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A chi servono i buoni scuola?
Daniele Checchi
24-10-2002
Il referendum tenutosi il 6 ottobre scorso in Veneto sulla possibile abrogazione della legge regionale n. 1 del 19/1/2001 "Interventi a favore delle famiglie degli alunni delle scuole statali e paritarie" .....

 

 

Il referendum tenutosi il 6 ottobre scorso in Veneto sulla possibile abrogazione della legge regionale n. 1 del 19/1/2001 "Interventi a favore delle famiglie degli alunni delle scuole statali e paritarie" ha riportato al centro del dibattito la questione dei buoni scuola. Per dare un’idea approssimativa dell’entità del problema, basti citare il fatto che a seguito della promulgazione di questa legge sono state presentate 15.928 domande di erogazione di contributo per le spese relative a rette, iscrizione e funzionamento per l’anno scolastico 2001-2 (sono escluse spese relative a mense, acquisto libri e trasporti); per 15.391 di esse è stato deliberato un contributo medio di 567 euro per famiglia, pari ad un totale complessivo di poco più di 9 milioni di euro. Ma di questi solo 247 sono destinati a studenti che frequentano la scuola pubblica.

Una stessa filosofia

Il buono scuola della Regione Veneto è disegnato con una soglia minima di spesa rimborsabile (154.94 euro) che tende ad escludere le famiglie che iscrivono i propri figli alle scuole pubbliche, ed è graduato secondo reddito familiare e ordine di scuola di iscrizione, come dimostra la tabella seguente.

Cifre analoghe anche nel caso nel caso della legge regionale lombarda (comma 121 dell’art. 4 della legge regionale n. 1 del 5/1/2000): 55.040 domande presentate, 46.935 domande ammesse, di cui solo 600 provenienti da famiglie con figli che frequentano le scuole statali. Anche in questo caso vi è una soglia minima di spesa rimborsabile ( 206 euro) e una soglia massima di erogazione ( 2065 euro). In questo caso il rimborso è in percentuale sulla spesa sostenuta (in misura pari al 25%) e vi è un tetto massimo di reddito familiare procapite (pari a 60 milioni). Questo dispositivo di legge nel primo anno di applicazione (anno scolastico 2000-2001) ha comportato un contributo medio pari a 649 euro per studente, con un esborso complessivo di 30 milioni di euro.

Due modelli di erogazione, più ricco quello lombardo, più attento alla scolarità al di là dell’obbligo quello veneto, ma entrambi ispirati alla stessa filosofia: quella di sostenere nella loro scelta le famiglie che mandano i figli alle scuole private. Inoltre, alcune dichiarazioni dell’attuale Ministro della Pubblica Istruzione lasciano ritenere che l’attuale Governo si orienterà verso un ampliamento del ricorso a questa misura di politica scolastica.

 

Scuola privata: prodotto d’élite o prodotto scadente?

Vale allora la pena di domandarsi se siamo di fronte ad una misura efficace di riforma della scuola italiana. Partiamo da un dato di fatto: se si esclude il caso della scuola materna, la scuola privata è scarsamente utilizzata a tutti i livelli, non raggiungendo il 10% in nessuna regione e in nessun ordine di scuola. Si tratta quindi o di un prodotto d’élite (tanto che nemmeno il 10% degli italiani riesce ad accedervi) o di un prodotto scadente (al punto che nemmeno un italiano su dieci desidera accedervi). Nessuna delle due letture sembra tuttavia entusiasmante. Se la scuola privata è desiderata in quanto scuola d’élite, allora allargare l’accesso con una politica di sussidi tenderebbe a deteriorarne la natura intrinsecamente elitaria e a trasformarla in un prodotto di massa. Se viceversa la scuola privata è desiderata come scuola di recupero a pagamento (2 anni di scuola in un anno di frequenza), allargarne l’accesso permetterebbe di recuperare alla carriera scolastica anche gli elementi che ne erano precedentemente stati espulsi e che avevano abbandonato. Come politica egualitaria non fa una grinza, ma da un governo che dichiara di ispirarsi al valore della meritocrazia e alla qualità della scuola sinceramente non ce lo aspetteremmo.

