è altrettanto chiaro, soprattutto alla Lega, che integrata nelle coalizioni perdono visibilità e consensi. Mentre, da sola, riesce a canalizzare le ampie zone di dissenso che persistono, in una fase politicamente instabile come questa. Un´evidenza che potrebbe indurla ad accentuare la propria autonomia di azione.
c. Sul piano del rapporto fra politica e territorio: si sta ridisegnando un quadro analogo a quello degli anni 80. Il Mezzogiorno appare un´area tendenzialmente governativa, nelle regioni del centro il centrosinistra è ben insediato, mentre nel Nord, dietro l´apparente continuità del risultato, l´andamento elettorale resta fluttuante. Riflesso, in parte, della struttura sociale. In grande cambiamento. Difficile pensare che il localismo socioeconomico, nelle zone periferiche; il ridimensionamento dei grandi insediamenti industriali; il diffondersi di nuove economie e di modelli di lavoro flessibile, permettano assetti stabili - peggio: immobili - della rappresentanza politica; e, ancor più, amministrativa.
Non è avvenuto nulla di davvero "nuovo", in queste elezioni. E´ questa la "novità" per chi si attendeva (e temeva) invece "grandi novità". Il centrodestra non vola più. Non sale più. Ma stava - e resta - abbastanza in alto. Il centrosinistra tiene le sue posizioni e in molti contesti locali le migliora. Dopo anni di sconfitte. Dopo la grande paura, alimentata dal vento di destra che spira in tutta Europa. Ha allontanato la sindrome dell´estinzione.
Non può sorprendere, questo esito. Ma serve a ricordare, a ribadire ciò che lo stesso voto politico di un anno fa aveva detto. Ma si tende spesso a dimenticare. Che l´Italia non ha un colore politico dominante. Che il centrodestra è maggioranza. Ma le distanze fra schieramenti non sono incolmabili. Che il futuro è aperto. E il vizio di riassumere tutto e sempre in chiave nazionale non funziona e non fa bene. La politica non è solo tivù. Non si fa solo nei palazzi romani. E´ -anche- rapporto con i problemi del territorio, con le domande della società. E´ fatta di persone. Da persone. Magari poco note, fuori dal loro contesto. Per fortuna. Vi immaginate una politica disseminata ovunque da tanti piccoli Berlusconi? O da tanti piccoli Rutelli?