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Claudio RisÚ, da “Il Mattino di Napoli” del lunedý, 19 marzo 2007

Una delle passioni del nostro tempo Ŕ quella della visibilitÓ. La prova del tuo valore non viene tanto da ci˛ che tu sei, dal tuo modo di comportarti, ma dalla tua popolaritÓ. Dal fatto che gli altri ti conoscano. Una passione, tuttavia, accompagnata dalla paura, altro tratto distintivo della nostra societÓ avanzata, ma anche insicura. In questo caso, la paura Ŕ sia quella di perdere la visibilitÓ ottenuta, sia quella di essere visto “troppo”, anche quando, dove, e con chi non vorresti.
Il bisogno di visibilitÓ deriva dal tratto narcisistico del nostro modello di cultura: Ŕ dall’approvazione degli altri (lo specchio in cui Narciso ricerca la propria immagine), che dipende la tua identitÓ, della quale, altrimenti, sei incerto, insicuro. Le societÓ in veloce mutamento tolgono di mezzo le strutture (la scuola, la famiglia, la religione) che tradizionalmente “certificavano” l’identitÓ di qualcuno, producendo cosý insicurezza, e quindi anche un crescente bisogno, narcisistico, di conferma.
Nella “societÓ della comunicazione”, dove la produzione e la diffusione di informazioni Ŕ base perfino dell’economia, i diversi media sono, oltre che il motore dell’economia e della politica, anche lo strumento che pu˛ realizzare il sogno dei pi¨: essere famosi, e possedere quindi un’identitÓ, nota e certificata dal sistema informativo. Il desiderio, dichiarato in ogni sondaggio da ampie fette giovanili, di diventare veline, calciatori, o comunque personaggi dello spettacolo deriva da questo fondamentale bisogno di “essere qualcuno”. Che una volta poteva derivare dal 110 e lode, oggi viene certificato dalla fama.
La costruzione e vendita di notorietÓ Ŕ diventata dunque, come prova anche l’ultima inchiesta della Procura della Repubblica di Potenza, un servizio estremamente richiesto, e molto ben pagato. Chi lavora bene con foto, vendita di “memoriali”, e gossip, pu˛ rendere nota e popolare una persona prima sconosciuta, che lo remunererÓ lautamente. Con qualche ragione: le ha dato, infatti, un’identitÓ. E’ una specie di secondo padre/madre sociale.
Il potere di questo servizio, la costruzione dell’immagine sociale, prosegue, e si rovescia nel suo contrario: distruggerla. Come tutti i veri poteri (compreso quello tradizionale dei genitori), anche quello delle pubbliche relazioni si realizza lungo una gamma affettiva che va dalla riconoscenza, alla paura. Come ti ho creato, posso distruggerti. Questa alimentazione di paura Ŕ un tratto centrale della postmodernitÓ, riconosciuto da tutti i suoi grandi pensatori.
Una societÓ dove tutto viene “costruito” e fabbricato, dalle identitÓ ai valori cui esse si riferiscono, Ŕ una societÓ terrorizzata dal timore che queste costruzioni si rivelino fragili, e vengano distrutte con altrettanta rapiditÓ. Ecco dunque gli stessi gruppi (in questo le inchieste in corso sono davvero istruttive), specializzati nel costruire popolaritÓ, esercitarsi a distruggerle, le stesse, o quelle di altre persone. Il meccanismo Ŕ molto simile. Anche qui occorre una visibilitÓ, un potere di qualche tipo (ma interno al sistema delle comunicazioni), che renda l’altro interessante, e capace di suscitare l’attenzione degli altri. A quel punto gli stessi elementi che in altri casi servono a costruire la fama (la vita personale dell’individuo, il suo potere, il gossip sulle sue trasgressioni), diventano invece elementi della distruzione che si abbatte sul malcapitato.
C’Ŕ una via d’uscita? Forse togliere il potere ai costruttori-distruttori di celebritÓ, costruendo le proprie identitÓ su competenze reali, e non sugli spot della scena mediatica.