Una terza ipotesi: i risparmi all’erario e gli interessi del governo

Resta però un’ulteriore chiave di lettura, che fa leva su vili ragioni di cassa. Per ogni studente che passi dalla scuola pubblica alla scuola privata l’amministrazione pubblica risparmia la differenza tra il costo medio dello studente all’erario pubblico e la sovvenzione del buono scuola. Usando i dati più recenti prodotti dall’OECD (OECD, Education at a glance. OECD: Paris 2002 - http://www1.oecd.org/publications/e-book/9601051E.PDF), questo equivale ad un risparmio di circa 5653 euro per ogni studente della scuola elementare, 6627 euro per ogni studente della scuola media e 6340 euro per ogni studente delle superiori, con un costo medio indicativo per studente di circa 6000 euro all’anno. Se l’uno per cento degli studenti passasse dalla scuola pubblica alla privata, transiterebbero 66600 studenti (dati al 2001/2 - totale di scuola elementare, secondaria di primo e di secondo grado). Il risparmio all’erario sarebbe stimabile nell’ordine di 400 milioni di euro, a cui andrebbero dedotti i maggiori oneri dei buoni scuola necessari a suscitare questa transizione. Prendendo anche la versione più generosa di erogazione (quella lombarda), questo comporterebbe un esborso di 650 euro per famiglia, con un onere complessivo di 43.3 milioni di euro, ed un risparmio netto pari a 356.7 milioni di euro. Una cifra non trascurabile, tenuto anche conto l’indiretto vantaggio per il governo centrale, visto che i sussidi sarebbero a carico dei governi periferici, mentre la minor spesa beneficerebbe il governo centrale.

Ecco allora che la domanda iniziale, a chi servono i buoni scuola, trova forse una risposta possibile. Forse non solo alle famiglie del ceto medio che hanno ottenuto un rimborso di spesa per scelte già compiute. Forse non solo ai governi regionali che li hanno approvati, sperando in un ritorno in termini di sostegno elettorale. Ma forse anche al deficit pubblico, che tenderebbe a ridursi scaricandosi una parte dell’onere di spesa sui bilanci familiari, attratti dal miraggio di una maggior esclusività per i propri figli.

Commento di Andrea Boitani

Ho letto con interesse l’articolo di Daniele Checchi "A chi servono i buoni scuola?". Temo, purtroppo, che la conclusione di Checchi sia troppo ottimista. La tesi di Checchi che i buoni scuola servano a ridurre il deficit pubblico si basa su una possibilità di razionalizzare la spesa per l’istruzione pubblica che è inesistente.

Non è in realtà possibile risparmiare la differenza tra il costo di uno studente della scuola pubblica e la sovvenzione data al buono scuola, per il semplice motivo che gran parte dei costi della scuola pubblica sono fissi, in un orizzonte temporale abbastanza lungo. Il personale (che rappresenta gran parte dei costi) non è licenziabile; le classi non possono essere chiuse se uno o due studenti (cioè il 10% della classe) optano per la scuola privata e lo stesso si può dire per le scuole. Il problema è lo stesso che si evidenzia nel caso della sanità in quelle regioni che tendono a favorire le prestazioni esterne alle ASL e agli ospedali pubblici. I costi delle ASL e degli ospedali (anche in questo caso in gran parte fissi) non diminuiscono se aumentano le prestazioni in regime di convenzione, mentre aumentano gli esborsi delle regioni per prestazioni convenzionate

Mentre i risparmi aggregati stimati da Checchi appaiono implausibili, si può agevolmente sostenere che l’introduzione del buono scuola per chi va alla scuola privata genera un aumento della spesa pubblica.

Andrea Boitani

Risposta di Daniele Checchi

Il commento di Boitani è pienamente condivisibile. La mia tesi principale non è tuttavia che i buoni scuola vengano introdotti per ragioni di cassa, quanto piuttosto intendo richiamare il fatto che non è chiaro perchè convenga introdurli. E' indubbio che la quota dei costi fissi nella scuola è sicuramente preponderante, e i conti offerti avevano lo scopo di illustrare l'entità potenziale del guadagno con una transizione dell'1% degli studenti alla scuola privata. Tuttavia non si richiederebbe un periodo lunghissimo perchè si materializzassero. Pur non disponendo di dati sulla distribuzione per età degli insegnanti in servizio, se immaginassimo una distribuzione uniforme degli stessi su 40 anni di servizio, avremmo che ogni anno 1/40 degli insegnanti (pari al 2.5%) va in pensione. A fronte del calo di 1% degli iscritti, basterebbe il blocco del turnover per un anno per addirittura ridurre le spese degli insegnati per studente. Tenuto conto che gli stipendi rappresentano circa l'80% della spesa, non siamo lontani dal ritenere che nel giro di qualche anno i conti proposti potrebbero diventare realtà. Certo vi è il problema dell'accorpamento delle classi, su cui il Ministro Moratti ha già dato prova di esercizio direttivo alzando i tetti massimi di studenti per le classi.

 

 

 


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